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aggiustare l'uomo •
Hegseth vuole dopare i soldati di testosterone per farli combattere meglio
Il Pentagono eseguirà test annuali sul livello di testosterone dei militari. E, nel caso di un calo dell’ormone, offrirà terapie specifiche su base volontaria per rimpiazzarlo. Sembra una normale iniziativa medica, ma apre la porta a collegamenti storici e interrogativi bioetici forse non tutti appropriati, ma inevitabili
17 LUG 26

Foto LaPresse
Soldati dopati per combattere meglio. Si può girare quanto si vuole intorno alle parole di Pete Hegseth, il ministro della Guerra di Donald Trump, come vuole essere chiamato. Ma è un po’ questa l’essenza di un annuncio arrivato dal Pentagono, che d’ora in poi eseguirà test annuali sul livello di testosterone dei militari e, nel caso di un calo dell’ormone, offrirà terapie specifiche su base volontaria per rimpiazzarlo. I test sono obbligatori per tutti i maschi sopra i 30 anni, saranno a disposizione a richiesta anche per i ventenni, mentre c’è incertezza su cosa sia previsto per le donne in divisa, che non godono di grande stima da parte di Hegseth.
“Dobbiamo ai nostri combattenti la migliore assistenza sanitaria al mondo, e questo programma onora tale impegno”, ha dichiarato il ministro in un video diffuso sui social del Pentagono. “Prendersi cura della propria salute a lungo termine significa garantire di rimanere forti, resilienti e capaci – non solo in vista della prossima missione, ma per il resto della vita – affinché possiate prosperare anche molto tempo dopo aver lasciato la divisa”. L’idea di fondo del programma è che sia necessario per ogni militare avere “i giusti livelli di testosterone per operare al meglio”. “Questa iniziativa – ha aggiunto Hegseth rivolgendosi a tutte le Forze armate – non riguarda il potenziamento artificiale; riguarda il ripristino e l’ottimizzazione delle vostre capacità naturali, la protezione della vostra longevità, e la garanzia che abbiate le fondamenta biologiche necessarie a sostenere il combattimento”.
La lista di inquietudini con cui si può leggere l’annuncio è vasta. Sembra una normale iniziativa medica per il benessere fisico dei soldati, ma apre la porta a collegamenti storici e interrogativi bioetici forse non tutti appropriati, ma inevitabili. Lasciando ai medici la valutazione sull’efficacia di uno screening che vuole testare a tappeto una coorte asintomatica e sulle conseguenze e le controindicazioni delle cure ormonali, il primo interrogativo riguarda l’approccio dell’Amministrazione Trump ai temi della salute. Lo stesso governo che ha un ministro della Sanità nemico dei vaccini come Robert F. Kennedy Jr. e che è pieno di gente che non vuole farsi dire come si curano le malattie e si gestiscono le epidemie, adesso decide di pompare testosterone nei corpi dei Marine. Su base volontaria, certamente: ma quanto è davvero libero di dire “no”, nell’ambiente militare, un sergente trentacinquenne che si senta dire dai superiori che sarebbe opportuno sottoporsi alla terapia? Si dirà che da sempre, in guerra, i soldati si “drogano”, in modo più o meno coordinato dall’alto, e che questa invece è un’iniziativa trasparente e con i crismi della medicina. In effetti siamo lontani dalla realtà delle pastiglie di Pervitin, la metanfetamina distribuita in massa ai soldati della Wehrmacht nella campagna di Francia del 1940. O dalla benzedrina che circolava tra gli Alleati. Siamo lontanissimi dal fiume di eroina e anfetamine con cui i ragazzi americani in divisa cercavano di sopportare il terrore della jungla del Vietnam. La cura di testosterone è qualcosa di diverso anche dalle “go-pills” e “no-go-pills” che l’Air Force americana distribuiva ai piloti per stimolare il combattimento o per farli riposare quando c’era da abbassare il livello di adrenalina. Ma una terapia ormonale su larga scala finalizzata a incrementare l’efficienza a combattere sembra uscire più da un manuale di jihadisti dell’Isis o di al Qaeda, che non da quelli che descrivono le procedure del Pentagono.
Inevitabile anche il paragone con il mondo dello sport e con il suo lato oscuro del doping. Tornano alla mente i programmi degli anni Settanta della Ddr come il famigerato “Staatsplanthema 14.25”, con le sue pillole azzurre consegnate a migliaia di atleti facendole passare per vitamine o integratori. O i laboratori moscoviti che preparavano i cocktail di steroidi per dare un vantaggio agli atleti di Vladimir Putin alle olimpiadi di Sochi nel 2014. Programmi “di stato” come quello del Pentagono, con l’ovvia differenza che Hegseth sta presentando il progetto pubblicamente e con trasparenza, mentre i tedeschi dell’Est e i russi facevano tutto di nascosto. In generale, che sia o no da considerare doping, il progetto del Pentagono fa emergere una tentazione molto diffusa all’interno dell’Amministrazione Trump e tra i suoi sostenitori: quella di ritenere il corpo umano qualcosa da aggiustare e potenziare. E’ quel pensiero, con tutti i suoi risvolti bioetici, su cui mette in guardia il Papa americano nella “Magnifica Humanitas”, quando parla della cultura del limite inteso come “difetto da correggere”. Scrive Leone XIV nell’enciclica: “Il transumanesimo immagina un potenziamento dell’essere umano attraverso le tecnologie (biomedicina, ingegneria del corpo, dispositivi, algoritmi), con l’aspirazione a incrementare prestazioni e capacità”. Se serviva un esempio di come i governi possono mettere in pratica questo approccio, ora ce lo ha offerto il Pentagono.