Al terzo tentativo, Andy Burnham è riuscito a diventare il leader del Labour britannico, è stato incoronato oggi senza nemmeno aver bisogno di scontrarsi, un plebiscito annunciato che lunedì porterà l’ex sindaco di Manchester al cospetto di re Carlo per la nomina a primo ministro del Regno Unito. Il voto alle amministrative del 7 maggio scorso era stato un bagno di sangue per il Labour e il premier uscente Keir Starmer, che pure pensava di poter domare l’istinto golpista che aveva travolto molti laburisti spaventati dall’ascesa di Nigel Farage e desiderosi di consegnare agli inglesi il suo scalpo come simbolo del cambiamento, ha dovuto lasciare il campo al sindaco del nord, che ha poi vinto le elezioni suppletive a Makerfield per entrare ai Comuni e, nel giro di qualche settimana, si è ritrovato qui, leader e quasi premier, mentre lo spauracchio nazionalista di Farage si è un po’ ridimensionato.
Con le stelle allineate e una campagna social per farsi conoscere a livello nazionale, Burnham oggi ha tenuto il suo primo discorso da leader, per l’occasione si è messo la giacca e la cravatta (lui è uno da t-shirt scura) e ha detto che questo è il momento più importante del Labour negli ultimi quarant’anni. In che senso?, ha chiesto qualcuno, sottolineando la tendenza di Burnham a esagerare, ma a parte qualche iperbole, il futuro premier ha fatto un discorso di unità, ha detto che le liti interne al Labour devono finire perché ci guadagna solo la destra, si è (già) grattato via l’etichetta del “nord”, che pure si era appiccicato da solo, proponendosi come il leader di tutti i punti cardinali, e ha fatto ammenda degli errori commessi dai leader degli ultimi anni (ci si è messo dentro anche lui, poco convinto) annunciando una rivoluzione politica, economica e culturale per costruire un paese che funzioni per tutti. Non era il momento di essere specifici e Burnham non lo è stato, ma ha imposto un pochino più di gravitas alla propria leadership dopo settimane su TikTok a parlare delle sue manie, dal mettere il latte subito nel tè perché così la bustina si ammorbidisce, alla critica a chi lascia lo stadio prima della fine delle partite fino a una tirata contro la musica alta sui mezzi di trasporto. Dopo questo esordio pop, forse eccessivamente ispirato al sindaco di New York Mamdani che ha vent’anni di meno, ora Burnham deve tornare a essere adulto, e il primo test è il governo che annuncerà lunedì: si chiacchiera molto di chi nominerà come cancelliere dello Scacchiere, il nome di Shabana Mahmood, ora all’Interno, è il più citato e anche il più affossato. Il futuro premier parla di un’unica famiglia laburista, dice che non sarà dipendente dalle correnti interne, immagina un’armonia che va tutta costruita e, come molti altri, spera in un mesetto di distrazione: il 13 agosto sarà Farage a dover vincere le elezioni suppletive che ha voluto lui ma che stanno diventando un divertentissimo (per noi) guaio. Oggi si sono chiuse le liste: c’è Count Binface, il bidone della spazzatura che ora è primo nei sondaggi, ma c’è anche Piers Corbyn, fratello dell’ex leader del Labour, Jeremy. C’era anche il candidato-volpe, ma si è ritirato.