Esteri
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Progressi e mancanze fra Israele e Libano dopo l'incontro a Roma
Israeliani e libanesi sono determinati a far funzionare l'accordo, ma non riescono a imparare a fidarsi
16 LUG 26

Israele e il Libano sono seri, da quando hanno firmato un accordo quadro per il futuro delle loro relazioni hanno scelto di continuare il lavoro, incontrarsi, parlare, pianificare. Martedì e mercoledì le delegazioni dei due paesi si sono incontrate a Roma, presso l’ambasciata degli Stati Uniti per discutere di un argomento, da cui dipende il futuro dell’accordo: le zone pilota dalle quali dovrebbe ritirarsi l’esercito israeliano e che dovrebbero passare sotto il controllo dell’esercito regolare libanese. Si procede per prove, tentativi, anche per aree e gli esperimenti saranno due.
Si parte da due zone una sotto e l’altra sopra al fiume Leonte, dove Tsahal dovrà cedere il posto ai libanesi, per fare in modo che i miliziani di Hezbollah non prendano di nuovo il controllo del territorio. Il timore è che le forze libanesi non siano in grado di contrastare Hezbollah, paventino troppo una guerra civile per scontrarsi con il gruppo sciita, non abbiano ancora un addestramento sufficiente per esercitare la loro autorità. Il punto centrale è la fiducia: Israele deve fidarsi dell’esercito di Beirut per lasciare il territorio nelle sue mani, per questo a Roma si è discusso di una terza forza, che potrebbe essere supportata dagli Stati Uniti, che si occuperà di verificare che Hezbollah e le sue armi siano tenute ben lontane.
Israele e Libano non hanno finito di parlare, il processo per il ritiro di Tsahal sarà lungo, ma non avverrà se gli israeliani non avranno sufficienti rassicurazioni che questa volta i soldati libanesi sono pronti, armati e determinati contro Hezbollah. Per le autorità di Beirut non è semplice continuare a parlare con Israele, il presidente Joseph Aoun si è assunto molti rischi, i politici sciiti contrastano la sua scelta di mandare avanti i colloqui nonostante il fatto che Tsahal ancora non si sia ritirato dal territorio meridionale del Libano. Gerusalemme deve imparare a fidarsi di Beirut, Beirut di Gerusalemme. Non è semplice, ma è l’investimento necessario per le future relazioni fra i due paesi e il futuro del Libano, soffocato dallo strapotere di Hezbollah che ha imparato a controllare molti aspetti della vita non soltanto sciita, imponendo uno stato nello stato. Il presidente americano, Donald Trump, ha detto al premier israeliano Benjamin Netanyahu che Tsahal dovrà ritirarsi dal Libano e anche dalla Siria. Non ha dato i tempi, ma lo ha indicato come un obiettivo che Washington vede come irrinunciabile. E’ difficile che Israele si ritiri ora, senza essere certo del disarmo di Hezbollah e con le elezioni che dettano i ritmi della politica. Non è stato confermato se i prossimi colloqui si svolgeranno a Roma, una sede scelta per la posizione nel Mediterraneo e anche per le relazioni sia con il Libano sia con Israele.
Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)
