L’economia cinese rallenta, la repressione no

I numeri del secondo trimestre sono i più deboli dalla fine del 2022. Pesa la frenata dell’economia interna e l’obiettivo di crescita fissato da Pechino per il 2026 appare sempre più difficile da raggiungere. E l’aggressività di Pechino rischia di aumentare

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L’economia cinese ha rallentato più del previsto nel secondo trimestre del 2026. Secondo l’Ufficio nazionale di statistica di Pechino, il pil cinese è cresciuto del 4,3 per cento su base annua, sotto le attese degli analisti (che si aspettavano almeno un 4,5) e in calo rispetto al 5 per cento del primo trimestre. Si tratta della crescita trimestrale più bassa dalla fine del 2022, quando il paese usciva dalla politica Zero Covid imposta dalla leadership di Pechino, ed è inferiore anche all’obiettivo ufficiale fissato per l’anno in corso, tra il 4,5 e il 5 per cento, che era comunque il target più basso dal 1991. 
Sono anni ormai che la leadership di Pechino cerca di annacquare i dati economici più preoccupanti. Già nel 2023, alla Conferenza centrale sul lavoro economico, il leader cinese Xi Jinping aveva sottolineato la necessità di “rafforzare la propaganda economica e l’orientamento dell’opinione pubblica, cantando le sorti luminose dell’economia cinese”. Poco dopo, il ministero della Sicurezza di stato aveva pubblicato sul suo profilo WeChat un articolo sulla sicurezza economica, definita parte integrante della sicurezza nazionale, in cui accusava alcune “forze pessimiste” di voler attaccare il sistema e la via del socialismo “con caratteristiche cinesi”. Da allora menzionare il rallentamento dell’economia cinese è rischioso, tanto che negli ultimi anni ci sono stati diversi casi di commentatori e di accademici che hanno subìto cancellazione online e repressione per aver condiviso le loro perplessità sulla strategia economica del Partito. Il caso più clamoroso è quello di Zhu Hengpeng, allora direttore dell’Istituto di economia dell’Accademia cinese delle Scienze sociali, che nel 2024 è stato arrestato per aver criticato le politiche economiche di Xi in una chat di gruppo privata.
La crisi immobiliare cinese ha dato il via a una serie di crisi domestiche, tra cui una spirale deflattiva, i consumi interni in caduta libera, un alto tasso di disoccupazione – nel gennaio di due anni fa l’Ufficio di statistica cinese ha deciso di non pubblicare più i dati relativi alla disoccupazione giovanile, per migliorare il risultato. Per cercare di risollevare l’economia Pechino ha spinto soprattutto sull’export, che domina la crescita ma serve a poco internamente. Secondo alcuni commentatori, il fatto che sia stato lo stesso Ufficio di statistica a dare conto di dati così al ribasso significa che forse l’emergenza è avvertita anche nella leadership, che possibili riforme strutturali e nuovi stimoli siano in arrivo.
“Il rallentamento della crescita cinese non segnala il fallimento della strategia industriale di Pechino, ma ne rivela il limite strutturale”, dice al Foglio Enrico Fardella, docente all’Università di Napoli L’Orientale. Perché la Cina “continua ad aumentare la propria capacità produttiva nei settori tecnologicamente avanzati senza un corrispondente aumento del reddito, rendendo la crescita sempre più dipendente dalle esportazioni”. Secondo Fardella, che l’altro ieri ha firmato su Foreign Affairs, insieme con il collega Sergey Radchenko il saggio “La Cina sta sabotando il mondo che permette la sua ascesa”, “per oltre un decennio questo squilibrio è stato compensato dall’espansione del debito e degli investimenti, soprattutto nel settore immobiliare”. Oggi, però, “quel motore si sta esaurendo”, e Pechino “è costretta ad affidarsi sempre più ai mercati esteri”. Mercati, specialmente quello europeo, che stanno cercando di mettere un freno all’espansionismo commerciale cinese, non senza difficoltà. Ma è soprattutto qui che emerge, secondo Fardella, la contraddizione fondamentale: “Quanto più la Cina cerca di sostenere la propria crescita ampliando i surplus commerciali e consolidando il proprio predominio industriale, tanto più alimenta le reazioni protezionistiche di Stati Uniti, Europa e di un numero crescente di economie emergenti, restringendo l’accesso ai mercati dai quali continua a dipendere. Il rallentamento della crescita riflette quindi non una perdita della capacità produttiva cinese, ma il fatto che il modello di sviluppo che ha alimentato la sua ascesa sta progressivamente erodendo le condizioni internazionali che ne hanno reso possibile il successo. E’ questa la grande contraddizione della Cina contemporanea: per continuare a crescere ha bisogno dell’apertura dell’ordine economico che, nel perseguire il proprio predominio industriale, contribuisce sempre più a frammentare”.