L’artista digitale Cao Yuxi ci racconta come si allena l’algoritmo a guardare la natura

L'installazione "Nature's Computility", presentata al festival Videocittà che si è tenuto dal 10 al 12 luglio al Gazometro di Roma, scompone la realtà in particelle e attraverso il processo tecnologico ne riporta in vita la "parte umana". Un dialogo sull'utilizzo dell'intelligenza artificiale in Cina, Stati Uniti ed Europa e il confine tra figurativo e astratto 

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E’ possibile smettere di lasciarsi distrarre dalla tecnologia, tornare alla realtà, con l’aiuto della tecnologia? Il programmatore e artista visivo cinese Cao Yuxi nelle sue opere decostruisce la pittura tradizionale integrando algoritmi, software e immagini di droni con questo scopo: restituire con il processo tecnologico “la parte umana” della realtà. Di fronte alla sua ultima installazione presentata al festival Videocittà, che si è tenuto dal 10 al 12 luglio al Gazometro di Roma, Nature’s Computility, Cao racconta al Foglio il desiderio che il suo pubblico, una volta entrato in questo spazio, “invece di parlare di tecnologia, la dimenticasse del tutto. Vorrei che rimanesse soltanto una sensazione o un ricordo personale legato al mare, all’acqua, qualcosa che non riguarda affatto la tecnologia. Detesto vedere opere che restano solo ‘particelle’, un robot che si muove: quando succede, è solo una demo tecnologica, non è più arte. Anche se un’opera nasce da un impianto molto tecnico, quando la osservi dovrebbe farti riflettere sulla parte umana di te stesso”.
Cao Yuxi si è ispirato ai lavori di Fabrizio Plessi, i suoi Mari verticali e i paesaggi della Big Island delle Hawaii: “Ero alle prese con un progetto di simulazione in modo realistico dell’acqua attraverso ogni singola particella, che è tecnicamente molto difficile. Ci sono moltissimi livelli fisici da calcolare, e ogni iterazione richiede una grande potenza di calcolo: più lo fai, più ti rendi conto di quanto sia frustrante ottenere anche solo un secondo di animazione realistica”. Funziona così: un algoritmo calcola per ogni fotogramma dove si sposta ciascuna particella e simula il movimento per ricreare un’animazione realistica. Ma per ottenere qualcosa che sembri acqua servono moltissime particelle – parliamo di milioni – e il computer deve calcolare la posizione di ciascuna in ogni istante. E prima ancora che diventi un’immagine, deve essere elaborato e “assemblato” nella memoria del computer. Poi un giorno Cao, nato a Shijiazhuang, a meno di 300 chilometri da Pechino, si è seduto sulle rive di Qianhai, nel distretto tecnologico di Shenzhen: “L’onda reale era davanti a me, sentivo il suono, vedevo il movimento. Ho pensato: ‘Perché non prendo un drone e giro un video, così lo uso come riferimento?’. Era già quello che cercavo, ed era arrivato in modo così semplice, grazie alla natura. Era come se la potenza di calcolo reale fosse incomparabilmente superiore a quella del mio computer. Volevo quindi celebrarla, far percepire al pubblico questa forza”. L’opera è diventata sì a particelle, ma ogni singolo punto proviene realmente da un filmato girato nella natura, calpestando il confine tra figurativo e astratto. Da questa programmazione è nata una “pipeline” di opere legate alla percezione umana dell’acqua, una serie di opere basate da diversi algoritmi collegati tra loro da un output che continuano a generare risultati cambiando l’input.
Quando ha iniziato, prima in Cina e poi negli Stati Uniti, Cao era concentrato nel voler impressionare con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Poi qualcosa è cambiato, “è diventato una moda” racconta, e ora che tutti sentono l’AI come una minaccia incombente il mio approccio è cambiato: sento il bisogno di andare nella direzione opposta. Il suo slogan è diventato: AI not art, l’intelligenza artificiale non è arte, è uno strumento per velocizzare il lavoro, “un’informazione di partenza che ti ricorda cosa stavi effettivamente cercando. Ma il risultato dell’AI non è mai il lavoro finale in sé”. L’artista ricorda i primi anni in cui, dieci anni fa, si è formata online una vera comunità dedicata a questo tipo di “arte tecnologica”, il pubblico guardava stupito alle tecniche innovative, mentre oggi molte aziende pensano soltanto: “Se posso generarlo con l’AI significa che il processo per arrivarci è velocissimo, quindi deve costare poco”. Così con gli occhi spenti dalla disillusione Cao si lascia trasportare dai tempi cambiati, l’economia cinese che peggiora rapidamente, la disoccupazione, l’AI sempre più accessibile e un contesto politico che non lascia spazio all’arte come in Europa. “In Cina, molti artisti devono avere l’arte come lavoro secondario, part-time: hai bisogno di qualcos’altro per andare avanti”. Racconta di stare vivendo un periodo di incertezza come tanti cinesi, “sto facendo ancora la cosa giusta?”, si domanda spesso. Racconta di essere arrivato a Roma con un senso di insicurezza, non di paura, “ma un certo smarrimento per quello che sta accadendo in Cina, perché lì la gente non coglie il senso di quello che faccio?”. Poi ogni volta che arriva a Parigi, a Praga, perfino a Roma e “presento un nuovo lavoro mi sento di nuovo capito, riparto con una nuova dose di fiducia”. “Trovo che in Europa il contesto sia molto più favorevole, è più semplice per un artista continuare a lavorare su ciò che si vuole”.