Il ricatto democratico della nuova Ungheria e il collasso del piano per l’Europa di Trump

Il nuovo premier Magyar accelera la de-orbanizzazione e rimuove i vertici istituzionali legati al vecchio potere. La svolta ungherese colpisce anche la rete sovranista costruita da Orbán con i trumpiani

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La ricostruzione democratica dell’Ungheria ha un che di brutale, il premier Péter Magyar procede spietato nella de-orbanizzazione del paese che guida da aprile: l’ultimo atto si è compiuto nei giorni scorsi, con l’approvazione da parte dei parlamentari di Tisza, che sono i due terzi dell’Aula, di una modifica del diciassettesimo emendamento della Costituzione che pone fine al mandato del presidente Tamás Sulyok e del presidente della Corte costituzionale Péter Polt. I deputati di Fidesz, ora all’opposizione, hanno abbandonato l’Aula durante la votazione, accusando Tisza – senza alcun senso del ridicolo – di voler costruire una tirannia. Semmai Magyar sta utilizzando qualche ricatto democratico. 
Il testo appena approvato prevede anche la rimozione dei giudici costituzionali che hanno più di 70 anni (cioè la gran parte) e vieta ai parlamentari che hanno fatto tre mandati di candidarsi nuovamente, cosa che riguarda più della metà dei deputati di Fidesz. Ora il presidente Sulyok ha cinque giorni per decidere se firmare questa legge, che pone fine alla sua carriera e a quella di buona parte della classe dirigente creata da Viktor Orbán, oppure se fare ricorso presso la Corte costituzionale. Se dovesse scegliere questa seconda strada – e qui sta il ricatto democratico – Magyar ha già annunciato che aprirà una procedura di impeachment contro il presidente, e naturalmente ha i numeri per portarla a compimento.
L’Ungheria di Magyar è diventata un laboratorio europeo di restaurazione democratica, ogni sua decisione viene analizzata e registrata perché quel che fa – il modo con cui lo fa, l’effetto che ottiene – riverbera ben oltre i confini nazionali. Orbán è stato a lungo il perno di una strategia internazionale di sovranismo in particolare per il mondo trumpiano che infatti si era speso moltissimo per la sua rielezione: il segretario di stato Marco Rubio andò in Ungheria dopo aver un pochino malmenato gli europei nel suo discorso alla Conferenza di Monaco e il vicepresidente J. D. Vance, che di mestiere fa il castigatore dell’Europa, si presentò a Budapest poco prima del voto che ha spezzato i desideri illiberali dei trumpiani e dello stesso Orbán. Magyar conosce bene questa relazione simbiotica e nel suo progetto di de-orbanizzazione colpisce anche i centri studi che hanno fatto da connettori tra la destra ungherese, quella europea e quella trumpiana: Átlátszó, uno dei più importanti portali di giornalismo investigativo in Ungheria, ha rivelato che il Danube Institute, uno degli istituti del network orbaniano di nazionalisti, aveva stanziato 420 mila euro per i suoi fellow in giro per l’Europa e per l’America prima delle elezioni ungheresi.
Questo network, come ha scritto ieri Gideon Rachman sul Financial Times, sta subendo parecchi colpi: il piano europeo trumpiano sta collassando. Il documento sulla Sicurezza nazionale dell’Amministrazione Trump, pubblicato alla fine dello scorso anno, proponeva un intervento americano per “coltivare la resistenza alla traiettoria che molte nazioni europee stanno prendendo” attraverso “i partiti europei patriottici”. La sottosegretaria del dipartimento di stato, Sarah Rogers, si è intestata la battaglia culturale sulla libertà di espressione, con l’obiettivo di costruire e finanziare una rete di patrioti contro i partiti progressisti e censori europei, ma da qualche tempo di questo progetto parla lei stessa molto poco. La popolarità di Donald Trump è in declino presso i suoi sostenitori europei, spesso maltrattati ma comunque consapevoli che il tocco magico trumpiano sta svanendo nelle dinamiche politiche europee. Rachman segnala che invece questo network d’influenza funziona bene in America latina, in quell’emisfero occidentale che è il core business della politica estera americana – decurtato del Canada, ovviamente. Ma la cura nazionalista per il presunto declino della civilizzazione europea, su cui certi trumpiani si sono incaponiti ed esposti, ha perso effetto, e ora si capisce anche perché tenessero tanto alla rielezione di Orbán.