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In russia •
Generazione Putin. Un concerto per studiare i più giovani fra i russi
Credono nel Cremlino, non parlano di “guerra”. Il rocker Gleb Viktorov sfida il Cremlino, i ragazzi sotto il palco di Ekaterinburg lo zittiscono: ecco la "Generation P". Propaganda, paura e consenso
15 LUG 26

La musica si interrompe, Gleb Viktorov, cantante del gruppo musicale Tri dnja dozhdja (tre giorni di pioggia), smette di cantare, tiene il microfono in mano e trasforma il suo concerto a Ekaterinburg in un comizio improvviso sull’argomento più pericoloso da toccare che ci sia in Russia: la guerra contro l’Ucraina. Viktorov strepita, non si arrende neppure quando gli viene spento il microfono, si fa più vicino al pubblico e inizia a urlare mentre tiene una bandiera russa in mano: “I nostri antenati, le nostre madri, stanno mandando a rotoli il paese”. Viktorov grida: “Posso essere un alcolizzato, un tossicodipendente, ma quando i miei amici muoiono e non la chiamano guerra ma operazione militare speciale, mi offendo fottutamente”. Ogni tanto sbraita “Gloria alla Russia” e continua: “E’ appena successa la cosa peggiore che potesse capitare a un russo. Sapete cosa? Quando un russo tradisce un altro russo”. Il cantante dà una soluzione: andiamo alle urne e votiamo il Partito comunista. Prima che avanzasse la sua proposta ben poco risolutiva, il pubblico sotto al palco aveva iniziato a reagire, qualche applauso, molti fischi, ma soprattutto: “Da, khvatit, uzhe”, dai smettila, basta, non vogliamo sentirti. Viktorov ha poi scritto un messaggio sul suo canale telegram per dire che era stato costretto a fuggire.
Il messaggio è scomparso e la stampa russa ha scelto di raccontare la sua reazione sul palco come una conseguenza dei suoi eccessi di alcol e droghe. Ancora non si sa dove sia il cantante, ma le urla del pubblico che gli chiedono di smetterla, di stare zitto, cantare e basta sono il risultato di una Russia giovane che non vuole sentire la sua storia diversamente da come la racconta il Cremlino.
I sondaggi in Russia vanno interpretati con distacco, consapevoli che in un regime in pochi rispondono secondo quello che pensano, in molti secondo quello che devono. L’istituto di sondaggi Levada, che rimane il più affidabile in Russia, lo scorso anno ha chiesto ai russi di indicare le figure più importanti per la storia del paese. Gli intervistati sono stati divisi per fasce di età e la fascia fra i 18 e i 24 anni ha il numero più alto di russi che ritiene Putin uno dei personaggi più importanti nella storia del paese, assieme a Stalin.
Nel 1999, lo scrittore russo Viktor Pelevin pubblicò un romanzo sulla Russia che usciva dal comunismo, raccontata da un aspirante poeta riciclatosi a inventare campagne promozionali di prodotti occidentali per i russi. Il libro uscì in russo con il titolo “Generation P” (in italiano uscì come “Babylon”) e quella “P” volutamente voleva indicare molti significati – la Pepsi, qualche parolaccia, il cognome stesso dell’autore – ma oggi è diventata un gioco di parole per indicare quella generazione cresciuta con Putin, educata da Putin, che non ha visto altro che Putin, che crede in Putin, tanto da essere la sua “Generation P”, P come Putin.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)
