Esteri
dentro Gaza •
Con le armi in mano, Hamas uccide, affama e governa la Striscia
L'Onu si accorge dei soprusi dei terroristi che attaccano i convogli umanitari. La lettera, le proteste dei gazawi e i finti annunci del gruppo
15 LUG 26

La Striscia di Gaza rimane divisa a metà, da una Linea gialla che separa la parte sotto il controllo dell’esercito israeliano e l’altra controllata da Hamas. Il gruppo terroristico aveva annunciato la scorsa settimana di aver dissolto il “Comitato d’emergenza”, l’amministrazione che governa la Striscia dal cessate il fuoco di ottobre dello scorso anno. Aveva detto che tutte le procedure amministrative erano state completate e il trasferimento di autorità nelle mani del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza era pronto. Un annuncio forte, manchevole della parte più importante: le armi. Il gruppo continua a detenere i suoi fucili, le sue pistole, le sue munizioni, che in questo momento non servono a minacciare Israele, non sono sufficienti a un nuovo 7 ottobre, che alcuni funzionari del gruppo hanno detto di essere intenzionati a ripetere, servono invece a incrementare il controllo sui palestinesi a Gaza. Controllo vuol dire disporre di ogni aspetto della vita dentro la Striscia: la scuola, la sanità, il cibo. Ramiz Alakbarov, vice coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di Pace in medio oriente, ha scritto una lettera di condanna rara descrivendo come “le autorità de facto” a Gaza avessero messo in pericolo il personale umanitario. I terroristi hanno intimidito gli “operatori impegnati nella distribuzione di alimenti salvavita e interrotto le operazioni umanitarie essenziali per la sopravvivenza”. Racconta Alakbarov che gli operatori sono stati costretti a sospendere la distribuzione di cibo “dopo che personale armato affiliato alle autorità de facto è entrato nel punto di distribuzione alimentare di Abu Rashid, a Jabalia”. Se l’attività al centro di distribuzione è stata sospesa, i civili che si erano recati per ricevere il cibo a Jabalia, nel nord della Striscia, sono tornati a casa a mani vuote. Prosegue Alakbarov: “Le forze sono entrate anche in un magazzino del Wfp e hanno aggredito due autisti di un camion che stavano consegnando forniture umanitarie”.
Nelle scorse settimane, in alcune città della Striscia, piccoli gruppi di palestinesi avevano organizzato delle proteste contro Hamas, contro la violenza e anche contro l’uso della fame per ricattare una popolazione che ha bisogno di tutto. I civili si lamentano perché Hamas ruba gli aiuti, li rivende a prezzi maggiorati e non tutti i gazawi hanno i mezzi per potere pagare del cibo spesso ancora avvolto dai sigilli delle associazioni umanitarie. Il vice coordinatore dell’Onu per il processo di Pace in medio oriente ammette che “questi episodi non sono isolati”, ma è la sua voce finora a uscire piuttosto isolata dal contesto delle Nazioni Unite che continuano a ignorare il sopruso che i terroristi dentro la Striscia impongono alla popolazione civile.
Quando Hamas ha annunciato di aver sciolto il “Comitato di emergenza”, alcuni civili hanno denunciato che il gruppo continuava a imporre il suo terrore per le strade, picchiando, rapendo, interrogando ovunque, istituendo dei quartier generali anche dentro agli ospedali. Non sono storie che vengono da Israele, ma da gazawi che detestano tanto Tsahal per gli anni di devastazione, di morte e per le bombe che continua ancora a tirare, ma ancora di più il regime dei terroristi che ha provocato la distruzione della Striscia. Secondo il piano per Gaza e il percorso stabilito dal Consiglio per la Pace di Donald Trump, da tempo sarebbe dovuta iniziare la seconda fase, che coincide con l’instaurazione di un governo tecnico di esperti palestinesi e poi la ricostruzione. Il percorso stabilisce che la seconda fase inizierà quando Hamas cederà le armi, ma il gruppo non ha intenzione di farlo. Sa che cedendo le istituzioni può continuare a controllare la Striscia, cedendo le armi no.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)
