L'altro medio oriente, oltre lo Stretto

Con Hormuz sottosopra, alcuni piani di israeliani e sauditi coincidono di nuovo. Non c’è più Graham a sussurrare a Trump, ma la realtà va in una direzione. Fuoco in Yemen

14 LUG 26
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Il presidente americano, Donald Trump, ha smesso di usare l’espressione “nuovo medio oriente”. Prima non parlava d’altro, quando si riferiva alle possibilità di cambiamento nei rapporti fra i paesi arabi e Israele nell’area. Oggi pronuncia soltanto parole sullo Stretto di Hormuz, promettendo aperture o minacciando chiusure, sventolando guadagni o vittorie contro la Repubblica islamica dell’Iran che nello Stretto ha trovato la sua assicurazione sulla vita del regime. Teheran spara contro tutti coloro che hanno rapporti con gli americani in medio oriente, soltanto Israele e l’Arabia Saudita sono rimasti indenni dagli ultimi attacchi. Israele è lontano da Teheran, ha poco a che fare con lo Stretto dei tormenti di Trump e colpirlo vuol dire invitare Tsahal a rispondere. 
Per colpire Israele, inoltre, all’Iran servirebbero i missili a lungo raggio di cui rimane più sprovvisto. I sauditi sono invece la carta che gli iraniani tengono anche per avere una leva sul presidente americano. Riad si è convinta che sia meglio non annientare il regime, preservare una situazione di stallo, per quanto complicata, ma senza guerra. La guerra però è tornata, si riaccende continuamente nelle acque dello Stretto, sulle sue coste e nei paesi che ospitano armi e basi americane, ma finché i droni e i missili iraniani non colpiscono i sauditi, Teheran evita di dare forza all’idea del “nuovo medio oriente” il cui fulcro dovrebbe essere la normalizzazione dei rapporti fra Riad e Gerusalemme. Domenica il giornalista Barak Ravid è intervenuto in una trasmissione sulla televisione israeliana per raccontare del suo rapporto con il senatore americano Lindsey Graham, morto improvvisamente sabato scorso. Ravid si è commosso raccontando delle loro conversazioni quotidiane, dell’amore di Graham per Israele, della sua disponibilità a fare qualsiasi cosa per assicurare allo stato ebraico la sua sopravvivenza. Ravid ha rivelato gli ultimi dossier su cui si stava concentrando il senatore: le sanzioni alla Russia e i rapporti fra israeliani e sauditi. Graham aveva un accesso diretto al presidente americano, era stato sostenitore e promotore dell’intervento contro la Repubblica islamica dell’Iran, per primo si mostrò con il berretto rosso e la scritta “make Iran great again”, aveva spinto per un intervento a favore del popolo iraniano per schiacciare il regime, la sua linea era quella di un’America al fianco di Israele sempre, a ogni costo. Israele ha trattato la morte del senatore come un fatto interno, le televisioni gli hanno dedicato approfondimenti, interviste, e anche il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha raccontato aneddoti sulle loro carriere politiche tanto legate. Netanyahu ha ricordato di aver parlato con Graham anche della sua intenzione di rendere Israele meno dipendente dagli Stati Uniti e di averlo sentito protestare alla sola idea che Gerusalemme potesse pensare che la sua sicurezza non fosse una questione di interesse americano. Questa voce caparbia e ormai poco rappresentata nel Partito repubblicano, convinta che gli Stati Uniti non debbano rinunciare al loro ruolo di difensori della democrazia dall’Ucraina a Israele contro i regimi, ormai non è più al fianco di Trump, e la sua assenza si somma alla crisi di un’America che pare immobile nello Stretto di Hormuz, senza più una visione da promuovere come “il nuovo medio oriente”.
Il nuovo medio oriente ha perso un sostenitore, un tessitore, ma poi rimane la realtà sul campo. Rimane un Iran aggressivo ed ebbro dell’idea di sopravvivenza: al regime in questo momento non importa che aspetto abbia una vera vittoria, soltanto essere rimasto in piedi con un’arma di ricatto come lo Stretto di Hormuz da usare a piacimento è un motivo di vanto. Rimane un Iran che rappresenta un problema per tutti, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Kuwait, Bahrein, Arabia Saudita e Israele, e più sarà un problema per la regione intera, più paesi tanto distanti troveranno una ragione per unirsi. Già ieri i sauditi avrebbero mandato un avvertimento agli iraniani, non nel Golfo, ma in Yemen. Le Forze yemenite sostenute da Riad hanno attaccato la pista dell’aeroporto di Sana’a, controllato dagli houthi, alleati, armati e finanziati dall’Iran. L’obiettivo era proprio di impedire l’atterraggio di un aereo iraniano e il ministro della Difesa della leadership legittima che combatte contro il gruppo filorianiano ha detto che ogni violazione dello spazio aereo dello Yemen da parte dell’Iran o degli houthi sarebbe stata punita. Gli houthi hanno accusato direttamente i sauditi e per ritorsione hanno sequestrato un aereo della Croce rossa, tenendo in ostaggio il pilota e il copilota.
Micol Flammini