Esteri
diversi ma uniti •
La Siria che vuole “vedere nell’oscurità” e le verità su Asma al Assad
L'attrice, la vedova del jihadista e la curda. La foto di tre donne all'insediamento del nuovo Parlamento a Damasco e le nuove rivelazioni sulla moglie di Bashar, protetta dagli Emirati Arabi Uniti
14 LUG 26

Bashar e Asma al Assad nel 2008 (foto Getty)
Lunedì tra Suwayda e Jaramana, periferia di Damasco, migliaia di drusi sono scesi in strada. Protestavano per la giustizia negata alle vittime del massacro di un anno fa, quando la repressione delle autorità siriane, sostenute dai beduini sunniti, ha costretto 200 mila persone a lasciare le proprie case, quasi 2 mila sono state uccise. Da allora un’indagine governativa non ha portato a risvolti giudiziari per perseguire i colpevoli. Ma se qualcosa è cambiato rispetto agli anni del regime è che ora i siriani protestano, ricordano, condannano. La brutalità di al Assad sia da monito per la Siria del futuro, si ripeteva all’indomani della caduta del dittatore. Suwayda e i massacri degli alauiti sulla costa hanno invece rivelato il precario equilibrio del paese fra ricostruzione e repressione.
A ridare speranza è arrivata la convocazione della prima seduta del nuovo Parlamento. Sugli scanni, la foto simbolo è stata quella che ritraeva tre donne. L’attrice Rozina Lazkani, capelli sciolti, giovane e avvenente; Mirvet Sobhi Toto, l’unica a indossare il niqab e vedova di Abu Omar Saraqib, comandante di Jaish al Fatah (l’Esercito della conquista), una milizia islamista legata ad al Qaida; Fasla Yusuf, di Hasaka, che ha partecipato alla seduta in abiti tradizionali curdi. “Le tre anime della Siria”, era il messaggio trasmesso dai media siriani. Nella speranza che nessuna si imponga con la forza sull’altra, Ahmed al Sharaa, nel suo discorso inaugurale, ha fatto appello all’unità: “Più le opinioni sono diverse, più si fa luce quando tutto è offuscato, permettendo di vedere nell’oscurità”. Nessun applauso, nessun coro che inneggiava al leader, altro elemento di rottura rispetto a quando nell’Aula faceva capolino Bashar, accolto con ovazioni da stadio.
Una volta chiamati a eleggere il presidente del Parlamento, la scelta è caduta su un giudice di Hasaka, Abdulhamid al Awak. Secondo alcuni, la sua elezione sarebbe stata nientedimeno che la prima sconfitta parlamentare per al Sharaa, che invece avrebbe preferito altri candidati più vicini a lui. In verità, al Awak rientra fra i 70 scelti proprio dal presidente, ha ribadito più volte che la nuova Costituzione deve avere ispirazione islamica, la stessa Costituzione che ha delineato poteri piuttosto contenuti per il nuovo Parlamento, che non avrà alcun potere di controllo sul presidente ma prevalentemente compiti legislativi.
Tra luci e ombre, basta guardare ai dettagli che affiorano sul regime assadista per intravedere comunque luci di speranza a Damasco. Ieri, un’inchiesta dell’Observer ha svelato nuovi dettagli su Asma al Assad, la moglie di Bashar. Diversi testimoni appartenenti al regime e rimasti anonimi hanno rivelato dettagli inquietanti sul ruolo che la donna ricoprì durante gli anni della guerra. Nata a Londra, ex dipendente di Deutsche Bank e JP Morgan, nonostante gli annunci dell’ex segretario agli Affari esteri, David Lammy, non avrebbe ricevuto alcuna notifica circa una presunta revoca della sua cittadinanza britannica. Soprattutto, l’inchiesta svela che Asma, insieme ai figli, alla madre e a un fratello, non vive in Russia ma a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. Il ruolo del paese del Golfo come stato protettore di diversi esponenti del regime era noto, non che la moglie di al Assad fosse tra questi. Pare che fino al mese scorso Asma alloggiasse all’Hotel Waldorf Astoria e che “vive meglio di prima”, secondo il cugino Abdo al Dabbagh sentito dal giornale britannico. L’articolo ripercorre il ruolo cardine che Asma ricoprì negli anni della guerra. Dietro alla facciata di una ong, la Società siriana per lo sviluppo, la moglie del dittatore controllava il business degli aiuti umanitari con la compiacenza dell’Onu, usava gli orfani di guerra come moneta di scambio per la liberazione di prigionieri, era a capo di una commissione economica che minacciava chiunque facesse affari senza versare quote sostanziose al regime. Pare che a un certo punto si ventilasse persino l’idea di farle prendere il posto del marito alla guida del paese e che Bashar ne fosse al corrente. “Si mise a ridere quando gli fu prospettata l’idea”, ha raccontato una fonte anonima.
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Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.

