In difesa dei mari liberi e aperti

Una dichiarazione congiunta di decine di paesi asiatici e occidentali contro il bullismo marittimo cinese. C’è pure l’Italia. Basterà?

14 LUG 26
Immagine di In difesa dei mari liberi e aperti

Foto Ansa

Domenica scorsa, un po’ a sorpresa, l’Unione europea e decine di paesi asiatici e occidentali – compresa l’Italia – hanno pubblicato una dichiarazione congiunta per sottolineare che una sentenza vincolante non diventa opzionale solo perché la parte soccombente non l’accetta. Il 12 luglio del 2016 un tribunale arbitrale dell’Aia, costituito ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, stabilì che le rivendicazioni storiche di Pechino su gran parte del Mar cinese meridionale non avevano fondamento giuridico. Un decennio dopo, però, non solo quella sentenza resta lettera morta nella quotidianità politica e diplomatica della leadership cinese, ma la pressione militare di Pechino contro chiunque si metta in mezzo alle sue rivendicazioni territoriali è in aumento. La dichiarazione congiunta firmata domenica è dunque un mezzo avvertimento, e soprattutto una posizione chiara: quattordici paesi – quasi tutti gli alleati più stretti di Washington (tra Five Eyes, Nato, Giappone) più le Filippine come parte diretta in causa, e poi tra gli europei l’Italia, la Germania, i paesi Baltici, la Romania e la Slovenia – sostengono un testo in cui dicono di essere “fermamente impegnati a sostenere un Indo-Pacifico libero e aperto”. In un documento separato, sempre domenica l’Alto rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri, a nome dell’Ue, ha ribadito che il lodo del 2016 è definitivo e vincolante e va pienamente rispettato, e ha rilanciato anche il proprio sostegno a un Codice di condotta Asean-Cina, esprimendo “forte preoccupazione” per l’aumento di tensioni e incidenti nell’area. Il vero problema, infatti, non è più giuridico ma pratico, come dimostra la crisi dello Stretto di Hormuz: nel Mar cinese meridionale da dieci anni c’è chi vuole imporre le proprie regole coercitive, e quella crisi è più vicina di quanto possano sembrare i chilometri di distanza che separano l’Asia dall’Europa. Il metodo cinese contro le Filippine potrebbe toccare a chiunque: meglio attrezzarsi prima.