Arabia Saudita e houthi rompono la tregua: Riad non vuole che l'Iran armi i terroristi

Un aereo proveniente dall'Iran tenta di atterrare a Sana'a e apre una nuova crisi nel Golfo. I rischi per lo Stretto di Bab el Mandab 

14 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 16:42
Immagine di Arabia Saudita e houthi rompono la tregua: Riad non vuole che l'Iran armi i terroristi

foto Getty

Oltre a quello tra Stati Uniti e Iran c’è un altro cessate il fuoco che rischia di saltare nel Golfo. Gli houthi filoiraniani dello Yemen e l’Arabia Saudita hanno ricominciato a sparare, interrompendo una tregua che durava dal 2022. Lunedì, un volo della compagnia privata iraniana Mahan Air ha fatto rotta verso Sana’a, la capitale dello Yemen oggi sotto il controllo degli houthi. L’aereo ha ignorato gli avvertimenti del governo yemenita riconosciuto dalla comunità internazionale e sostenuto dall’Arabia Saudita, finché un missile non ha colpito la pista dell’aeroporto per impedire l’atterraggio. Il velivolo è comunque riuscito ad atterrare a Hodeidah, ma qualche ora dopo gli houthi hanno risposto lanciando un missile contro l’aeroporto di Abha, nel sud-ovest dell’Arabia Saudita. I danni sono stati limitati, non ci sono state vittime, ma la tensione è andata crescendo subito dopo, quando Axios ha riferito di una telefonata fatta alcuni giorni prima, il 10 luglio, da Mohammed bin Salman a Donald Trump, in cui l’erede al trono saudita avrebbe chiesto la benedizione della Casa Bianca per attaccare gli houthi, benedizione che Trump avrebbe concesso. Una nuova guerra, stavolta fra i sauditi e gli houthi, comporterebbe la chiusura dello Stretto di Bab el Mandab e la fine della navigazione nel Mar Rosso. Un’eventualità che, se messa in combinazione con la chiusura dello Stretto di Hormuz, assesterebbe il colpo di grazia al commercio mondiale. Per Mohammed al Basha, del Basha Report Risk Advisory, la situazione è grave ma non drammatica. “I fatti vanno ridimensionati. Nonostante quanto scritto da Axios, l’unica linea rossa, per gli americani, sarebbe la chiusura del Mar Rosso o l’attacco alle infrastrutture energetiche. Per ora le aggressioni da una parte e dall’altra hanno avuto un impatto limitato, con un attento calcolo del rischio: l’aereo iraniano è atterrato comunque a Hodeidah e il terminal saudita colpito ha fatto pochissimi danni”.
Al centro di tutto c’è l’aeroporto di Sana’a, che per i terroristi yemeniti è ormai il simbolo del loro isolamento internazionale. Lunedì gli houthi hanno intimato a tutte le compagnie di evitare lo spazio aereo saudita finché l’aeroporto di Sana’a non sarà riaperto. La volontà degli houthi sarebbe quella di riaprire le rotte aeree verso il resto del mondo arabo, verso l’Iran soprattutto, mentre quella dei sauditi è ovviamente di impedirlo, per paura che i terroristi facciano arrivare a Sana’a armi o militari iraniani. Lo scorso 2 luglio, gli houthi ci avevano già provato una prima volta, sempre con un volo Mahan Air, che aveva portato una loro delegazione da Sana’a a Teheran. Il governo yemenita aveva protestato contro quella che era “una palese violazione della sovranità della Repubblica dello Yemen e una sfida sfacciata al diritto internazionale e alle pertinenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu”. Il senso di quella contesa era che mentre gli houthi e l’Iran vogliono imporre come dato di fatto i voli diretti fra Sana’a e Teheran, il governo filosaudita non intende invece dare il permesso di sorvolo ai mezzi Mahan Air, sanzionati dal Tesoro americano e usati dai pasdaran per trasportare armi ai loro alleati.
L’analista Nadwa al Dawsari spiega che gli houthi hanno provato “a imporre una nuova realtà sul terreno”, testando la volontà dei sauditi di prediligere la linea del negoziato a quella della forza. “La preferenza dell’Arabia Saudita per una de-escalation non è nata dal nulla – dice al Dawsari – E’ il risultato di anni di costosi attacchi missilistici e con droni da parte degli houthi contro città, aeroporti, infrastrutture petrolifere e installazioni militari saudite, attacchi che hanno contribuito a spianare la strada alla tregua del 2022 tra Riad e gli houthi. Teheran scommette che, una volta confrontati con una realtà consolidata, i suoi vicini finiranno per adattarsi”. Resta un dato di fondo però: imporre alla comunità internazionale come un dato di fatto l’apertura di una rotta aerea verso Teheran non ha solo un valore politico di legittimazione, ma è anche una boccata d’aria per l’economia agonizzate e per dare risposte alla disaffezione crescente fra gli yemeniti governati dai terroristi. Al di là delle mobilitazioni oceaniche, la realtà è stata raccontata di recente da un sondaggio fatto da una ong e centro di ricerca, il Corioli Institute, fra i 12 governatorati sotto il controllo degli houthi. Ne è venuto fuori che circa il 47 per cento degli intervistati vive in condizioni di grave difficoltà finanziaria: quasi un terzo afferma di non potersi permettere cibo a sufficienza per la propria famiglia, e un altro 40 per cento dichiara di potersi permettere solo cibo e nient’altro.