Per l’America ci sono tre scenari in Iran, nessuno è confortante

Con Hormuz, Teheran ha trovato “l’arma d’oro” che non si può bombardare. Qualche giorno di fuoco non risolve il dilemma

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Foto ANSA

Centosettanta obiettivi colpiti in quarantotto ore. Missili balistici e droni iraniani su Bahrein, Kuwait, Qatar e Giordania. Lo Stretto di Hormuz con venticinque attraversamenti il giorno 8 luglio, contro gli oltre cento del periodo pre guerra. Il greggio Brent a 78 dollari al barile, sopra i livelli pre conflitto. E’ questa la guerra tra Stati Uniti e Iran quattro mesi dopo l’avvio dell’Operazione Epic Fury del 28 febbraio. La domanda è semplice e scomoda: se mesi di campagna aerea convenzionale non sono riusciti a modificare la questione decisiva di questa guerra, che senso ha qualche altro giorno di fuoco? Clausewitz definiva la guerra la continuazione della politica con altri mezzi. Dallo Stretto, dall’8 luglio, si osserva non una campagna militare con un obiettivo definito ma una trattativa condotta con missili da crociera invece che con dispacci diplomatici. Una dinamica che Jonathan Panikoff, già alto funzionario dell’Intelligence nazionale americana per il medio oriente e ora all’Atlantic Council, ha definito con precisione “instabilità gestita, violenza ricorrente senza una via d’uscita permanente”.
Washington non può però bombardare all’infinito, o almeno con la stessa efficacia. Un’analisi del Csis (Center for Strategic and International Studies di Washington) aggiornata al 27 maggio 2026, basata sui documenti di bilancio del dipartimento della Difesa, evidenzia un consumo massiccio di missili da crociera, sistemi anti balistici e intercettori nel corso della guerra in Iran, con tempi di ripristino dei livelli pre conflitto stimati tra il 2029 e l’inizio degli anni 2030. Katherine Thompson, già funzionaria dell’Amministrazione Trump e ora al Cato Institute, ha dichiarato al Congresso che “non torneremo ai livelli pre guerra prima dell’inizio degli anni 2030”. Il Csis identifica in questo depauperamento “una finestra di vulnerabilità per un potenziale conflitto nel Pacifico occidentale”. Non è un’espressione teorica: il segretario reggente della Marina statunitense, Hung Cao, ha dichiarato ai legislatori che gli Stati Uniti hanno messo in pausa una vendita di armamenti a Taiwan da 14 miliardi di dollari “per assicurarci di avere le munizioni necessarie” per la guerra in Iran. Ogni giorno di fuoco nello Stretto allarga quella finestra.
Lo stallo ha una dinamica precisa, che spiega perché ripetere la stessa forma di combattimento per ulteriori giorni non produca risultati diversi da quelli delle settimane precedenti. La chiusura dello Stretto non è un effetto collaterale della guerra: è diventata l’obiettivo centrale della strategia iraniana. Due fonti di alto livello vicine ai vertici del regime hanno detto a Reuters che Hormuz è l’“arma d’oro” dell’Iran, qualcosa che “sarà assolutamente impossibile” sottrarre a Teheran. Il consigliere del negoziatore capo Ghalibaf, l’economista Majid Shakeri, ha sintetizzato sulla televisione di stato: “Il fatturato è subordinato al controllo”. Tradotto: l’Iran è disposto a perdere i proventi petroliferi pur di non cedere la gestione dello Stretto. Sempre secondo Reuters, Teheran ha condizionato l’avvio dei negoziati sul nucleare all’accettazione americana della propria autorità sullo Stretto, trasformando quella condizione in un prerequisito che svuota di contenuto qualsiasi trattativa finché rimane in piedi. Questa posizione nasce dal 28 febbraio, quando l’attacco americano-israeliano ha eliminato Khamenei e i vertici del regime: in quel momento l’Iran ha ritenuto di non avere più nulla da perdere e ha chiuso lo Stretto. L’averlo fatto ha rivelato la portata reale di quella leva, che ora Teheran intende formalizzare. Cederla significherebbe, nelle parole di una fonte vicina al regime, che “Trump intensificherebbe le sue richieste in altri settori, tra cui il dossier nucleare e le scorte di missili convenzionali”. Una resa, nella lettura di Teheran, e questo “non è possibile”. La posizione non è irrazionale: è quella di un attore che conosceva la propria arma ma non ne aveva ancora misurato la portata, e che ora non intende rinunciarvi.
Lo Stretto non si apre con ulteriori attacchi alle installazioni militari costiere iraniane. La chiusura dipende dalla percezione credibile che qualsiasi nave possa essere colpita, una percezione che si alimenta con droni a basso costo, mine navali da 1.500 dollari e trasmissioni radio che ordinano ai comandanti di invertire la rotta senza sparare un colpo. Teheran conta sul fatto che Trump non voglia essere trascinato in una guerra aperta senza fine e che i paesi del Golfo lo spingano a fermarsi: il greggio Brent è sceso del 2 per cento a 76 dollari il 9 luglio nonostante 170 obiettivi colpiti nelle quarantotto ore precedenti. I mercati non stanno scontando una guerra: stanno scontando uno stallo gestito. Se ulteriori bombardamenti convenzionali non spostano l’obiettivo centrale, l’alternativa militare reale è passare le linee rosse che Washington non ha ancora attraversato. Trump ha minacciato esplicitamente i dissalatori che forniscono acqua potabile all’Iran, le centrali elettriche, l’isola di Kharg da cui transita il 90 per cento del greggio iraniano. Axios ha riportato che la seconda ondata di attacchi del 9 luglio ha incluso, per la prima volta in mesi, obiettivi infrastrutturali all’interno dell'Iran, senza specificarne la natura. Se questa soglia venisse attraversata sistematicamente, lo scenario cambierebbe in modo radicale: un Iran a corto di acqua potabile, energia elettrica e capacità di esportare petrolio entrerebbe nel caos nel giro di poche settimane. Questo cambio di scenario ha però un costo reale. Colpire sistematicamente le infrastrutture civili configura una violazione delle Convenzioni di Ginevra: è la strategia adottata dalla Russia contro la rete elettrica ucraina dall’autunno 2022, condannata come crimine di guerra. Se Washington percorresse la stessa strada, si troverebbe a operare sullo stesso piano reputazionale di Mosca, con conseguenze difficilmente calcolabili sulla propria credibilità internazionale. Non è detto che questo costo sia insostenibile, ma è reale. A questo si aggiunge la pressione del calendario elettorale che l’Iran conosce molto bene. Le elezioni di midterm sono tra meno di quattro mesi, l’indice di approvazione di Trump è al 34 per cento nel sondaggio Reuters/Ipsos del 23 giugno e i prezzi della benzina sono saliti da 2,98 a 3,85 dollari al gallone dall’inizio del conflitto. Aaron David Miller, che ha negoziato per il medio oriente sotto Amministrazioni sia democratiche sia repubblicane, ha dichiarato a Reuters che Trump si trova in una posizione da cui è difficile uscire con risultati concreti, qualunque sia lo strumento scelto, militare o diplomatico.
Le opzioni sul tavolo sono tre, e nessuna è confortante. La prima è ripetere gli scambi di fuoco convenzionali sperando che l’Iran ceda: tutti gli analisti concordano che non accadrà, perché Teheran ha reso il riconoscimento della propria autorità sullo Stretto un prerequisito di qualsiasi negoziato nucleare. La seconda è attraversare le linee rosse sulle infrastrutture civili, con il costo reputazionale e giuridico appena descritto. Resta una terza via, che nessuno pronuncia esplicitamente: tornare al tavolo con concessioni reali, negoziando un testo che risolva la sovranità sullo Stretto invece di aggirarla con un’ambiguità firmata da entrambe le parti. E’ la via che comporta i costi minori nel breve termine, e dista parecchio dalla “resa incondizionata” dell’Iran che Trump aveva annunciato il 17 giugno. Qualche altro giorno di fuoco non risolve questo dilemma. Lo rinvia, consumando nel frattempo missili che serviranno altrove per presidiare altri teatri e concedendo a Teheran altro tempo per consolidare la propria narrazione di sopravvivenza. Il paradosso di questa guerra è che la parte che ha subìto i danni maggiori sul piano militare convenzionale è anche quella che ha ottenuto la leva strategica più duratura. Non perché abbia vinto. Perché ha trovato un’arma che non si bombarda.