Esteri
L'establishment sei tu •
Le Pen, Farage e i limiti del modello di potere trumpiano, tutto soldi opachi e vittimismo
Negare tutto, gridare al complotto, incolpare l'establishment: la ricetta funziona sempre meno, e forse lo sa anche Trump
11 LUG 26

La popolarità di Donald Trump tra i sovranisti europei non è più quella di un tempo, il presidente americano che fa le guerre e che vuole annettersi la Groenlandia non rispetta le promesse e le linee guida, ma ci sono alcuni elementi del modello di potere di Trump che continuano a essere il format di riferimento. Lo abbiamo visto questa settimana in Francia e nel Regno Unito: Marine Le Pen si ricandida all'Eliseo, nonostante la condanna per l'utilizzo improprio di fondi al Parlamento europeo, e dice di non aver fatto nulla di sbagliato e che l'establishment vuole azzopparla nelle aule di tribunale perché non riesce a farlo nelle urne; Nigel Farage si è dimesso da parlamentare per ricandidarsi, sospendendo così l'indagine della commissione parlamentare sui 5 milioni di sterline ricevuti in donazione e non registrati: dice di non aver fatto nulla di sbagliato e che l'establishment vuole azzopparlo con le inchieste perché non riesce a farlo nelle urne. Fondi malgestiti o dalla provenienza opaca, negare tutto e sempre e ovunque, vendersi come vittima di un complotto: questo è il trumpismo in purezza, un miscuglio di corruzione e illegalità sbattuto in faccia al resto del mondo in modo sfrontato, e chi dice qualcosa è un cacciatore di streghe. E' il popolo che deciderà, dice Trump e dicono i suoi emulatori, che più passa il tempo più faticano a non essere identificati con l'establishment, basta vedere Farage che a Clacton, dove ci sarà l'elezione suppletiva il 13 agosto, è l'unico candidato dell'establishment: l'outsider è Count Binface con la sua tuta spaziale e un bidone della spazzatura sulla faccia. E il popolo potrebbe pure porsi la domanda sui soldi, di fronte ad arricchimenti forsennati e a continui scandali di fondi misteriosi usati a titolo personale.
Durerà questo format, e funziona anche in Europa, si sono chiesti alcuni media europei? La risposta non c'è, ma di recente c'è stata la sconfitta elettorale in Ungheria di Viktor Orbán, un altro emulatore di corruzione, vittimismo e lotta all'establishment (dopo sedici anni di accentramento del potere!), che, di fronte a un'alternativa politicamente non distante ma depurata della cleptocrazia, del vittimismo e della lotta a fantomatiche élite, è crollato. Ogni paese ha la sua storia, i paragoni sono inevitabilmente parziali – Le Pen e Farage non sono mai stati al potere – ma se lo stesso Trump si è messo a licenziare gli ultimi tre membri rimasti della Commissione federale elettorale che assiste i funzionari che si occupano della gestione delle elezioni in ogni stato, se si è messo a interferire nelle riforme sui collegi elettorali, forse ha lui stesso il timore che il suo cocktail di bugie, di vittimismo e di addossare la colpa a una persecuzione nei suoi confronti non sia più sufficiente per avere successo, ci vuole un rabbocco di illiberalismo, forzando le regole finché non si spezzano.
Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi
