Esteri
La Russia in trincea •
Le nuove élite russe, fra governatori-veterani e miliardari-negoziatori
Mosca sente tutti i danni della guerra, ma nessuno mostra a Putin la via d’uscita. Il caso Melnichenko e l'Economist
11 LUG 26

I veterani di guerra sono diventati una risorsa politica per Vladimir Putin, il nuovo grado nel mutamento continuo delle élite che rimescola e mette al suo fianco. Per il capo del Cremlino, l’aggressione contro l’Ucraina rimane l’opera più importante della sua carriera sterminata, quindi chi ha partecipato all’invasione può tutto. Secondo questo principio ha scelto come governatore dell’oblast di Belgorod il generale Alexander Shuvaev, che ha partecipato all’invasione dell’Ucraina e, al suo ritorno, ha avviato la sua carriera politica. Da maggio è a capo di uno dei luoghi più problematici della Russia, sempre sotto il fuoco di Kyiv. Belgorod è una regione di confine, per le sue strade passano i rifornimenti dell’esercito russo in direzione di Kharkiv.
L’Ucraina colpisce Belgorod per danneggiare strade e ponti, bloccare le vie di comunicazione. I cittadini cercano una risposta dalle autorità e sono poco soddisfatti delle spiegazioni fornite dal governatore-veterano, che si limita a fare elenchi di droni, danni e vittime. Poco conta, per gli abitanti di Belgorod, la sua carriera militare e l’esperienza in Ucraina. Putin invece ha messo al centro di tutto la guerra ed è pronto a difendere la sua prosecuzione in ogni modo, nonostante le difficoltà evidenti, le carenze di carburante, gli attacchi ucraini che arrivano sempre più in profondità, le sconfitte nel Mar Nero e nel Mar d’Azov. Secondo il Financial Times, i droni ucraini hanno disintegrato circa il 30 per cento della capacità di raffinazione del petrolio, ma Putin non pensa a trattare, va avanti, ha messo in trincea un intero paese che lo segue, nonostante tutto.
Ieri l’Economist aveva in copertina la storia di Andrey Melnichenko, “il re mondiale dei fertilizzanti e il più grande industriale russo”. Melnichenko viveva all’estero prima dell’inizio dell’invasione totale dell’Ucraina, dopo il 2022 ha deciso di tornare in Russia. Il settimanale britannico titola la sua copertina: “L’uomo che avrebbe cambiato la Russia” e dà a Melnichenko lo spazio per spiegare il suo punto di vista e di lanciare un allarme su un futuro in cui il suo paese esce umiliato o isolato. Scrive Melnichenko in un saggio che l’Economist pubblica per intero: “In occidente si stanno discutendo quattro scenari per la Russia del dopoguerra. Pur variando nella loro formulazione politica, ognuno di essi implica la perdita o la limitazione della sovranità, distruggendo così l’unico meccanismo che rende possibile un comportamento responsabile”. Il primo scenario che raffigura l’oligarca è quello della Russia umiliata e incattivita che potrebbe muovere ancora guerra, il secondo immagina Mosca dipendente da Pechino pur mantenendo formalmente la sua sovranità, il terzo invece prevede la frammentazione della Federazione, il quarto dipinge una Russia-fortezza, isolata e sempre più imprevedibile. E’ proprio la prevedibilità il punto su cui si concentra l’oligarca, scrivendo che al mondo esterno serve una Russia prevedibile, quindi affidabile e ora il dovere di tutti è allontanarsi dall’abisso: “La scelta che si pone al mondo non è tra amore per la Russia e odio per essa, tra punizione e perdono, tra chiarezza morale e cinismo politico. E’ tra due tipi di futuro: uno in cui le grandi potenze imparano di nuovo a rispettare la sovranità altrui, e uno in cui ciascuna tenta di ridurre le altre a oggetti di controllo. La seconda strada ci ha già condotti fin qui”. Melnichenko non prende mai le distanze da Putin, giustifica l’idea di una guerra nata come un conflitto contro l’occidente, in cui l’Ucraina è soltanto un campo di battaglia. La decisione dell’Economist di pubblicare le parole del miliardario è stata molto criticata, presenta però due meriti: mostra ancora una volta l’insoddisfazione del mondo imprenditoriale russo nei confronti della situazione economica (non della guerra) e svela che anche chi vede tutti i problemi che il conflitto ha portato al paese non ne prende le distanze, cerca giustificazioni, pronuncia un generico invito a comprendere ancora una volta la Russia e quelle che Vladimir Putin e i suoi funzionari chiamano “le ragioni profonde della guerra”.
Il capo del Cremlino aveva promesso ai russi che il conflitto non li avrebbe toccati, invece i droni sono in casa, il carburante manca, i soldati muoiono al fronte e anche i civili sono vittime delle incursioni ucraine. Neppure le vacanze sono più assicurate, visto che le vie di comunicazione con la Crimea, la penisola strappata illegalmente all’Ucraina che garantì a Putin una repentina e consolidata crescita in popolarità, sono pericolose. L’unica soddisfazione di Mosca resta la vendetta contro i civili ucraini, le bombe sulle città rimaste senza difese contro i missili balistici. Prima che iniziasse il vertice della Nato ad Ankara, questa settimana, il Cremlino aveva detto che avrebbe seguito gli sviluppi con molta attenzione. Forse si aspettava un litigio fra Donald Trump e i suoi alleati, eppure proprio da Trump è arrivata una sorpresa: il via libera per la licenza della fabbricazione dei Patriot in Ucraina e nuove consegne di intercettori previste a giorni. Se i cieli di Kyiv sono protetti, a Putin non resta neppure la rappresentazione della sua rabbia mortifera contro i civili ucraini.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)
