Una rete spessa, oltre Trump. Il ruolo e il piano di Carney per rimodellare la Nato

Non ha sposato la tattica adulatoria del segretario generale della Nato, Mark Rutte, ma nemmeno la cautela di altri leader europei e ha costruito connessioni, in particolare con gli europei. Gli studi del premier canadese per emancipare l’occidente dall’America

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Mark Carney (foto Epa, via Ansa)

Per la prima volta dalla caduta del Muro di Berlino, il Canada ha raggiunto l’obiettivo del 2 per cento del pil da destinare alla difesa, ha detto il premier canadese Mark Carney, arrivando al vertice della Nato ad Ankara, e qualcuno ha avuto un sussulto: perché proprio il riferimento al 1989? Forse perché questo è un momento epocale per l’Alleanza atlantica e per l’occidente, e se c’è uno che si è accorto che il nostro mondo stava cambiando è proprio Carney, che all’inizio del 2025, appena eletto, come prima cosa commissionò una review di cui avrebbe discusso rigorosamente a tu per tu con i suoi più stretti collaboratori, nel suo ufficio o a bordo del CanForce 1, l’aereo del premier: quanto dipendeva il Canada dagli Stati Uniti per quel che riguarda l’archiviazione dei dati, l’hardware militare, l’elaborazione dei pagamenti e persino il cibo? Questo e altri dettagli rivelatori sono raccontati dal Wall Street Journal nei due imprescindibili articoli che ha pubblicato questa settimana sull’emancipazione dell’Europa e del Canada dall’America di Donald Trump: Carney ha avuto un ruolo strategico rilevante nello studiare prima la dipendenza dagli Stati Uniti e poi il modo per ridimensionarla.
Ad Ankara, Carney ha detto che Trump “ha vinto il dibattito” sulla distribuzione degli oneri all’interno della Nato, prendendo atto del fatto che anche i predecessori dell’attuale presidente americano avevano chiesto agli alleati di assumersi maggiori responsabilità: è successo, dice il premier canadese, “l’onere è stato trasferito”, “spendevamo l’uno e mezzo per cento del pil in difesa e nei prossimi due anni arriveremo al 4, questo vi dà l’idea dell’entità del nostro sforzo”. Europa e America hanno fatto i compiti assegnati – con le minacce – da Trump, e questa trasformazione non ha soltanto a che fare con le armi e con l’assetto militare ma con un ripensamento dell’Alleanza stessa, che secondo Carney è “una rete spessa di connessioni” tra tutti i paesi che non sono l’America. A febbraio, nel citatissimo e applauditissimo discorso al Forum economico di Davos (che Carney ha scritto in un due ore arrivando in Svizzera), il premier canadese aveva fissato le linee strategiche di questa sua visione, dicendo che “la nostalgia non è una strategia” e che le medie potenze avrebbero dovuto unirsi e fare rete per contrastare la voracità delle grandi potenze. Trump non prese bene le parole di Carney, disse che era “ingrato”, il termine che il presidente americano usa di più in assoluto, e che “il Canada vive grazie agli Stati Uniti, ricordatelo Mark, la prossima volta che rilasci le tue dichiarazioni”.
A differenza di altri leader, il premier canadese non ha mai avuto reazioni istintive o emotive nei confronti delle minacce e degli attacchi di Trump, pure se più volte si è sentito dire che il paese che governa non esiste e che avrebbe potuto evitare ai canadesi i dazi bestiali imposti dall’America se solo avesse acconsentito a diventare uno stato americano. Carney non ha sposato la tattica adulatoria del segretario generale della Nato, Mark Rutte, ma nemmeno la cautela di altri leader europei – il Wall Street Journal riporta la risposta del premier canadese al premier britannico Keir Starmer, che invitava a salvare la relazione con gli Stati Uniti: “Non c’è nessuna relazione da mantenere!”. Carney ha costruito la rete spessa di connessioni, in particolare con gli europei, visitando le nostre capitali con grande frequenza, entrando a far parte di progetti di difesa dell’Unione europea, siglando contratti militari per la produzione di nuove armi con i paesi europei, mantenendo alto l’impegno nella difesa dell’Ucraina, e ampliando questo progetto di emancipazione ad altri settori. E’ così che gli alleati hanno iniziato ad accelerare gli investimenti nello spazio, nella difesa, nell’informatica quantistica e nei sistemi di pagamento in modo da costruire sistemi che possano funzionare senza la tecnologia statunitense – spesso in modo quieto, per non indispettire gli americani che da un lato vogliono che gli alleati facciano la loro parte ma dall’altro pretendono che la facciano senza diventare autonomi, come dimostrano le rappresaglie contro il “buy european” nel settore delle armi.
La vicenda della Groenlandia ha segnato Carney come tutti gli altri europei – le mire di conquista di Trump sull’isola artica sono una minaccia esistenziale per la Nato – ma nel frattempo l’entourage del premier canadese aveva studiato libri di psicologia per decifrare le dichiarazioni di Trump ed evitare scontri diretti che sarebbero stati devastanti perché certo, il processo di de-americanizzazione è in corso, ma la dipendenza, in particolare commerciale, è tutt’altro che superata. Ma Carney è riuscito a far passare la sua idea della rete, ne ha costruita una buona parte, ha pericolosamente deciso che anche la Cina deve far parte di questo modello di contrappeso, ed è diventato cruciale nella ridefinizione dell’Alleanza. Circola una battuta: se Trump darà seguito alla minaccia di uscire dalla Nato, l’alleanza potrà almeno conservare il nome, North Atlantic Treaty Organization, grazie a dove è posizionato sulla mappa il Canada.