L'Ottagono di al Sisi, che tiene i centri del potere lontani dal popolo affamato

La megastruttura, cuore del potere militare, inaugurata del dittatore per cancellare i luoghi della rivoluzione. Pagano gli egiziani, già ridotti alla fame

9 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 09:36
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Una visuale dall'alto dell'Ottagono inaugurato domenica

Come Luigi XIV trasferì la sua corte da Parigi a Versailles per metterla al riparo dalle proteste del popolo, così Abdel Fattah al Sisi ha spostato il cuore dello stato fuori dal Cairo. Domenica, per la prima volta da oltre 10 anni, il presidente egiziano ha indossato l’alta uniforme militare carica di medaglie. La moglie, Entissar al Sisi, ha sfoggiato un vestito bianco con geroglifici in oro che componevano la frase: “Ai suoi occhi, una patria. Nel suo cuore, la storia. E il suo cuore è d’oro”. Con un cerimoniale imponente hanno inaugurato l’Ottagono, una struttura fantascientifica, il più grande centro di comando militare al mondo, centro dell’apparato di sicurezza egiziano. “E’ il simbolo della Nuova Repubblica”, ha annunciato il dittatore. Per i detrattori, è invece l’altare su cui il popolo vede sacrificato tutto ciò che si era illuso di avere conquistato con le primavere arabe. “C’è stato un giorno in cui la Corte costituzionale fu assediata. E un altro giorno in cui il Consiglio dei ministri fu assediato. E un altro giorno hanno minacciato il ministero della Difesa. Era imperativo che lo stato lasciasse la capitale e che questa situazione non si ripetesse”, ha detto al Sisi. Con questa mossa, le piazze e le strade invase nel 2011 di fatto sono state sequestrate dal presidente. Ora che è lui il nuovo Mubarak, l’intenzione è scongiurare che ci sia in futuro una nuova Mohammed Mahmoud Street, la via che da Piazza Tahrir portava al ministero dell’Interno, luogo di massacri indelebili nella memoria degli egiziani. 
Un ricordo che al Sisi tenta oggi di offuscare con le sue parole. Domenica ha rievocato le proteste contro Mubarak dipingendole come un pericolo scampato: “Ricordo sempre gli eventi del 2011 perché Dio onnipotente ha salvato l’Egitto e ci sono nazioni che hanno vissuto circostanze simili nel 2011 e ne subiscono ancora oggi le conseguenze”. “Lo stato di al Sisi non è stato concepito intorno al cittadino come soggetto politico. E’ stato concepito intorno al cittadino come un problema di sicurezza”, spiega il giornalista egiziano Hossam el Hamalawy.
In quella che al Sisi chiama la “Nuova Repubblica”, “il ruolo dell’esercito non si limita più alla difesa dei confini – dice il giornalista e blogger –. Ora, per Costituzione, ha il potere di definire lo stato, tutelarne lo ‘status civile’, controllare le dinamiche politiche e intervenire ogniqualvolta gli ufficiali ritengano che i civili abbiano fallito”. La militarizzazione dello stato impone la militarizzazione degli spazi, che pure sono ancora identificati con nomi generici: l’area nota come la “Nuova capitale” dentro cui si sviluppa l’Ottagono è una cattedrale nel deserto a est del Cairo, costruita con montagne di denaro proveniente dal Golfo. L’ultima stima parlava di oltre 60 miliardi di dollari, ma ormai secondo gli esperti la cifra è lievitata abbondantemente. Prima ancora era stato eretto il nuovo palazzo presidenziale di Nuova el Alamein. “L’Egitto è grande”, ha sempre spiegato al Sisi a chi gli chiedeva il perché di una moltiplicazione di residenze sfarzose. Il sottinteso è che sparpagliandoli per il paese si mettono al sicuro i centri del potere. Per el Hamalawy, l’Ottagono incarna però anche un azzardo, non solo dal punto di vista economico: “Un progetto concepito per proteggere l’ordine costituito dagli egiziani potrebbe anche indebolire le difese dell’Egitto contro un serio avversario straniero, perché la stessa centralizzazione che contribuisce a isolare il potere dalla società può trasformare il centro di comando militare dello stato in un bersaglio vulnerabile”.
Se per al Sisi l’Ottagono rappresenta la cancellazione della geografia rivoluzionaria, la chiusura di un cerchio aperto con il colpo di stato del 2013, per l’economia egiziana è l’ennesimo affronto a una realtà che invece, per le vie del Cairo ma anche nelle periferie, è drammatica e che il governo egiziano tiene nascosta. “E’ dal 2020 che il governo non pubblica un rapporto approfondito sul livello del tasso di povertà, cioè da quando ancora non c’era un impatto della guerra in Ucraina”, spiega Timothy Kaldas, vicedirettore del Tahrir Institute for Middle East Policy. Secondo le sue stime, circa un terzo della popolazione vive oggi al di sotto della soglia di povertà. Una stima confermata da un rapporto di due anni fa della Banca mondiale, che riferiva come “la povertà è aumentata in modo sostanziale rispetto all’ultimo tasso ufficialmente riportato, pari al 29,7 per cento nel 2019, a causa dell’impennata dell’inflazione registrata negli ultimi due anni”. Anche gli aiuti che arrivano dall’Europa, attraverso il Pacchetto di aiuto macroeconomico stanziato dalla Commissione Ue, prevederebbero che l’Egitto faccia dei rapporti e raccolga dati sulla povertà, dati che però non sono mai stati resi pubblici. Non che l’Ue se ne sia mai fatta un cruccio, se è vero che gli aiuti proseguono e cinque giorni fa sono partite le procedure per versare un altro miliardo e mezzo di euro al Cairo, parte di una somma totale che ammonta a 7,5 miliardi di euro stanziati nel 2024. “Dal 2020 a oggi la valuta egiziana ha perso due terzi del suo valore rispetto al dollaro, l’inflazione nel 2023 era arrivata al 40 per cento, portata a livelli record dai prezzi del cibo e delle bevande”, ricorda Kaldas. “Siamo convinti che la situazione nel frattemposia peggiorata ancora”. In un paese di oltre 120 milioni di abitanti, in cui oltre il 30 per cento della popolazione soffre di moderata o elevata crisi alimentare, al Sisi ora è alle prese con la riforma dei sussidi per il pane, che dovrebbero essere rimossi in cambio di una somma in contanti, “lasciando le fasce povere della società in balìa dell’inflazione, dei prezzi dell’energia, degli choc economici”, spiega l’esperto.
Nel frattempo, l’esercito resta saldamente in controllo dell’economia nonostante le richieste insistenti dei paesi del Golfo e del Fondo monetario internazionale di avviare riforme. Per la verità, la liberalizzazione è intesa da al Sisi in modo del tutto singolare, come nel caso di Mustaqbal Misr, un’agenzia per lo sviluppo agricolo imbottita di debiti. Due giorni fa, il Parlamento ha approvato la sua trasformazione da società controllata dalle Forze armate a fondo sovrano. Insomma, saranno gli egiziani a pagare i debiti dei militari, anche stavolta.