L’Indo-Pacifico vuole più Nato

Ad Ankara i quattro partner della regione portano idee (e soldi)

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"Giappone, Regno Unito, Italia, Germania, Canada, Nuova Zelanda, Australia. Traspare un'atmosfera di connessioni consolidate da tempo". Dal profilo X di Shinjiro Koizumi

Solo nella giornata di ieri Shinjiro Koizumi, popolare e influente ministro della Difesa giapponese, ha dedicato ben cinque post su X, il vecchio Twitter, per celebrare la sua amicizia con i rappresentanti del governo italiano: foto con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, foto con il suo omologo Guido Crosetto e poi con il ministro degli Esteri Antonio Tajani, ma poi anche una foto collettiva con i ministri della Difesa di Italia, Canada, Germania e Regno Unito, tutti sorridenti. Koizumi li ha incontrati ad Ankara, al Summit della Nato, dov’era parte di una grossa delegazione dell’esecutivo nipponico guidato dalla prima ministra Sanae Takaichi. Il governo giapponese è arrivato nella capitale turca carico di aspettative e di una spinta propositiva che stonava non poco con il clima un po’ più plumbeo degli europei, e lo stesso vale per gli altri Indo-Pacific Four, cioè, oltre al Giappone, la Corea del sud, l’Australia e la Nuova Zelanda. I partner asiatici dell’Alleanza atlantica, che fino a qualche anno fa erano un pezzo per lo più coreografico delle riunioni più politiche e strategiche della Nato, da qualche anno hanno iniziato a essere tasselli fondamentali dei summit. C’entrano l’America di Trump e la globalizzazione delle crisi. 
Il ministro dell’Industria della Difesa australiano, Pat Conroy, ha detto che “le sfide alla sicurezza odierne non possono essere circoscritte geograficamente. Oggi, ogni conflitto è globale”. Per i paesi dell’Indo-Pacifico la Nato rappresenta l’alleanza della Difesa più forte e funzionale nel contenimento dei paesi autoritari che vogliono modificare lo status quo e l’ordine basato sulle regole. Nel mondo in cui il capo della Casa Bianca è Donald Trump, il rafforzamento di quelle alleanze limita i danni di un eventuale disimpegno americano – che fino a oggi, soprattutto nell’Indo-Pacifico, ha garantito la pace e la deterrenza nella regione. E’ anche per questo che il rappresentante del governo australiano, per esempio, ha ringraziato il segretario generale della Nato Mark Rutte per aver sollevato il problema dell’ultimo test missilistico cinese, quello di un missile balistico intercontinentale a capacità nucleare, lanciato da un sottomarino a propulsione nucleare lunedì scorso. Rutte ieri ha rassicurato i rappresentanti della regione e ha detto che la Nato “è sul pezzo” e che nessuno dovrebbe essere ingenuo riguardo alla Cina. “Tempi incerti richiedono azioni più audaci e una cooperazione più rapida”, ha scritto in un post su X ieri il presidente sudcoreano Lee Jae Myung, anche lui presente al vertice di Ankara. La sua partecipazione, con parte del governo di Seul, è una mezza rivoluzione: Lee è il rappresentante di una parte del Partito democratico che aveva a lungo criticato, in passato, l’avvicinamento dei conservatori alla Nato, e perfino l’apertura di un ufficio sudcoreano nel quartier generale di Bruxelles. Ora, da presidente, dice chiaramente che la Corea del sud deve cooperare e coordinarsi con l’Alleanza atlantica: “Come abbiamo messo in comune le nostre conoscenze per rispondere alla crisi energetica, spero che possiamo unire i nostri rispettivi punti di forza nell’industria della difesa e aprire una strada verso una crescita condivisa”. In un bilaterale con Rutte, la Corea del sud ha ottenuto l’autorizzazione ad “allineare gli standard tra i sistemi d’arma e migliorare l’interoperabilità”, che significa iniziare a trasformare l’industria della Difesa coreana, cioè una delle più potenti d’Asia e del mondo, in un’industria allineata agli standard Nato.
Per i paesi democratici che non sono membri dell’Alleanza atlantica, ma solo partner, la Nato è un’opportunità economica e politica, ma anche la più classica delle piattaforme di coordinamento della Difesa, e il loro interesse nei confronti dell’occidente corrisponde spesso a uno scarso interesse occidentale nei confronti delle dinamiche asiatiche. Il Giappone, per esempio, è arrivato ad Ankara – e prima ancora al G7 francese – carico di aspettative, anche di solidarietà, ma con alle spalle la fortissima pressione della Repubblica popolare cinese, che martella quotidianamente sul “pericolo giapponese”. Da Washington ha ricevuto pochissime rassicurazioni, ma anche in Europa nessuno ha voglia di alzare troppo la voce contro Pechino per difendere Tokyo.