Così la ritirata di Trump ha dato a Kyiv mano libera contro Putin

Tagliando il sostegno all'Ucraina, il presidente degli Stati Uniti ha perso allo stesso tempo la facoltà di condizionarne le decisioni sul campo. E la Russia ha subito più di un duro colpo da allora

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Durante la campagna elettorale, Donald Trump ha promesso più e più volte che avrebbe posto fine alla guerra in Ucraina in 24 ore. Naturalmente non lo ha fatto. Siamo ormai a oltre 1.590 giorni di guerra e il conflitto continua. Ma qui sta l’ironia. Le azioni di Trump, nessuna delle quali pensata per aiutare l’Ucraina, potrebbero aver avvicinato la fine della guerra più di qualunque cosa sia avvenuta prima.
Torniamo a Joe Biden. Aveva promesso che gli Stati Uniti sarebbero rimasti al fianco dell’Ucraina “per tutto il tempo necessario” e ha inviato oltre 66 miliardi di dollari in aiuti militari. Era un sostegno importante. Ma veniva accompagnato da una condizione paralizzante. In cambio delle armi americane, Washington pretendeva che l’Ucraina non facesse nulla che potesse generare l’escalation del conflitto. L’Amministrazione Biden aveva preso sul serio fino in fondo il ricatto nucleare di Putin e aveva imposto a Kyiv una posizione impossibile. In pratica, significava che l’Ucraina poteva colpire le forze russe solo dopo che queste avevano attraversato il confine ed erano entrate in territorio ucraino. L’assurdità è evidente. La Russia poteva ammassare truppe al confine in totale sicurezza. L’Ucraina doveva aspettare che quelle truppe invadessero il suo territorio prima di poter rispondere al fuoco. Così la guerra è andata avanti. La Russia ha subìto perdite enormi, eppure il tempo continuava a giocare a suo favore. Poi è arrivato Trump. Una delle sue prime mosse è stata ridurre i flussi di denaro e armi americane. Ha chiesto all’Ucraina di rimborsare agli Stati Uniti gli aiuti forniti da Biden attraverso un accordo sbilanciato sulle risorse minerarie. E ha umiliato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky davanti al mondo durante quell’incontro nello Studio ovale, dicendogli: “Non hai carte in mano”.
E’ stato demoralizzante per l’Ucraina e per chiunque voglia vedere la Russia perdere questa guerra. Ma ha aperto una porta. Quando Washington ha smesso di finanziare l’Ucraina, ha anche perso la capacità di darle ordini. Il guinzaglio si è spezzato. Gli Stati Uniti non potevano più imporre all’Ucraina di risparmiare obiettivi all’interno della Russia. Quel singolo cambiamento ha alterato il corso della guerra. Da mesi, l’Ucraina usa i propri droni e missili per colpire sistematicamente l’industria russa della raffinazione e dell’export petrolifero. Ci svegliamo con immagini di raffinerie in fiamme in tutta la Russia. Quando Putin ha aperto a giugno il suo principale forum economico a San Pietroburgo, il cosiddetto “Davos russo”, l’evento è iniziato con un attacco ucraino al terminal petrolifero della città e con colonne di fumo nero sopra lo skyline. Una nave da guerra bruciava nel porto. Gli invitati si sono trovati davanti allo spettacolo della guerra che tornava in Russia.
Il danno è reale. Alla fine di maggio, la raffinazione russa è scesa al livello più basso degli ultimi vent’anni. Decine di regioni hanno introdotto razionamenti del carburante. Ci sono code ai distributori e in Crimea le pompe hanno smesso di servire gli automobilisti comuni. Una superpotenza del petrolio e del gas non riesce più a fornire benzina ai propri cittadini. E’ un fatto notevole. Mentre Trump e l’Europa esitano sulle sanzioni petrolifere, Zelensky ha imposto le sue, una raffineria in fiamme alla volta.
L’Ucraina sta colpendo anche fabbriche di armamenti e obiettivi militari, e sta strangolando le linee di rifornimento verso la Crimea occupata in modi che un anno fa non avremmo potuto immaginare. Trump aveva detto a Zelensky che non aveva carte in mano. Si scopre che è Putin ad avere ben poco in mano. Questo non è il momento di stare a guardare e applaudire. E’ il momento di aumentare la pressione. L’occidente dovrebbe aiutare l’Ucraina a finire il lavoro. Questo significa più armi. Significa più difesa aerea, perché l’inevitabile rappresaglia russa contro le città ucraine sia molto meno letale. Significa confiscare finalmente i circa 300 miliardi di dollari di riserve della banca centrale russa congelate, per lo più depositate in Europa, e consegnarli all’Ucraina per finanziare la guerra. Dopo più di quattro anni, quel denaro è ancora solo congelato, non sequestrato.
E significa imporre sanzioni secondarie alle raffinerie in India, Cina e Turchia che continuano a comprare petrolio russo, così da privare di liquidità la macchina bellica di Putin fino a fermarla. Ho passato più di dieci anni come uno degli oppositori più determinati di Vladimir Putin. So come interpreta la debolezza e so come interpreta la forza. Ha scommesso che l’occidente avrebbe perso il coraggio e che l’Ucraina sarebbe sempre stata tenuta al guinzaglio dai suoi stessi amici. Per una volta, quel guinzaglio si è spezzato. Il nostro compito adesso è fare in modo che resti così.
Bill Browder
finanziere e attivista politico, fellow dell’Institute for European Policymaking della Bocconi, amministratore delegato e cofondatore di Hermitage Capital Management, consulente per gli investimenti dell’Hermitage Fund, e visiting fellow presso la Saïd Business School dell’University of Oxford