Perché la Nato non può fare a meno dell'Ucraina

Tutti, anche i nemici, studiano la guerra del futuro degli ucraini e l'Alleanza ha un accesso privilegiato. Ma da Ankara i leader ossessionati da Trump dimenticano di mostrare la carta vincente: Kyiv

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In Polonia c’è una città nota come “la città della Nato”. E’ Bydgoszcz, si trova nella parte centrale del paese ed è piena di strutture dell’Alleanza atlantica. A Bydgoszcz si studia come si fa la guerra, si osserva, si capisce non come si combatte oggi, ma come si combatterà in futuro. Un lasso temporale che in guerra è questione non di anni, ma di settimane. A Bydgoszcz, per imparare a combattere e a non sprecare investimenti per la difesa si fa una cosa molto semplice: si guarda l’Ucraina. Il paradosso è che lo stesso fanno a Mosca, a Teheran, a Pechino, a Pyongyang. Nel 2026, chi vuole imparare a combattere, o per difendersi o per attaccare, studia le mosse di Kyiv e la rivoluzione che ha imposto nel campo di battaglia. Mosca stessa copia e riproduce e i suoi alleati iraniani, cinesi e nordcoreani la aiutano nella guerra perché sanno che al suo fianco hanno un accesso molto privilegiato alla guerra del futuro. La Repubblica islamica dell’Iran, dopo quattro anni di sostegno alla guerra di Mosca, ha messo in pratica contro gli americani le lezioni apprese dall’osservazione di Kyiv. I leader della Nato sono ad Ankara per il vertice ospitato dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan e ieri, prima ancora che la cena ufficiale avesse inizio, per evitare lo sprezzo del presidente americano Donald Trump, avevano già svelato accordi di difesa per decine di miliardi di dollari per l’acquisto di aerei da ricognizione e droni avanzati. I membri dell’Alleanza al vertice sono ossessionati dall’evitare che i commenti di Trump facciano fallire l’evento. 
In questo contesto in cui tutti i leader, in fila, si muovono in punta di piedi come funamboli sul cavo sospeso nel vuoto delle relazioni trumpiane, il messaggio di forza e unità che dovrebbero mandare al Cremlino sembra sfumare, rimpicciolirsi. Ciò che veramente rende forte l’Alleanza atlantica è l’accesso che ha alla guerra di Kyiv. Se Mosca deve rubare i segreti ucraini per imparare la guerra del futuro, alla Nato basta chiedere e infatti i paesi membri che entro la fine dell’anno avranno contratti per la produzione di droni saranno almeno sette.
Quando la Russia ha invaso l’Ucraina, i droni servivano soprattutto per ricognizione, oggi Kyiv produce milioni di droni con circa cinquecento produttori nazionali. Il modo di combattere risponde a logiche, movimenti, tempi diversi rispetto a quattro anni fa, tanto che il Wall Street Journal si domanda se sia il caso di chiamare questo nuovo modo di fare la guerra “evoluzione o rivoluzione”. Ieri il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha parlato davanti ai leader dell’Alleanza atlantica – Trump non c’era – e ha inanellato i risultati di Kyiv sul campo: l’alto numero di intercettazioni grazie alle nuove tecnologie – purtroppo ancora non ne ha una per abbattere i missili balistici – e anche le vittime nemiche si aggirano sui trentamila soldati russi ogni mese: “Non ne siamo orgogliosi. Lo diciamo per mostrare com’è la guerra moderna”, ha detto Zelensky che poi ha domandato ai suoi alleati: “Credete davvero che sarebbe giusto lasciare fuori dalla Nato un paese e un popolo con questo livello di capacità difensive?”. L’Ucraina possiede la più grande capacità di guerra con i droni al mondo, l’ha condivisa con paesi europei e del Golfo. “L’unica cosa che dobbiamo ancora fare qui in Europa è costruire una solida difesa contro i missili balistici russi. E’ una grande sfida, è vero. E’ l’ultimo grande vantaggio della Russia”.
Al vertice della Nato a Vilnius nel 2023, Zelensky si aspettava un gesto di apertura da parte dei suoi alleati. Non ci fu, si arrabbiò. Oggi, sono gli alleati a chiedere all’Ucraina di condividere i suoi risultati in un percorso ormai irreversibile che lega la Nato a Kyiv e viceversa. Zelensky l’ha chiamata l’“Alleanza del futuro”. Ad Ankara, però, tutti sono troppo concentrati su Trump e poco sulle carte vincenti.