Esteri
Estate con Ester •
I destini opposti dei fratelli Windsor e Gallagher
La visita del duca del Sussex a Londra riaccende le speranze di una tregua con Carlo, ma il muro con il fratello William resta intatto.Lo scisma mal riuscito e una maledizione shakespeariana. Tra rancori, memoir e orgoglio
8 LUG 26

Il principe Harry di Gran Bretagna lascia Chatham House a Londra (AP Photo/Alberto Pezzali)
Vengo, non vengo. Porto la famiglia, no arrivo solo. Mi fermo a dormire a palazzo, no vado in albergo. Questo il riassunto della visita di Harry a Londra, è arrivato lunedì per alcuni impegni (gli Invictus Games 2027 e la prima di un documentario di un amico, Misan Harriman) pare che abbia fatto scadere il timer per dire sì alla stanza di Buckingham Palace offerta dalla corte come ramo d’ulivo. E così sfuma – almeno per il momento, dicono i giornali – il tè con papà per un possibile inizio di tregua in famiglia. William invece non lo vuole proprio vedere manco col binocolo, la pace non s’ha da fare. Sono tornati insieme i fratelli Gallagher e la reunion finita in gloria (i giocatori della nazionale vincono e tutto il mondo sta cantando “Wonderwall”) dovrebbe insegnargli qualcosa: che insieme, anche se costa, è meglio che da soli.
Prima di perdere i capelli, il principe William era il più bello del reame. Scrive Tina Brown nei suoi Palace Papers che “Da bambino aveva preoccupato la regina Elisabetta, che lo considerava fuori controllo e bisognoso di una tata più severa”. Non era divertita dal fatto che dicesse: “Quando sarò re, farò una nuova regola per cui…”. Anche Diana ammise, dopo un tour di diciotto giorni in Canada senza di lui, che il suo “Wombat” stava diventando “un terrore”, sempre a correre, urtare tavoli e lampade, e rompere tutto. A quattro anni aveva l’abitudine sgradevole di dire alla tata Barbara Barnes: “Nessuno mi dice cosa devo fare! Quando sarò re ti farò punire”, e le maestre della Mrs. Mynors’ Nursery School lo consideravano un piccolo mostriciattolo viziato – veniva soprannominato “Basher Wills”. Teppistello. In quegli anni era Harry il figlio silenzioso e sensibile e cocco di Diana. “Harry è più tranquillo e osserva”, disse lei a un intervistatore. Spesso non andava a scuola perché raccontava di essere malato, forse per stare con la mamma. Diana diceva al cuoco di Kensington Palace, Darren McGrady: “Tu occupati dell’erede, io penso al secondo”.
Il povero figlio non destinato è il preferito di ogni Diana, solo che non si poteva prevedere che il buon Harry, che andava così bene quand’era il pagliaccio con fidanzate a saltello accanto a William e Kate, si sarebbe poi messo con l’attrice americana che aveva molte idee per il futuro e poca voglia aveva di ubbidire agli inchini a palazzo e di fare la vita ricca ma agra, isolata con le serrande abbassate nelle campagne fuori Londra. E così, tempo qualche anno, gli ha detto: è stato bello fare i principi, ma ora ce ne andiamo. E se l’è portato in California, al mare.
Credo che a Harry questo scisma sia sfuggito di mano, manco lo voleva fare così grosso, solo che ha organizzato tutto e male dall’inizio, col comunicato improvviso di dimissioni dove sarebbe stata necessaria una sparizione concordata e per gradi. E poi ha scritto quel mezzo libro, che è solo stato un memoir lagnoso e prudente e non ha spostato una virgola a favore. In cambio di qualche milione – che avranno già speso, con quel che costa la sicurezza in America – ora ha riserve d’odio familiare da smaltire per anni.
Un pezzo dopo l’altro si è costruito dal niente in mezzo a questi due – Harry e William – un muro che nessuno prevedeva così alto e nessuno ha interesse ad alzare ancora ma è quello che shakespearianamente sta succedendo, in una specie di maledizione che si ingigantisce da sola. Ora che ci penso sta capitando proprio il contrario dei fratelli Gallagher: un fratello dovrebbe avere tutte le ragioni e l’altro tutti i torti, per tornare a far funzionare le cose. E invece così, quando uno dei due pensa che per colpa dell’altro ha finito tutta l’umiliazione, l’orgoglio e la pazienza e il secondo dei due ha lo stessissimo pensiero, ecco, quello è l’unico caso in cui rendi impossibile al cuore ogni rimonta. Avere ognuno le proprie giuste ragioni è una brutta cosa, perché serve un’anima parecchio ferita e quindi gigante, perché si decida di fare gli eroi, e perdonare tutto.
Ester Viola