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L’ispirazione ucraina: lezioni pratiche di resistenza
L’innovazione di Kyiv su droni e dati obbliga l’Europa a reinventare in modo duraturo la sua difesa. Partendo dal campo di battaglia, ma coinvolgendo anche le sfere politiche
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Dispositivi anti drone messi in funzione nella regione di Kyiv (Foto Getty)
In quattro anni, l’Ucraina ha trasformato la sua inferiorità materiale in vantaggio architetturale: migliaia di sensori acustici, sciami di droni, gestione operativa massiccia dei dati, AI e un ministro della Difesa “geek” hanno fatto vacillare la narrazione russa della guerra lampo. Questa esperienza impone all’Europa e al pilastro europeo della Nato di passare dagli “eserciti-boutique” a una deterrenza operativa diffusa, fondata sui sistemi, sui dati, sull’AI e su un ecosistema di startup della difesa.
Quando Vladimir Putin lancia, nel febbraio del 2022, quella che presenta come un’“operazione militare speciale”, la scommessa implicita è quella di una guerra breve e di un rapido crollo dello stato ucraino. Più di quattro anni dopo, il bilancio strategico è devastante per Mosca. Secondo lo stato maggiore ucraino, la Russia ha già perso più di un milione di soldati, migliaia di carri armati e mezzi blindati, diverse decine di migliaia di pezzi di artiglieria, centinaia di aerei ed elicotteri, nonché una parte significativa della sua flotta del Mar Nero. Studi indipendenti collocano addirittura le perdite russe intorno a 1,2 milioni di soldati uccisi, feriti o dispersi, con fino a 325 mila morti.
Una guerra concepita come dimostrazione di potenza è diventata una guerra d’erosione, in cui la Russia ha sacrificato una parte importante del suo capitale militare, della sua credibilità strategica e del suo prestigio per guadagni territoriali limitati ed estremamente costosi. Ha anche messo a nudo un fallimento intellettuale duraturo: quello di tutti coloro che, in Europa e negli Stati Uniti, hanno presentato l’Ucraina come condannata, hanno propugnato una pseudo “pace” equivalente all’accettazione della conquista, o hanno relativizzato l’aggressione russa in nome di un realismo di facciata.
L’ingegnosità ucraina
La sorpresa di questa guerra non è soltanto la resilienza morale dell’Ucraina, ma la sua capacità di trasformare l’inferiorità in innovazione sistemica. Sotto i bombardamenti, Kyiv ha costruito un ecosistema di guerra che associa unità combattenti, startup, officine, ingegneri, piattaforme software, industrie della difesa e partner stranieri in un ciclo di adattamento straordinariamente rapido.
L’Ucraina non ha cercato di battere la Russia in modo simmetrico. Ha spostato il combattimento verso un terreno nel quale la velocità di apprendimento conta più della massa, dove il sistema prevale sulla singola arma, e dove il costo militare può essere drasticamente ridotto dalla robotizzazione, dall’integrazione software e dallo sfruttamento dei dati. Al cuore di questa mutazione si trova Delta, uno dei sistemi nervosi della guerra ucraina. Questa piattaforma fa dialogare materiali eterogenei – sovietici, ucraini, europei, americani – aggregando i flussi di droni, unità terrestri, sensori e intelligence. Nella guerra contemporanea, questa capacità di ridurre il ciclo sensore-decisione-effetto vale quasi quanto una brigata supplementare.
Sensori acustici: una difesa aerea con diecimila microfoni
Tra molte innovazioni emblematiche, le reti acustiche di rilevamento di droni (Sky Fortress, Zvook) illustrano questa guerra dei sistemi. Migliaia di sensori passivi – più di 10 mila, presto 14 mila, spesso distanziati di circa cinque chilometri e fissati su piloni delle telecomunicazioni o tetti a 10–12 metri di altezza – ascoltano il cielo, identificano segnali sonori, calcolano per triangolazione una direzione e una traiettoria probabili, poi trasmettono in pochi secondi l’allarme alle unità di tiro. All’inizio, gli ucraini fissavano degli smartphone sui pali. Ora dispiegano microfoni dedicati, robusti, che costano poche centinaia di dollari l’uno. Per un costo totale dell’ordine di qualche decina di milioni di dollari, hanno costruito un “muro sonoro” nazionale che guida cannoni, mitragliatrici, missili portatili e sistemi di guerra elettronica. In alcuni attacchi massicci, questa rete ha permesso di abbattere fino al 95 per cento dei droni in entrata; in media, il tasso oscilla tra l’80 e il 90 per cento. Anche qui, la catena di distruzione è prima di tutto una catena di dati.
Questa logica permea tutta l’“ecologia del drone” ucraino: sistemi aerei di ricognizione, Fpv offensivi, droni navali a basso costo che danno la caccia alle navi russe, droni terrestri di logistica, sminamento o attacco. L’importante non è solo la diversità dei vettori, ma la rapidità delle iterazioni: cellule, cariche, navigazione e interfacce vengono adattati in cicli brevi, con una logica da software più che da armamento fisso. Gli obiettivi per il 2026 – circa 7 milioni di droni prodotti quest’anno, contro 3 milioni l’anno scorso – mostrano che l’Ucraina non si accontenta più di innovare: sta industrializzando l’asimmetria.
Fedorov, un ministro della Difesa per l’èra delle architetture
E’ in questo contesto che va letta la nomina, a 34 anni, di Mykhailo Fedorov a ministro della Difesa. Che uno stato che subisce una guerra d’annientamento affidi la sua difesa non a un generale, ma a un imprenditore del digitale diventato stratega, è un segnale storico: consacra l’ingresso in un’èra in cui l’architettura conta più della piattaforma. Già ministro della Trasformazione digitale, Fedorov è stato uno degli artefici dello stato-piattaforma ucraino, con l’applicazione Diia come simbolo di un governo digitalizzato, rapido, orientato agli utilizzi e alla circolazione dei dati. Fedorov traspone questa cultura al campo militare-strategico: diplomazia tecnologica, mobilitazione dell’ecosistema privato, ricorso alle grandi piattaforme mondiali, messa in rete dell’innovazione civile e dei bisogni del fronte.
Starlink illustra questo cambiamento. Fedorov svolge un ruolo centrale nell’ottenimento e poi nella stabilizzazione dell’accesso ucraino alla rete satellitare di SpaceX, diventata colonna vertebrale della connettività militare e civile del paese. Quando nel 2026 l’Ucraina e SpaceX tagliano l’accesso di Starlink alle forze russe, crolla una delle capacità di comando e guida dei droni avversari: la superiorità non si gioca più solo nelle trincee, ma nel controllo delle reti che le collegano. Una ragione in più per accelerare drasticamente il dispiegamento della nostra costellazione europea multi-orbitale di connettività sovrana Iris2, decisa dai nostri legislatori.
Con il centro A1 Defense AI e la condivisione controllata di dati di combattimento per addestrare l’AI, Fedorov spinge un passo più avanti questa logica dei “sistemi operativi militari”: integrare droni, sensori, comando, industria e alleati in un ciclo di apprendimento rapido. Non è più soltanto il capo di un esercito di equipaggiamenti, ma il direttore d’orchestra di un ecosistema di combattimento distribuito. Dimensione decisiva: questa traiettoria è anche europea. Attraverso il dialogo stretto che ho potuto avviare con lui in qualità di commissario responsabile del Digitale nella precedente legislatura, e attraverso la sua integrazione nell’agenda “Europa digitale”, Fedorov incarna una figura nuova: un responsabile politico-militare al crocevia tra difesa, tecnologia, mercato interno e sovranità strategica europea.
Il caso europeo: farla finita con gli “eserciti-boutique”
Per l’Europa, le lezioni sono brutali. La guerra in Ucraina segna la fine del comfort degli eserciti sofisticati, ma numericamente limitati, organizzati attorno a poche piattaforme e a procedure di acquisizione interminabili. Il modello ucraino impone un cambio totale: la vera domanda non è più “quanti carri armati?”, ma “quale capacità di connettere, adattare, riparare, proteggere e rigenerare un sistema di combattimento in tempo reale?”. Per il pilastro europeo della Nato, questo implica: passare da un’interoperabilità centrata sui calibri e sulle procedure a standard di dati e interfacce software condivisi; pensare la difesa aerea non solo in termini di radar e missili da diversi milioni o decine di milioni di euro, ma in termini di strati che combinano sensori diversi (acustici e altri), droni, contro-droni, guerra elettronica e AI; costruire una vera deterrenza operativa diffusa per rendere l’aggressione troppo costosa, troppo opaca, troppo saturata per essere redditizia, disseminando sensori, sistemi robotizzati, riserve industriali distribuite e cicli di apprendimento rapidi.
Ciò presuppone una rivoluzione politica tanto quanto industriale. Per troppo tempo, una parte dei grandi manager della difesa ha ragionato come se il futuro appartenesse esclusivamente agli arsenali pesanti, ai grandi programmi chiusi e ai margini catturati da pochi attori dominanti. La traiettoria dei droni mostra al contrario che coloro che hanno disprezzato i sistemi a basso costo, duali, evolutivi e riutilizzabili, si trovano indietro. La posta in gioco, per l’Europa come per la Nato, non è contrapporre i giganti della difesa alle startup, né il classico all’asimmetrico, ma organizzarne la coesistenza. Le grandi basi industriali resteranno indispensabili per gli aerei, i missili, la deterrenza, i radar pesanti, i sottomarini e lo spazio. Ma non devono né catturare né soffocare l’ecosistema d’innovazione da cui dipenderà una quota crescente della superiorità futura, nell’èra in cui l’intelligenza artificiale abbassa il costo d’ingresso nella progettazione, nella navigazione, nel targeting e nella manutenzione.
Da qui, in fondo, la conclusione veramente politica di questa guerra: leadership, leadership, leadership. Senza una leadership europea rivendicata – capace di riformare le dottrine, orientare i bilanci, rompere certe rendite di posizione e imporre standard di interoperabilità – né l’Europa né la Nato riusciranno a trasformare l’esperienza ucraina in un’architettura di difesa duratura. Ciò che si gioca oggi a Kyiv non è un bricolage “fai da te” eroico: è già, oggi, la bozza operativa della difesa europea di domani.
Thierry Breton è stato commissario europeo per il Digitale nella precedente legislatura e ministro dell’Economia dal 2005 al 2007 in Francia. Questo saggio è stato scritto per la newsletter “Il Mattinale Europeo”, che ci ha gentilmente concesso la ripubblicazione.