Il messaggio di Xi Jinping ai suoi vicini in partenza per Ankara

La Cina manda un segnale, sotto forma di missile, a chi vuole fare “la Nato d’Asia”

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Il momento in cui un missile strategico, lanciato da un sottomarino nucleare strategico della Marina dell'Esercito Popolare di Liberazione cinese, emerge dalla superficie dell'acqua - 6 luglio 2026

Alla vigilia della partenza dei capi di stato di Giappone, Corea del sud, Australia e Nuova Zelanda, tutti invitati al vertice della Nato di Ankara, la Repubblica popolare cinese ha inviato un segnale di potenza e deterrenza eloquente nella sua zona d’influenza. Quando ieri in Italia erano da poco passate le 6 del mattino, la Marina dell’Esercito popolare di liberazione ha lanciato un missile balistico intercontinentale da un sottomarino nucleare strategico, armato con quella che viene definita una dummy warhead, una testata fittizia che serve per le esercitazioni, ma potenzialmente reale. 
A confermare il lancio è stata l’agenzia statale Xinhua, che ieri ha scritto che il test del missile balistico intercontinentale ha avuto successo, e che è stato condotto secondo “il diritto internazionale e la prassi internazionale e non è diretto contro alcun paese o obiettivo specifico”. Eppure qualche dubbio c’è: secondo Dennis Wilder, ex analista della Cia per l’Asia orientale, si tratta di uno sviluppo significativo perché “la Cina non ha mai sparato un missile balistico da uno dei suoi sottomarini nucleari verso il Pacifico meridionale”. L’area è particolarmente sensibile perché il missile cinese è caduto nella Zona denuclearizzata del Pacifico meridionale, istituita nel 1985 dal Trattato di Rarotonga, un’area che comprende Australia, Nuova Zelanda e le isole del Pacifico meridionale dove è vietato l’uso, il collaudo e il transito di armi nucleari. La Cina nel 1987 firmò il Trattato di Rarotonga, e poi, come spesso succede, negli anni cercò di modificarne l’interpretazione. La prima violazione è avvenuta infatti nel 2024, con un missile lanciato da terra, dall’isola di Hainan: le Forze armate di Pechino fecero partire un missile balistico (Icbm) che poi cadde a 12 mila chilometri, vicino alla Polinesia francese. Prima di allora gli unici test missilistici cinesi che coinvolgessero acque internazionali risalivano agli anni Ottanta, per lo più condotti come forma di deterrenza contro l’Unione sovietica. Mentre tre anni fa la Cina mostrò al mondo la componente terrestre del suo arsenale nucleare, ha mostrato per la prima volta pubblicamente la componente sottomarina, fino a ieri tenuta segreta.
Anche se ufficialmente il test, secondo le autorità cinesi, non è “diretto contro alcun paese”, il messaggio politico sembra piuttosto chiaro. Ieri a Suva, la capitale delle isole Figi, il primo ministro australiano Anthony Albanese e il suo omologo figiano Sitiveni Rabuka hanno firmato (quasi a sorpresa) la Ocean of Peace Alliance, un trattato di mutua difesa che rafforza la responsabilità australiana nella regione – ancora scossa dopo che nel 2022 Pechino firmò un patto di sicurezza segreto con le Isole Salomone, che sollevò timori sulla possibile futura costruzione di una base navale cinese nel Pacifico. Nell’ottobre scorso il governo Albanese aveva firmato un accordo di mutua difesa anche con Papua Nuova Guinea. L’Australia si sta costruendo un ruolo di garante della difesa di quei paesi piccoli e lontani che guardano con timore all’aggressività di Pechino. Ma per la Repubblica popolare cinese l’obiettivo resta quello di destabilizzare le grandi potenze dell’Asia orientale e del Pacifico a piccoli passi, mandando segnali calibrati. Può farlo anche grazie alla politica di non interferenza nei confronti di Pechino che pare abbia adottato l’attuale Amministrazione Trump. Sabato scorso Ezra Jin, noto fondatore di una delle più note chiese clandestine cinesi (la Zion Church) è stato rilasciato dalla detenzione e si è riunito alla famiglia a Los Angeles. Era stato arrestato durante una più ampia operazione di repressione contro le chiese non registrate iniziata in Cina lo scorso ottobre, e sembra che la sua liberazione sia arrivata dopo che il presidente americano Donald Trump aveva sollevato il suo caso con Xi Jinping durante la visita a Pechino di maggio. Per ogni liberazione di così alto livello, però, c’è sempre una contropartita, che in questo caso non conosciamo. Ieri l’Amministrazione Trump non ha commentato il lancio cinese, solo il profilo su X del Comitato speciale sulla Cina del Congresso americano, guidato dal repubblicano John Moolenaar, ha scritto che il lancio del missile è “un ulteriore atto di aggressione del Partito comunista cinese nei confronti degli alleati e partner affini nell’Indo-Pacifico”.
Tutte le potenze nucleari effettuano regolarmente test missilistici, e spesso alcuni analisti paragonano i test cinesi ai regolari test di Slbm Trident condotti dall’America al largo della Florida, ma questo genere di test cinesi sono sostanzialmente diversi, perché si svolgono all’interno di una Zona denuclearizzata e mancano della trasparenza che li renderebbe paragonabili a quelli americani. Ieri i leader di Nuova Zelanda, Australia e Giappone hanno parlato di “crescenti preoccupazioni” per il ruolo di destabilizzazione della Cina nella regione. Imbarcandosi verso Ankara, il ministro della Difesa giapponese Shinjiro Koizumi ha fatto sapere che “partecipare alla riunione Nato proprio in un momento come questo è importante per condividere di persona informazioni e valutazioni con gli altri ministri della Difesa”.