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Primo fra i capi di stato europei, Macron va in Siria da al Sharaa
Il presidente francese atterra a Damasco e porta con sé imprenditori, ma anche molte ombre. Storia di una relazione complessa e di un ruolo da pivot da rivendicare, mentre l'Italia guarda altrove

2025 Getty Images
Prima di partire alla volta del summit Nato di Ankara, oggi Emmanuel Macron è sbarcato a Damasco, primo capo di stato occidentale a visitare la Siria dalla caduta di Bashar al Assad. Con sé, il presidente francese ha portato un gruppo nutrito di imprenditori desiderosi di investire nel paese, ma anche le ombre lunghe che l’Eliseo ancora getta su Damasco, dove la Francia non ha mai lasciato ricordi piacevoli. E’ passato oltre un secolo dalla battaglia di Maysalun del 1920, quando il generale Henri Gouraud sconfisse gli arabi e secondo la propaganda nazionalista dell’epoca si recò alla tomba di Saladino dicendo in tono di sfida: “Siamo tornati”. Seguirono anni di spartizioni su base etnica, nell’illusione che mettendo le minoranze alauite e druse nei luoghi apicali del paese si sarebbe controbilanciata la maggioranza sunnita scongiurando proteste e sommosse. La storia raccontò l’opposto, ma il modello del divide et impera fu la bussola che la famiglia al Assad seguì fino al 2024.
George Malbrunot, inviato del Figaro, ha notato come la Francia abbia preferito la politica dei simboli a quella dei contenuti. L’Eliseo in Siria ha sempre anticipato tutti gli altri paesi europei e occidentali. Nel novembre del 1999, l’allora presidente Jacques Chirac accolse a Parigi un giovanissimo Bashar el Assad, un anno prima che il padre Hafez morisse e che l’oftalmologo di Damasco prendesse il potere. Fu un’investitura che Chirac rinnovò negli anni, passando poi il testimone a Nicolas Sarkozy. Nel 2008, tre anni dopo l’omicidio dell’ex primo ministro libanese Rafiq Hariri, di cui al Assad fu il mandante, il presidente francese sponsorizzò la riabilitazione di Bashar invitandolo a Parigi per il vertice che inaugurava l’Unione mediterranea e partecipare alle celebrazioni per la presa della Bastiglia. Mentre gli Stati Uniti e Israele accusavano il dittatore siriano di sostenere Hamas e di essere alleato dell’Iran e di Hezbollah, l’apertura di Sarkozy sollevò parecchie perplessità, soprattutto perché nel frattempo al Assad ribadì che “se si vuole stabilità e pace nella regione servono buone relazioni con l’Iran”. Poi, nel 2012, le proteste contro il regime spinsero Sarkozy a tornare sui suoi passi e la Francia fu la prima a chiudere la propria ambasciata in Siria. Per alcuni fu una scelta avventata, perché impedì di tenere gli occhi aperti sulla brutalità con cui il regime tentò di sopire i manifestanti.
Oggi, seppure non abbia ancora un’ambasciata a Damasco, Macron vuole ribadire il ruolo di pivot. Il presidente è stato il più convinto sostenitore della necessità di rimuovere le sanzioni economiche contro la Siria, a maggio 2025 è stato il primo in Europa ad accogliere al Sharaa, giunto in visita a Parigi, e a convocare una conferenza internazionale per raccogliere fondi a sostegno delle nuove autorità siriane. Nonostante gli sforzi profusi, ha notato Bassam Barabandi, diplomatico siriano, rispetto agli americani “la Francia è arrivata tardi e ha commesso errori”.
Per accogliere Macron, al Sharaa ha rinviato la prima seduta del Parlamento prevista per oggi – si dice per ragioni di opportunità. I due hanno discusso di cooperazione economica – con i rappresentanti di Airbus, Thales e TotalEnergies – ma anche di sicurezza e politica. Sul primo punto, la visita avviene a pochi giorni dall’attentato in un caffè della capitale che ha ucciso 10 persone. I sospetti sono concentrati sull’Isis, che il 2 luglio, con un articolo sul suo magazine al Naba, aveva condannato la convocazione del nuovo Parlamento. Ed è curioso che il cordoglio dell’Eliseo sia arrivato solo poche prima della visita di Macron, i cui dettagli logistici sono stati tenuti riservati fino all’ultimo proprio per motivi di sicurezza. Poi c’è la questione curda, che per i francesi è al centro di tutto. Qualche settimana fa l’Eliseo aveva sfiorato il pasticcio diplomatico quando il leader delle Forze democratiche siriane a guida curda, Mazloum Abdi, aveva incontrato a Parigi il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot. L’incontro non è stato gradito dagli americani né da al Sharaa – che mercoledì incontrerà Donald Trump ad Ankara, a margine del vertice Nato.
Ma al netto degli errori, i francesi in Siria si ritrovano ancora una volta davanti agli altri europei. Inclusi gli italiani, che pure negli ultimi anni del regime assadista erano gli apripista del processo di normalizzazione di Bashar e della necessità di riprendere le relazioni con Damasco chiedendo il reinsediamento dei rifugiati siriani. Oggi quello slancio è rientrato e dalla Farnesina si parla invece della necessità di un “approccio europeo” alla Siria piuttosto che sostenere mosse dei singoli stati e dal mero valore simbolico, alla Macron. Innegabile che rispetto all’estate del 2024 qualcosa è cambiato nel modo in cui l’Italia guarda a Damasco. Alla voce “nazionalità”, tra i migranti sbarcati sulle nostre coste, i siriani sono ormai assenti, inutile darsi troppo da fare. Dicono, da Roma, che “semplicemente non c’è interesse a farlo”.
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Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.
