Vance pubblica "Communion", ma prima di lui c'è stato Obama. Avventure e affinità di due cantastorie d'America

Il nuovo libro del vicepresidente americano è in uscita e segue le orme dell'ex inquilino della Casa bianca. E il volume offre l'occasione per un confronto tra due narratori che si assomigliano molto più di quanto non si sospetti. Cosa credono davvero Barack e J.D., oltre a credere profondamente in Obama e Vance?

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JD Vance e Barack Obama - foto LaPresse

L'America è un raro esempio di nazione moderna nata su una narrazione. I padri fondatori degli Stati Uniti furono costretti a trasformarsi in abili cantastorie, per convincere gli abitanti di tredici colonie profondamente diverse tra loro a ribellarsi alla Corona britannica e creare una repubblica. George Washington era diventato celebre con un libro che raccontava le sue avventure lungo il fiume Ohio. Thomas Jefferson sfoggiò le proprie doti letterarie nella scrittura di un documento straordinario e innovativo come la Dichiarazione d'indipendenza. Il pamphlet "Common sense" di Thomas Paine indignò e mobilitò le colonie più dei dazi di re Giorgio III. E tra le tante invenzioni attribuite a Benjamin Franklin, il più grande cantastorie di tutti, c'è anche il fatto di aver "inventato" nei suoi scritti l'idea dell'uomo americano, il self-made man che costruisce il proprio destino in modo consapevole e pianificato.
Se questo è il Dna del paese che festeggia i suoi 250 anni, non sorprende che da due secoli e mezzo la politica americana sia anche un grande esercizio di storytelling. Da Abraham Lincoln a Theodore Roosevelt, da JFK a Ronald Reagan, il racconto della storia personale è stato altrettanto decisivo, per vincere le elezioni, delle proposte politiche dei candidati. In questo primo scorcio del ventunesimo secolo si potrebbe sostenere che il titolo di storyteller-in-chief spetti a Donald Trump, ma il suo è un racconto diverso dal passato. Per usare la terminologia del mondo del business da cui proviene, più che di storytelling nel suo caso si tratta di un mix tra entertainment e advertising. Trump non ha mai veramente raccontato sé stesso, ha sempre promosso un brand che coincide con il suo cognome.
I due più grandi cantastorie della politica americana di questi anni sono invece Barack Obama e J.D. Vance. E l'uscita del nuovo libro del vicepresidente degli Stati Uniti, "Communion", offre l'occasione per un confronto tra due narratori che si assomigliano molto più di quanto non si sospetti. Due astri della politica che hanno costruito tutto su storie personali fatte di ferite adolescenziali, famiglie sfasciate, difficoltà a trovare un posto nel mondo, seguiti dal grande riscatto e dal lieto fine. Trame simili, scelte editoriali analoghe, al punto da far legittimamente sospettare che tutto – nello spirito dell'uomo che si fa da sé alla Franklin – sia stato accuratamente progettato a tavolino, con la conquista del potere come vero obiettivo finale. Con l'aiuto di una sana dose di opportunismo, per essere pronti a cambiare idea e a sposarne una nuova. E con una gigantesca domanda irrisolta: cosa credono davvero Barack e J.D., oltre a credere profondamente in Obama e Vance?
Il parallelismo tra le loro avventure letterarie è sorprendente. Obama scrive il suo primo libro nel 1995. Si intitola "Dreams from my father" (I sogni di mio padre) e racconta in modo lirico e potente, senza veli, la storia di un ragazzo nero con un padre africano che lo ha abbandonato da piccolo e una madre bianca del Kansas che lo ha cresciuto insieme alla nonna alle Hawaii. Una biografia insolita, accompagnata dalla storia del viaggio che il giovane Obama fa in Kenya, sulle orme del padre, dopo aver appreso della sua morte in un incidente stradale. Nel libro c'è tutta la drammaticità di un uomo che si interroga sulle proprie origini e sul proprio posto nel mondo. Il futuro presidente degli Stati Uniti lo scrive quando ha 34 anni e lo usa per costruirsi un nuovo percorso: la politica. Un anno dopo l'uscita della biografia, lo troviamo già nei panni di senatore dello stato dell'Illinois.
Vance scrive il suo ormai celebre "Hillbilly Elegy" (Elegia americana) nel 2016, quando ha 32 anni. Anche in questo caso c'è il racconto di una famiglia disfunzionale, con la madre tossicodipendente che cambia continuamente compagni, la nonna solida che cresce praticamente da sola il piccolo J.D. (ma anche lei ha i suoi momenti neri, dando fuoco al marito che dorme ubriaco sul divano), poi la redenzione e la costruzione di una nuova vita. È un libro che svela al mondo e anche a una buona parte degli americani la realtà dei bianchi poveri dell'Appalachia. Hollywood gli dedica un film diretto da Ron Howard e diventa il trampolino che lancia la carriera politica di Vance, portandolo a diventare senatore dell'Ohio.
In entrambi i casi incontriamo le storie di infanzie e adolescenze complicate, di un riscatto che porta fino agli esclusivi campus dell'Ivy League (Columbia e Harvard per Obama, Yale per Vance), seguiti dall'ingresso in un mondo del lavoro fatto di grandi studi legali che li lasciano in entrambi i casi perplessi sulle traiettorie delle loro vite. Obama molla tutto, fa per un po' l'attivista a Chicago, scrive il suo libro e poi entra in politica. Vance molla tutto dopo aver fatto esperienze nel venture capital, si trasforma per un po' in attivista in Ohio, scrive il libro che lo rivela al grande pubblico e che gli apre le porte della politica: sarà alla base della campagna elettorale finanziata dal suo mentore, Peter Thiel. Sia Obama sia Vance diventano paladini della lotta alle élite culturali dell'Ivy League, accusate di non capire davvero il paese, anche se entrambi provengono proprio da lì.
Poi arrivano i secondi libri, stavolta scritti quando entrambi sono ormai famosi e puntano più in alto ancora. Volumi patinati, assai meno interessanti e spontanei dei primi, scritti non più in solitudine bensì evidentemente preparati con l'ausilio di uno staff di collaboratori. Per Obama si tratta di "The audacity of hope" (L'audacia della speranza), pubblicato a 45 anni nel 2006, nel momento in cui l'allora senatore decide di lanciare la candidatura alle presidenziali del 2008. Per Vance, 42 anni, è il caso di "Communion", che con ogni probabilità sarà il libro che accompagnerà dall'anno prossimo la sua campagna elettorale in vista delle elezioni del 2028.
Anche qui, tante similitudini. Dopo aver scritto libri sofferti quando erano trentenni, Obama e Vance pubblicano i loro volumi "maturi" dopo i quaranta e usano una miscela narrativa simile. Molta storia personale, unita a grandi capacità retoriche e alle rispettive visioni su come rendere migliore l'America. Obama costruisce nel 2006 la propria parola chiave, "hope", che diventerà per lui un marchio elettorale e il segno distintivo di tutta l'attività politica. Vance sembra invece aver scelto "faith", decidendo di dedicare il secondo libro alla conversione al cattolicesimo, a cui è dedicata buona parte del volume.
Sono libri in un certo senso messianici, in cui l'essenza del messaggio politico è quella di proporre agli elettori di fidarsi del personaggio che viene raccontato: "Ho avuto una vita difficile, ne sono uscito migliore e ora sono la persona giusta, il prescelto, per potervi guidare verso un grande futuro". Se Trump vince invitando gli americani a immedesimarsi con i suoi successi, Obama e Vance cercano l'approccio empatico e grazie ai libri partono dai loro insuccessi, dalle loro difficoltà, per proporre di costruire insieme un'America migliore. È il messaggio che l'ex presidente sta ripetendo in questi giorni anche in occasione della presentazione dell'Obama Presidential Center, il gigantesco campus che ha inaugurato a Chicago, dominato da un grattacielo in stile brutalista. In molti, anche nei giornali che simpatizzano con i democratici, lo hanno definito un monumento a sé stesso, ma Obama ripete che in realtà raccontare la sua storia serve per ispirare nei più giovani il desiderio di fare come lui.
Barack Obama ha rotto gli schemi della politica americana degli anni Duemila, ben prima dell'irruzione del ciclone Trump. Il suo predecessore alla Casa Bianca, George W. Bush, si soffermava sulla biografia personale giusto il tempo di ricordare che aveva avuto problemi con l'alcol e ne era uscito "rinascendo" come cristiano. John Kerry, che lo sfidò nel 2004, poteva contare su una biografia da eroe di guerra del Vietnam che era diventato poi un critico delle scelte militari del suo paese. Ma Kerry non era un cantastorie e lo stratega di Bush, Karl Rove, gli rubò la narrazione e gliela rovesciò contro, dipingendolo come una specie di imboscato con scarso patriottismo.
Obama entrò invece in scena nella campagna del 2008 con una capacità narrativa potentissima e la prima a farne le spese, nelle primarie, fu Hillary Clinton, senatrice seria e secchiona, che si presentava con una biografia, "Living History", che sembrava scritta da uno studio legale. Eppure di cicatrici da raccontare ed esporre al pubblico Hillary ne avrebbe avute da vendere, incluse quelle accumulate negli anni del "Monica-gate" alla Casa Bianca, quelli dei tradimenti del marito Bill con la stagista Monica Lewinsky. Fatta fuori Clinton, Obama nelle elezioni presidenziali se la vide con un altro candidato con una storia gigantesca, John McCain, eroe e prigioniero di guerra in Vietnam, con il corpo ancora segnato dalle torture di quell'epoca. Ma parafrasando Clint Eastwood in "Per un pugno di dollari", si potrebbe dire che "quando uno storyteller con la pistola incontra uno storyteller con il fucile, quello con la pistola è un uomo morto". E Obama non aveva solo un fucile, ma un vero e proprio mitragliatore carico di storie. Il fatto di essere il primo afroamericano ad arrivare a quel traguardo, in un paese con la storia che hanno gli Stati Uniti, lo rese imbattibile.
La Casa Bianca obamiana è stata un'agorà narrativa, con la biografia del presidente sempre al centro. Ma a distanza di anni crescono gli interrogativi su quali fossero davvero le convinzioni di un presidente pragmatico, riflessivo, cervellotico e per molti versi opportunista. Ne è stata un esempio la sua politica estera, ancora oggi difficile da riassumere in una chiara "dottrina" che lo distingua da predecessori e successori. Forse è anche per questo che Obama è in ritardo di anni sulla conclusione della seconda parte di "A promised land", il libro in due volumi che dovrebbe riassumere la sua presidenza. Bush, per fare un paragone, lasciò la Casa Bianca nel 2009 e nel 2010 era già pronta la sua autobiografia presidenziale, semplice e chiara, con un titolo che non lasciava spazio ai dubbi: "Decision points".
Adesso è il turno di Vance nel provare a costruire una via narrativa alla presidenza, che gli permetta di battere avversari più tradizionali come Marco Rubio, un po' l'equivalente repubblicano della Clinton. Ma arrivando dopo Obama, Vance rischia di incontrare molto scetticismo sulle ragioni di queste sue "confessioni" che vorrebbe ispirate a quelle di Sant'Agostino, che sono state alla radice della sua conversione. Il fatto che già nel 2017 avesse firmato con HarperCollins un contratto per un sequel di "Elegia" fa pensare non tanto che sentisse il bisogno di raccontare la propria fede, quanto che abbia aspettato il momento giusto per passare all'incasso e posizionarsi in vista delle elezioni di midterm e poi della corsa alla Casa Bianca. E i contenuti lasciano perplessi. Sul Wall Street Journal, Barton Swaim ha parlato di un libro con argomenti confusi e contraddittori. Sul New Yorker, Jessica Winter ha descritto "Communion" come volutamente ambiguo e opportunista, per tendere una mano agli evangelici nel momento stesso in cui racconta il suo cattolicesimo (rafforza l'ipotesi il fatto che sulla copertina ci sia l'immagine di una chiesa metodista).
Vance è nato in una famiglia protestante, ha trascorso un periodo di dichiarato ateismo, poi è stato battezzato cattolico nel 2019, dopo una conversione in buona parte intellettuale e ispirata ad Agostino. Prima e dopo quel momento, ha frequentato e sostenuto almeno un paio di altre "chiese": quella tecno-libertaria di Peter Thiel, con le sue fissazioni sull'Anticristo, e quella populista Maga di Donald Trump, che aveva duramente criticato ai tempi di "Elegia", salvo poi convertirsi per diventare senatore dell'Ohio e poi vicepresidente. Vance sta cercando di costruire una narrazione che gli permetta di tenere insieme le varie fazioni del mondo Maga in lotta tra loro, ciò che resta dell'establishment storico repubblicano e gli influenti cattolici post-liberali americani, che si sono esercitati in politica in questi anni impegnandosi per il governo di Viktor Orbán in Ungheria. Nello stesso tempo, il vicepresidente cerca di non perdere il sostegno dei tecnocrati come Thiel e Elon Musk, né degli illiberali come Tucker Carlson, degli antisemiti come Nick Fuentes e della destra teocratica che si nasconde dietro il capo del Pentagono Pete Hegseth.
Anche per un giocoliere delle parole e del posizionamento come J.D. Vance, sono un po' troppe palle da lanciare in aria senza farne cadere qualcuna. Senza contare che con "Communion" si è avventurato su un terreno narrativo, quello del cattolicesimo agostiniano, dove gli sarà difficile giustificare molte idee politiche senza andare a scontrarsi con Leone XIV, il primo papa americano della storia, che avrà inevitabilmente un peso senza precedenti nelle elezioni presidenziali del 2028.
Per un cattolico tradizionale come Rubio, se si andrà allo scontro tra i due, potrebbe essere facile svelare il gioco del cantastorie della destra americana e costringerlo a dichiarare in cosa crede veramente. Ammesso che ci sia davvero qualcosa da dichiarare.