Esteri
Passato e presente •
“Jefferson sopravvive”, disse John Adams, morendo, del suo amico e rivale
Dalla dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti, con due visioni contrapposte dei primi presidenti, all'America di Trump. Tirannia contro repubblica "inedita", e chi invoca la fine dell'impero
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Donald Trump
Sembra fatto apposta, un trucchetto retorico da sceneggiatore di Hollywood: il 4 luglio del 1826, 50esimo anniversario della Dichiarazione d’indipendenza, John Adams e Thomas Jefferson, il secondo e il terzo presidente degli Stati Uniti, muoiono. Prima uno e poi l’altro. Due volti dell’eccezionalismo americano, due frenemies, coautori della Dichiarazione, padri fondatori. Da una parte Adams, che voleva un governo centrale forte, uomo di principio, intransigente, che difese i soldati inglesi del massacro di Boston perché tutti hanno diritto a un processo equo. Dall’altra il bibliofilo con le schiave come amanti, intellettuale, che credeva nei diritti naturali dell’uomo e in uno stato centrale debole. La non-monoliticità dell’esperimento statunitense è incarnata in questi uomini che combattono insieme contro la tirannia e poi uno contro l’altro per disegnare una repubblica inedita, che si rifà alla Roma antica, a Montesquieu, a John Locke.
Oggi, da lontano, quello che ha portato gli Stati Uniti a essere la potenza mondiale ci sembra un viaggio piuttosto fluido, e urliamo alla “guerra civile” quando il mondo woke si scontra col mondo alt-right. Esistono tante Americhe. E sono sempre esistite. Esiste l’America di Howard Zinn e l’America di Tom Clancy. Esiste l’America che accoglieva gli straccioni a Ellis Island permettendogli di vivere l’American dream e quella che dava rifugio ai nazisti in chiave anti-Urss. Così come è una federazione di stati, l’America è una federazione di idee, dove puoi avere sindaci socialisti musulmani a New York e crypto-bros anti-immigrati alla Casa Bianca. Succede da sempre. E per capire come si è arrivati al mondo Maga e agli archi di trionfo di cartone a Washington si legga il piacevole libro di Giorgio Dell’Arti, America nuda e cruda (Garzanti), che ci spiega tutto, dai pellegrini del Mayflower a come Cambridge Analytica e i troll russi di via Savushkina hanno aiutato Donald J. Trump a vincere.
Appunto, Trump, che con i suoi modi rapaci ha portato a dei livelli bassissimi la fiducia che una repubblica possa sopravvivere ai suoi governanti. Lo vediamo nei sondaggi e dai libri che escono, anche in Italia. Partiamo dai primi. Il livello di orgoglio non è mai stato così basso negli ultimi 25 anni. Ma ci ricordiamo quando i canadesi, vergognandosi in vacanza di esser scambiati per i difensori delle guerre di W. Bush, appiccicavano la loro bandiera con la foglia d’acero dappertutto pur di differenziarsi dai cugini a stelle e strisce. Dopo l’11 settembre, col passaggio da french fries a freedom fries, si raggiunse un apice, 65 per cento di orgoglio massimo, che poi è andato a scendere fino a oggi, dove solo poco meno della metà del paese – secondo Gallup – si considera orgogliosa.
Ora i libri. In questi mesi, cavalcando l’onda, sono usciti da noi testi che parlano della fine dell’impero, un tema che ritorna in realtà ciclicamente nella storia delle nazioni. Alcuni titoli: America go away, America dentro, America contro, Dio benedica l’America, Il buio americano. Alcuni sottotitoli: Cartoline da un impero in crisi, Conflitti di un paese in bilico, La crisi della democrazia. Alcuni titoli su Trump: Il bullo, Tsunami Trump, L’imperatore. Ma è sufficiente sfogliare Tocqueville, che nel suo Viaggio vedeva già tutte le contraddizioni di un paese che sembrava incarnare al massimo la libertà dell’individuo e le caratteristiche chiave del capitalismo. Con Trump che balla YMCA, tenta un golpe e prova a distruggere la libertà di stampa è facile cadere nel vizio della condanna di un’intera nazione, soprattutto ora che, al secondo mandato, la politica del presidente è entrata, “in una fase ipertrofica”, come scrive Alberto Toscano (in Il tempo dei mostri, Laterza). Possiamo ridurre l’America a Trump? Può uno show man distruggere il sogno dei founding fathers? Quel giorno di 200 anni fa il 90enne Adams non sapeva, morendo, che l’amico-rivale era già morto. Le sue ultime parole furono: “Jefferson sopravvive”