I grandi preparativi dell'Iran per mostrare che esiste ancora

I funerali di Khamenei, i dubbi sulla presenza di suo figlio-erede e lo spettro del 1989, quando la salma di Khomeini cadde dal feretro

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Foto ANSA

All’ombra dei colloqui con gli Stati Uniti e a più di quattro mesi dall’attacco in cui è stato ucciso, la Repubblica islamica si appresta a celebrare i funerali di Ali Khamenei. Si prevedono temperature intorno ai 45 gradi, processioni lunghe dieci chilometri, piazze gremite, un mare verde e nero di bandiere che ondeggiano insieme ad altrettanti drappi, cantori che guidano il ritmo del cordoglio e intonano elegie struggenti guidando fedeli vestiti a lutto che si battono il petto e piangono
E in prima fila, nei cortei, così come dentro alle moschee, i pezzi grossi del regime che sfilano solenni, si osservano, si contano e prendono plasticamente le misure del dopo.
Tutto questo a partire dal 4 luglio, in parallelo al giorno dell’indipendenza americana, una coincidenza, difficile stabilire quanto voluta, visto che la tempistica dell’ultimo saluto a Khamenei slitta avanti e indietro da settimane, ma comunque sufficiente a caricare la giornata di un peso simbolico particolare. Alcuni analisti hanno rimarcato che in fondo è dai tempi di Jimmy Carter che i leader khomeinisti non sanno resistere alla tentazione di mandare di traverso la festa ai presidenti del “grande satana”, o quantomeno a provarci.
Quale che sia la verità dietro alla scelta delle date, i riti si apriranno dal 4 al 6 luglio nella capitale Teheran, si sposteranno poi a Qom, il cuore teocratico del regime, e ancora in Iraq, a Najaf e a Karbala, culle dello sciismo, per approdare infine a Mashad, la città dei mistici, dei poeti, oltre che della più ricca fondazione religiosa del paese, dove il 9 luglio si concluderà il lungo addio all’uomo che in questi luoghi è nato e che per 37 anni ha incarnato il volto e la voce della rivoluzione.
In un messaggio diffuso ieri dall’agenzia Tasnim, il presidente Massoud Pezeshkian ha invocato la più larga partecipazione popolare alle esequie e ha ribadito che al di là delle differenze etniche, politiche e religiose, bisogna pensare alla morte della Guida suprema non come a una fine, bensì come a un inizio, un nuovo capitolo all’insegna dell’unità nazionale, del progresso e della resilienza. L’obiettivo – ha proseguito il presidente iraniano – deve essere quello di dimostrare che “il sistema si regge su basi solide: la fede, gli ideali e la volontà di una grande nazione”. Dimostrare è in questo caso l’aspetto dirimente della questione, dimostrare di esserci ancora, occupare tutto lo spazio e gridare al mondo e ai propri connazionali che questo è l’unico mondo possibile e che non esistono alternative alla Repubblica islamica.
Il sindaco di Teheran ha preconizzato la presenza di 20 milioni di persone e ha detto che si tratterà dell’evento con la più grande partecipazione della storia della città, e il vicepresidente Mohammad Reza Aref ha alzato ulteriormente il tiro descrivendo le esequie alle porte come “l’evento più importante del Ventunesimo secolo”. Ma a dispetto delle previsioni ufficiali sull’evento del secolo, come al solito gli impiegati del settore pubblico sono stati caldamente invitati a prendere parte alle celebrazioni e nei centri rurali sono già arrivati emissari del governo centrale muniti di incentivi economici e pulmini pronti a trasportare i cittadini verso le diverse centrali del ricordo. Nel frattempo, una direttiva che circola da alcuni giorni invita gli organi di stampa a mettere in secondo piano le notizie che riguardano la guerra e il negoziato con gli americani, l’unica priorità è e deve essere il funerale, per cui i media pullulano di storie esemplari sulla vita di Khamenei e sui canali telegram dei simpatizzanti del regime è ubiqua l’immagine strappacuore della nipotina, morta nello strike contro il quartier generale sulla via Pasteur, immortalata un giorno in cui sorride, rivolta a un adulto, con indosso un vestito rosa chiaro.
La sicurezza è uno degli aspetti centrali nella regia dell’evento. Gli ingressi nelle principali città iraniane saranno sottoposti a controlli stringenti e la maggior parte dei voli subirà cancellazioni. I pasdaran e la polizia si occuperanno di mantenere l’ordine e la calma nelle strade e alla milizia paramilitare bassiji è stata invece affidata la gestione della logistica. I bollettini indicano che le superstrade saranno temporaneamente trasformate in parcheggi, e che le moschee, le scuole, gli impianti sportivi e le università si faranno carico di offrire un letto ai fedeli in arrivo, per cui le cronache sono già piene degli sfoghi di presidi che si lamentano di non avere nemmeno l’aria condizionata e i tappeti per la preghiera per i loro studenti, figurarsi per degli illustri sconosciuti. Ma nessuna rimostranza in questi giorni deve disturbare la riuscita del funerale, perché in gioco c’è la reputazione del regime, la sua capacità di offrire al mondo una narrazione coerente, priva di caos e di intoppi e a pesare sulla memoria dei dirigenti è il ricordo della disastrosa gestione delle esequie dell’ayatollah Khomeini nel 1989, quando in un giugno soffocante la folla si impadronì del feretro aperto, fece cadere il corpo avvolto in un drappo bianco e le forze di sicurezza dovettero lottare mezz’ora per recuperare la salma.
Ma l’incognita che seguita a pesare più di ogni altra nel dibattito di questi giorni è legata alla presenza del nuovo leader supremo Mojtaba Khamenei, che dall’elezione non si è mai palesato, né con un video e neppure con un messaggio vocale. Tutte le comunicazioni della nuovo Guida sono state veicolate attraverso messaggi scritti e letti in televisione e il mistero sulla sua salute e sulla portata del suo reale potere sugli eventi non accenna a diradarsi. L’ufficio incaricato di seguire il protocollo delle celebrazioni ha fatto intendere che ancora una volta Mojtaba potrebbe non comparire, troppi i rischi alla sua incolumità, ma mentre i maggiorenti del sistema affilano le armi, l’assenza dell’erede diventa di mese in mese più difficile da giustificare anche agli occhi del nocciolo duro che sostiene il regime, al punto che esperti come Ali Alfoneh sottolineano che avanti di questo passo a essere seppellito non sarà solo Khamenei, ma il principio stesso del velayat-e-faghih, ossia il potere effettivo della figura del giureconsulto.
Nel frattempo mentre gli ambientalisti vengono rapiti e i prigionieri politici accompagnati al patibolo, il presidente Trump si felicita dell’avvvento di un regime “razionale” che procede verso la denuclearizzazione. “Non c’è colore più scuro del nero” dice un detto persiano, ma in questi giorni le fonti del Foglio a Teheran dicono che non è vero, il colore più scuro non è il nero e neppure la morte, il colore più scuro è quello che incontri in fondo alla notte in cui hai perso la speranza.