L’influencer pro Pal e uno sponsor in affari con Israele

Raffaele Giuliani è diventato il conduttore di “Basement Café Society”, programma YouTube finanziato da Lavazza. Invece del boicottaggio, un esplicito accordo commerciale: molto rumore per poco

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Una protesta del movimento Bds (Boycott, Disinvestment, Sanctions) a Lipsia, Germania, nel 2025 (Foto Getty)

Raffaele Giuliani, ventiquattrenne creatore di contenuti pro Pal, marxista dichiarato e sostenitore del boicottaggio anti Israele, è diventato il conduttore di “Basement Café Society”, programma YouTube finanziato da Lavazza, marchio leader nel mercato israeliano del caffè e inserito nelle liste di boicottaggio. Le accuse di incoerenza e di essersi venduto gli sono piovute addosso da ogni parte, ma soprattutto da sinistra.
In realtà non ci si è chiesti se, in questa occasione, è Giuliani a servire gli interessi del libero mercato che detesta, o se invece è il giovane rivoluzionario a usarlo per diffondere le proprie idee. Bernardo Bertolucci si vantava di aver scucito alle major americane i soldi per girare “Novecento”, in cui sventola la bandiera rossa più grande della storia del cinema. Marx amava il vino buono, i sigari, e chiedeva prestiti a Engels, figlio di un industriale tessile, per mantenere il proprio tenore di vita e dedicarsi alla scrittura. Ma il genio fa dimenticare il cinismo. Il caso Giuliani è più vicino al fenomeno, ben noto in biologia, del parassitismo reciproco: due organismi si illudono di sfruttare l’altro come ospite, e in un certo senso hanno ragione entrambi. Nei rapporti economici non è l’eccezione, ma la regola: i partner d’affari quasi mai la pensano allo stesso modo, spesso si detestano, pur continuando a firmare contratti. Lavazza acciuffa i consumatori dell’etichetta barricadera di Giuliani. Lui s’infila nella cassa di risonanza che solo un colosso del marketing può offrirgli. Due corpi si succhiano a vicenda senza che si possa dire chi sta dando e chi ci sta prendendo.
Parlare di incoerenza è semplicemente sbagliato. Nessun parassita è mai stato rimproverato per aver scelto l’ospite più nutriente. Inoltre Giuliani, a guardare bene, più che se stesso ha venduto il marchio pro Pal, che, come tutti i marchi militanti, non ha un valore d’uso, perché non produce nulla, né un valore di scambio, perché non compra case e non sfama, ma possiede un ingente valore simbolico. Dà dignità morale a chi lo indossa, come la scelta di non stampare lo scontrino del bancomat fa sentire subito più ecologisti. Giuliani vende ciò che il movimento pro Pal ha sfornato in tutti questi anni: non un solo miglioramento verificabile nelle condizioni del popolo che vuole proteggere ma immagini e slogan, un patrimonio negoziabile con chiunque, anche con un’azienda da boicottare. Può venirne fuori Gaza-Cola, Sumud Flotilla, kefiah, spille, gadget, l’app “No Thanks” che scansiona il codice a barre di un prodotto per un responso immediato, oppure una trasmissione web. A differenza del denaro, infatti, il capitale simbolico non si consuma spendendolo ma si moltiplica. Ecco perché – c’è da scommettere – non è certo finita qui.