Il Cpj ammette che a Gaza Israele ha ucciso molti terroristi con la pettorina Press

Il Comitato per la protezione dei giornalisti fa sapere di aver identificato come militanti di Hamas o del Jihad islamico molti che figuravano nelle sue liste di giornalisti uccisi. Uno dei nomi più noti è Mohamed Naser Abu Huwaidi

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Foto LaPresse

“Giornalisti uccisi dall’esercito israeliano, si spengono le ultime voci dell’informazione a Gaza” (Rai News). “A Gaza morti più di duecento giornalisti” (Avvenire). “Gaza, stop all’uccisione dei giornalisti” (Ordine dei giornalisti). “Lo sterminio di reporter a Gaza” (il manifesto). Durante la guerra di Gaza non c’è stato un solo giornale, tv e osservatorio che non abbia scritto che Israele a Gaza uccideva deliberatamente giornalisti e che tutti quelli che si dichiaravano tali lo erano davvero. Come non credere ad Amnesty International che disse che “nessun conflitto nella storia ha visto un numero più alto di giornalisti uccisi”? E a Reporter senza frontiere, per cui “la Palestina è lo stato più pericoloso per i professionisti dei media”? Ora si scopre che non erano duecento e che non erano tutte voci di informazione. Il Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj) ha iniziato a rimuovere decine di nomi dalla sua lista.
Il Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj) fa sapere di aver identificato come terroristi di Hamas o del Jihad islamico molti che figuravano nelle sue liste di giornalisti uccisi. Le rimozioni fanno parte di una “revisione completa” della lista che si concluderà nelle prossime settimane. Uno dei nomi più noti della lista è Mohamed Naser Abu Huwaidi, che il Jihad islamico ha identificato come uno dei suoi membri e la cui morte nel dicembre 2023 era stata condannata dall’allora direttrice generale dell’Unesco, Audrey Azoulay, e ovviamente da tutti i pigri media italiani. In risposta all’annuncio del Cpj, il ministero degli Esteri israeliano ha ribadito le sue accuse: “E’ ufficiale, anche il Comitato per la protezione dei giornalisti lo ammette. I ‘giornalisti’ di Gaza = terroristi di Hamas e del Jihad islamico palestinese”.
Spiegando la decisione di rivedere la lista, Jodie Ginsberg, amministratrice delegata del Cpj, ha dichiarato che il gruppo “è sempre stato chiaro sul fatto che non includiamo nessuno nei nostri database se ci sono prove che stesse partecipando a combattimenti o incitando a violenza imminente. Il Cpj condanna in termini inequivocabili la mistificazione di combattenti come giornalisti o operatori dei media, o l’uso improprio di insegne ‘Stampa’”. Uno studio del Meir Amit Center israeliano ha rilevato che fino al sessanta per cento degli individui che si identificavano come giornalisti e sono stati uccisi a Gaza erano membri o affiliati di organizzazioni terroristiche. Come Abu Mutair, che da Gaza lavorava per la “Rai tedesca”,  la Zdf. “E’ inaccettabile che gli operatori dei media vengano attaccati mentre svolgono il loro lavoro”, aveva scritto la caporedattrice di Zdf, Bettina Schausten, dopo l’uccisione di Mutair da parte di Israele. “I nostri pensieri sono rivolti alle vittime e alle loro famiglie, alle quali esprimiamo la nostra più profonda solidarietà”. Al funerale, il giorno dopo l’attacco missilistico, sul suo corpo è stato appoggiato un gilet blu con la scritta “Press”. Peccato che il giornalista era anche un comandante delle Brigate al Qassam, l’ala militare di Hamas.
Nell’elenco compare anche Mahdi al Mamluk, vice capo dell’Unità di comunicazione del gruppo terroristico, ma a suo tempo indicato dal Comitato per la protezione dei giornalisti come un “tecnico di trasmissione” per la tv al Quds al Youm (affiliata al Jihad islamico). O come Ahmed Shehab e suo padre, Abd al Rahman Shehab, uccisi insieme: lavoravano il primo per la radio Voice of Prisoners, emittente del Jihad islamico, e il secondo era un comandante di alto rango del gruppo terroristico che ha trascorso decenni in prigione in Israele prima di essere rilasciato nello scambio di terroristi con Gilad Shalit. Tre dei quattro ostaggi salvati da Israele, tra cui Noa Argamani, erano detenuti nella casa di Abdallah Aljamal, “giornalista” e membro di Hamas. Ma ogni palestinese con una pettorina da reporter era automaticamente una vittima innocente della ferocia israeliana, mentre l’appartenenza a brigate terroristiche veniva omessa. In guerra, soprattutto in una guerra asimmetrica come quella di Gaza, la prima vittima non è sempre la verità, ma la capacità di riconoscerla quando contrasta con il proprio schema ideologico.