Alla Corte suprema, la statua della Libertà batte Trump, che non può restringere lo ius soli

Respingendo la decisione del presidente che puntava a limitare la cittadinanza per diritto di nascita, i giudici hanno inflitto al tycoon la seconda grande sconfitta giudiziaria dell'anno, dopo quella sui dazi. La sensazione è che i magistrati siano pronti a mettersi di traverso quando si toccano i punti più delicati del sistema costituzionale

30 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 18:34
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Foto Ansa

L’America si è fatta un regalo per i propri 250 anni e ha deciso di restare l’America. Chi nasce all’interno dei suoi confini continuerà ad aver diritto alla cittadinanza americana, a prescindere da dove provengano i genitori e dal loro status come immigrati. Alla vigilia delle celebrazioni per i due secoli e mezzo della Dichiarazione d’indipendenza, la Corte suprema degli Stati Uniti ha pronunciato una delle sentenze più importanti degli ultimi anni, perché dedicata a preservare l’essenza stessa dell’esperimento americano: quella incarnata nell’immagine della Statua della Libertà di New York, che dal 1886 accoglie i migranti di tutto il mondo. Un monumento che simboleggia i valori del Quattordicesimo emendamento alla Costituzione, votato nel 1868, che Trump voleva cancellare nella parte in cui dà diritto di cittadinanza a chi nasce sul suolo americano.
La Corte ha inflitto al presidente la seconda grande sconfitta giudiziaria dell’anno, stavolta sullo “ius soli”, dopo quella che gli ha imposto un completo ripensamento sui dazi. A febbraio i giudici di Washington avevano bocciato la Casa Bianca con una maggioranza di 6-3, che adesso si è riproposta identica nei numeri, ma non nella composizione. Ai tre giudici progressisti si sono uniti il presidente della Corte John Roberts, un moderato nominato da George W. Bush che si è accollato il peso di firmare questa sentenza così come quella sui dazi, e due giudici scelti da Trump nel primo mandato, Amy Coney Barrett e Brett Kavanaugh. A febbraio a Roberts e Barrett si era unito Neil Gorsuch (un altro giudice nominato da Trump), che stavolta invece ha scelto la minoranza. “La cittadinanza, ieri come oggi, era il diritto di avere diritti. Era il diritto di partecipare liberamente alla nostra comunità politica”, ha scritto Roberts nella sentenza. “Gli estensori del Quattordicesimo emendamento allargarono tale promessa a ‘ogni persona nata libera in questa terra’. Oggi noi manteniamo quella promessa”.
La maggioranza conservatrice del massimo organo giudiziario ha appoggiato quest’anno molte scelte dell’Amministrazione Trump, dopo aver blindato il presidente con la garanzia di una quasi assoluta immunità per le azioni che ha compiuto e compirà alla Casa Bianca. Lunedì ha regalato all’Amministrazione nuovi poteri in tema di licenziamento di funzionari federali e anche limitazione del voto postale, sia pur mitigati dalla motivazione scritta dalla Barrett, che lascia aperta la possibilità di contare voti anche dopo l’Election day. Anche oggi, nel giorno che chiude la stagione giudiziaria, Donald Trump ha potuto cantare vittoria su un paio di decisioni legate al divieto per giovani atleti transgender di gareggiare con le ragazze e ha esultato su Truth anche su una sentenza sul finanziamento delle campagne elettorali, che sembra lasciare più libertà di manovra ai repubblicani in vista delle elezioni di novembre.
Ma tirando le somme di tutte le decisioni dei giudici e considerando il peso delle due sentenze su dazi e ius soli, il bilancio finale è quello di un riequilibrio delle forze tra potere esecutivo e giudiziario. La sensazione è che i giudici (Roberts e Barrett in testa, tra i conservatori) siano pronti a mettersi di traverso quando si toccano i punti più delicati del sistema costituzionale. Resta da vedere se anche il terzo potere, quello legislativo, darà ora segni di vita: molto dipende da quale Congresso uscirà a novembre dopo le elezioni di midterm, verso le quali Trump si avvia con sondaggi pessimi e ora anche con una nuova, grossa sconfitta sulle spalle.
Eppure è proprio al Congresso che Trump ha affidato il futuro delle sue politiche sulla cittadinanza. Stavolta il presidente non ha fatto le sfuriate che seguirono la decisione sui dazi, si è detto contrariato, ma ha promesso che “ce la faremo a raggiungere lo stesso risultato attraverso la legislazione”. Festeggia invece una miriade di organizzazioni che si erano impegnate a difendere il diritto di cittadinanza. Soddisfazione anche nella Conferenza dei vescovi cattolici, che avevano preso la decisione di intervenire nella causa con una memoria durissima contro l’Amministrazione. Il caso era nato da un ordine esecutivo firmato da Trump nel primo giorno del secondo mandato. Il provvedimento, mai entrato in vigore perché subito sfidato in tribunale, negava la cittadinanza ai bambini nati negli Stati Uniti se i genitori sono entrati illegalmente, oppure se vivono e lavorano negli Stati Uniti legalmente ma con visti temporanei. Quindi non solo i figli dei migranti irregolari, ma anche i figli di turisti, studenti stranieri, lavoratori stagionali, richiedenti asilo. Il cuore giuridico della vicenda era il Quattordicesimo emendamento, uno dei capisaldi della ricostruzione del paese dopo la tragedia della guerra civile della metà dell’Ottocento. Ratificato nel 1868 per regolare lo status degli ex schiavi e dei loro discendenti, l’emendamento dice che tutte le “persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti e soggette alla loro giurisdizione” sono cittadini. Una formula che per i giudici, ancora oggi, è così chiara da non permettere spazi di manovra come quelli cercati da Trump. Anche perché il Congresso ha ricodificato la stessa formula nella legge sulla cittadinanza del 1940.
In ballo c’erano numeri importanti e il rischio di un caos totale sull’immigrazione. Negli Stati Uniti nascono circa 3,6 milioni di bambini all’anno e il Migration Policy Institute stima in 255 mila all’anno i bambini nati da genitori non cittadini che avrebbero perso lo status, alcuni dei quali rischiavano di diventare apolidi. Trump e i Maga insistevano molto sul fenomeno del birth tourism, cioè dei viaggi fatti al solo scopo di partorire in America e ottenere la cittadinanza, ma si tratta di una realtà marginale: circa novemila casi stimati su 3,6 milioni di nascite. Lo ius soli non ha molto spazio in Europa, ma una trentina di altri paesi del mondo oltre agli Stati Uniti lo prevedono e in larga parte si trovano nell’emisfero occidentale, cioè in quel “cortile di casa” che Trump dice di voler controllare: tra questi, Brasile, Canada, Argentina e Messico.