La tenda, questo è il problema. Si fa grande scandalo per le vittorie dei socialisti democratici in alcune elezioni distrettuali di New York e in alcune elezioni primarie negli Stati Uniti. Eminenti notabili del mondo democratico liberal, il vecchio establishment travolto dal trumpismo, ma non solo quello, dicono che l’affermazione dei candidati socialisti a New York, strettamente legati quasi tutti a feroci campagne antisraeliane e a grandi ambiguità sulla battaglia contro l’antisemitismo (per essere eufemistici, trattandosi del fronte Mamdani), porterà a una accesa reazione anticomunista di Trump e dei suoi demagoghi, che già denunciano il ritorno dei senza-Dio, con il risultato che il voto di mezzo sarà perduto, il Senato non sarà riconquistato, alla Camera la risicata maggioranza democratica attuale sarà distrutta, e alla fine le elezioni presidenziali che dovrebbero mettere un termine all’incubo di Trump saranno compromesse.
Ma la questione del centrismo politico come chiave di volta per l’affermazione di programmi e candidati di un’oligarchia parlamentare che ha perso una forte delega popolare, trasformatasi con Obama e il wokismo in una rivendicazione di privilegio culturale e morale, noi contro i deplorables, potrebbe essere mal posta. Perfino in Italia, con la pretesa di risolvere il problema dell’alternativa al governo di destra con una sfilata di bellurie centriste, Onorato o la Salis o non si sa che altro, l’alternativa fashion come soluzione contro l’armocromismo, gli uomini di partito sperimentati e compromessi con la gestione passata dell’opposizione e del governo (i Bettini e i Franceschini) rischiano di ritrovarsi, contro Schlein e Meloni, con un pugno di mosche in mano. In America, poi, non c’è da combattere un’ordinaria battaglia di alternanza a una destra sorvegliata e mainstream. Lì c’è da ricostruire qualcosa contro il troppo pieno, il troppo forte, il troppo provocatorio spazio occupato dalle truppe del tycoon e da un potere che incrina le certezze costituzionali e non conosce bipartisanship o fair play. Partendo da un troppo vuoto, da una nomenclatura che si è rivelata perdente perché non ha vera e autorevole voce, e che per questo lascia al vociare socialista tutto un campo di sorpresa, di presunta innovazione, di nuova combattività.
Un ritorno di fiamma socialista, qualunque cosa significhi, era comunque prevedibile. I capitalisti hanno messo sotto processo il capitalismo, facendo l’opposto di Thatcher e Reagan. Hanno pensato che il sistema di libertà civili e democratiche portate dalla società aperta e dalla sua base di mercato, con tutte le sue imperfezioni, potesse sopravvivere alla critica distruttiva del liberismo economico e alle braghe imposte alla globalizzazione, nonostante il trionfo esplosivo dell’immaginazione tecnologica al potere. Hanno usato toni dickensiani spesso grotteschi per sostenere nuove ondate redistributive contro l’ineguaglianza, in sé tutte cose desiderabili, come il famoso Tax The Rich, ma in un mondo in cui la leva finanziaria aveva permesso concretamente di ridurre la quota di povertà e trasformare perfino il comunismo cinese in un ipercapitalismo a controllo di partito. Se il capitalismo ti viene a noia o addirittura ti fa schifo, perché mai non dovrebbe resuscitare un’ondata di tendenze alle nazionalizzazioni, ai prezzi bloccati, alla iper-regolamentazione dell’economia? Inoltre il problema, e qui ritorna la questione della tenda, cioè del centro inteso non come moderazione politica e retorica ma come polo politico che attrae e persuade, è quello della scomparsa di idee forti. L’esperimento americano è fondato su idee forti, dalla Dichiarazione d’Indipendenza alla Costituzione al Bill of rights, e bisogna riconoscere, al di là dell’orrore per come si manifesta e per le sue premesse e conseguenze, che anche il wokismo è un’idea forte, un’allerta passibile di un uso demagogico incisivo, effettuale, concretissimo. Così hanno ragione quei leader democratici e liberal che invocano uno spirito di unione, sotto una tenda dalla quale escano molte voci, compresa quella un po’ spettrale ma sonora del nuovo socialismo americano, con l’unico obiettivo o il convergente obiettivo di sbarazzarsi della caricatura di tirannia che esercita a Washington un incerto, sempre più incerto, e sempre più pericoloso potere politico.