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Merz senza quid. Combatte con armi spuntate, ma qualche riforma è passata
Il cancelliere, complice il suo caratteraccio, stenta a decollare e nei sondaggi va peggio di Scholz. Ma ha rafforzato il raggio di azione della Germania in Europa in politica di difesa, industriale ed estera
27 GIU 26

Foto ANSA
Il suo non è stato un parto facile, anzi, pieno di doglie come mai prima in Germania. Ma anche lo svezzamento, da oltre un anno, è un calvario: Friedrich Merz, decimo cancelliere della Bundesrepublik, si è insediato il 6 maggio 2025 dopo un inciampo senza precedenti (bocciato alla prima votazione al Bundestag ed eletto solo alla seconda). Con l’Unione cristiano-democratica ha vinto le politiche a febbraio 2025 anche se non con un plebiscito (28,5 per cento). Anche la sua scalata della Cdu è stata in salita, riuscita solo al terzo tentativo: primo fiasco per il dopo Angela Merkel nel 2018 (vinse Annegret Kramp-Karrenbauer); secondo nel 2021 (Armin Laschet). Al terzo tentativo, dopo la batosta dell’Unione alle urne a settembre 2021 e l’esilio all’opposizione col governo di Olaf Scholz, Merz viene finalmente eletto leader della Cdu.
E’ stato un capo dell’opposizione forte, non dava tregua alla coalizione semaforo, brillante per retorica e dialettica. Ma da cancelliere, imbrigliato dai legacci dell’incarico, combatte con armi spuntate, è criticato da tutte le parti, non solo dall’opposizione (AfD, Verdi e Linke) ma anche dai media, parte del mondo economico, la sinistra Cdu, ma anche l’ala conservatrice. Poi c’è l’opposizione interna dell’alleato Spd, che rischia l’estinzione, punta i piedi e si aggrappa a un’utopia sociale come a un salvagente.
A maggio girava voce di un complotto nella Cdu per sostituirlo col governatore del Nord-Reno-Vestfalia, Hendrik Wüst. In realtà per un cambio del cancelliere la Costituzione impone la fiducia costruttiva con maggioranza del Bundestag, che il governo ora non ha. Ma la notizia ha comunque tenuto banco per giorni. Voci del genere non sono nuove. C’erano con Scholz, da rimpiazzare con Boris Pistorius, e anche con Merkel nel 2010 con Karl-Theodor zu Guttenberg (Csu). Nel caso di Merz, visti i pessimi sondaggi (il cancelliere meno popolare in assoluto col 65 per cento fino all’83 per cento di scontenti del suo lavoro), è un colpo alla sua autorità.
“Er kann nicht Kanzler”, è il giudizio velenoso dei detrattori per dire che non sa fare il cancelliere. Il portale T-online ha elencato cinque qualità necessarie di cui disponevano Brandt, Schmidt, Kohl e Merkel: conservare il potere, comunicazione ed empatia, autocontrollo emotivo, leadership integrativa, coerenza tra il dire e il fare. Sentenza: Merz non ne avrebbe nessuna.
Lo slancio con cui era partito il cancelliere, che dopo 16 anni di sopore merkeliano prometteva un rinascimento di riforme, ripresa economica e contenimento dell’estrema destra AfD, si è afflosciato. I risultati stentano, la fiducia crolla, la crescita stagna e la sua popolarità è inferiore anche a quella di Scholz quando era ai minimi. Un sondaggio YouGov dava la Cdu-Csu al 20 per cento (28,5 alle politiche) e l’AfD al 29 (20,8). Peggio ancora la Spd al 12 per cento (dietro ai Verdi al 14): rispetto ai tempi di Gerhard Schröder ha perso 14 milioni di voti che emigrano anche verso l’AfD.
Le critiche più drastiche arrivano dal rinomato commentatore Hans-Ulrich Jörges, che boccia Merz su tutta la linea: “Il peggior cancelliere della storia tedesca, una nomina sbagliata che non ha portato niente”, afferma in una conversazione. Aveva annunciato una “svolta in economia per l’estate e invece, per il settimo anno, crescita zero”. Idem con “l’autunno delle riforme”. In campagna elettorale “aveva promesso di non toccare il freno al debito e invece l’ha tolto e stanziato 500 miliardi di euro per infrastrutture e 1.000 per il riarmo” nei prossimi anni.
“All’inizio era un buon Aussenkanzler (termine coniato proprio da Jörges per dire “cancelliere per l’estero”), rinsaldando il rapporto con Parigi, Varsavia, con la Meloni e anche con Trump, ma non è rimasto nulla”. Con il formato E3 sull’Ucraina, senza la Polonia, principale paese confinante, “ha fatto arrabbiare il premier polacco Tusk e anche la Meloni”. Nel frattempo i rapporti con la Francia non sono migliorati (vedi il fiasco di progetti come il caccia Fcas, ma anche un nuovo modello di carro armato). Il flop del seggio nel Consiglio di sicurezza Onu certifica la debolezza del Paese: “E’ in declino, senza forza e prospettive, la Germania non conta”. Se l’AfD vola nei sondaggi, deve solo ringraziare Merz: “Aveva promesso di dimezzarla e invece è triplicata”, e un terzo degli elettori Cdu sono scappati. L’unica promessa mantenuta è il calo dell’immigrazione ma il merito è del ministro degli Interni Alexander Dobrindt (Csu). Se alle regionali a settembre a Est l’AfD avrà la maggioranza per governare, “Merz sarà sostituito (con Wüst) e anche i due leader Spd, Lars Klingbeil e Bärbel Bas, verranno mandati a casa”.
Il rinomato commentatore Hans-Ulrich Jörges lo boccia su tutta la linea: “Aveva promesso di dimezzare l’AfD e invece è triplicata”
Le ragioni dello scontento sono molteplici, obiettive ma anche soggettive. Dopo l’uscita di scena di Merkel, sono venuti a galla tutti i suoi deficit, ereditati dal successore: Reformstau, ingorgo di riforme mai fatte a parte la Bundeswehr (abolizione della leva, taglio degli effettivi) e l’uscita dal nucleare dopo Fukushima. Lasciti a cui il governo Merz cerca di rimediare. Da una parte con la riforma delle forze armate e l’aumento, teoricamente illimitato con la revoca del freno al debito, dei soldi per la difesa e il riarmo della Germania, riarmo che peraltro non tutti gradiscono in Europa. Dall’altra con l’idea di un ritorno al nucleare per sopperire alla crisi energetica. Senza contare l’ipoteca del gas russo scontato fornito tramite il gasdotto Nord Stream 1, mentre il Nord Stream 2 era per Merkel un mero “progetto economico” (l’ha bloccato solo Scholz con l’invasione russa in Ucraina a febbraio 2022).
Per Giovanni di Lorenzo, direttore di Die Zeit, Merz “dice cose che la gente capisce, ma legate ad aspettative che non può realizzare”
Per Giovanni di Lorenzo, il direttore italo-tedesco del settimanale Die Zeit, “chiunque ha il potere oggi, in Germania e in tutto il mondo, ha un problema ad essere accettato e riconosciuto: chi governa perde, è un fenomeno mondiale”. Ciò premesso, va detto anche che Merz ha dei “difetti abbastanza evidenti”. Primo, “non riesce a legare con la gente, mantiene sempre un grande distacco” come Scholz, anche se Merz “brilla per retorica”. Secondo, “è bravo e onesto a riconoscere i problemi ma quando si tratta di mettere in pratica le risposte non è molto efficiente, e forse neanche molto interessato”. Terzo, “dice cose provocatorie che potrebbero smuovere qualcosa e che la gente capisce, ma legate ad aspettative che non può realizzare”. Questi tre fattori, a parte la sfiducia in generale verso chi governa, sono specifici della sua persona: “Lui lo sa e non fa nulla per nasconderli, è molto diretto anche nelle interviste”. La sua agenda è chiara ma non sa attuarla. Certo, l’elettorato dovrebbe avere un po’ di pazienza: come fanno Cdu e Spd, si domanda, se non hanno i numeri per governare da sole e sono costrette ad allearsi? Questo è il problema di questa coalizione: le cose che fanno o hanno fatto sono giuste, ma sono rimesse in discussione all’interno: “I litigi sono pessimi agli occhi degli elettori e in questa situazione vorrei sapere chi farebbe meglio di Merz”.
Friedrich Merz, da leader della Cdu, ha fatto un’opposizione forte, ma come cancelliere è criticato anche dall’interno del suo partito
In politica estera il bilancio è a suo avviso positivo: il rilancio del rapporto con la Francia (deteriorato con Scholz), “l’intesa con l’Italia e la Meloni, di cui si fida, e buoni rapporti fra i due paesi sono sempre una cosa buona per l’Europa”. Poi, fino alla guerra in Iran, Merz “era riuscito a costruire un rapporto abbastanza solido con Trump senza umiliarsi come hanno fatto altri”. La delusione è in politica interna, gli effetti non si sentono: tutto, riforme dello stato sociale, pensioni, eccetera, viene delegato a commissioni e “ciò rafforza i populisti di destra e di sinistra che sostengono (in Germania, a differenza dell’Italia, i vecchi partiti non si sono sciolti) che il sistema non è più efficiente. Questo fa male al paese, rafforza le forze radicali estremiste e penalizza l’autostima della Germania” (vedi la crisi dell’auto). Per Merz e il governo, sottolinea di Lorenzo, “il banco di prova sarà a settembre, il mese del destino”: si vota in due Länder dell’Est, Sassonia-Anhalt e Meclemburgo, e nel primo l’AfD potrebbe raggiungere la maggioranza per governare. L’esito delle urne deciderà anche della sua sorte.
Obiettivamente, per il cancelliere le sfide da affrontare, interne ed esterne, sono tante: la guerra in Ucraina (la Germania è il principale sostenitore di Kyiv in Europa), il conflitto in Israele e medio oriente, la guerra in Iran con la crisi petrolifera e la minaccia per la sicurezza: problemi giganteschi per qualsiasi cancelliere. Ma Merz ci mette del suo e deve fare i conti con una mentalità dei tedeschi in genere poco disposta al cambiamento e attaccata ai privilegi acquisiti in decenni di benessere in uno stato sociale molto generoso.
Il suo carattere non lo aiuta: risulta intemperante, troppo diretto, dice cose che magari la gente pensa ma non perdona a un cancelliere. Come quando ha detto che i tedeschi devono lavorare di più. O, in tema di migrazione, ha criticato lo Stadtbild, l’immagine di alcune città, beccandosi subito l’accusa di razzismo e discriminazione. Merz è fumantino, impaziente, è brusco o troppo esplicito. Le promesse fatte restano spesso annunci, bollati con la qualifica di “Pinocchio”.
Altra “colpa”, in un paese cresciuto col mantra dell’equilibrio sociale, del consenso e della misura, Merz è ricco: ha lavorato per Blackrock, la multinazionale di investimento con sede a New York, possiede un aereo privato (bimotore a elica, Diamond DA62) che pilota da solo (da cancelliere non può più). Tutti “peccati” che gli valgono attacchi, insulti e offese in rete, e non solo: “Lackaffe” (bellimbusto), “Eierarsch” (testa di…), “Lügenfritz” (Fritz il bugiardo). La piattaforma Pioneer l’ha definito un “mungitore con le mani fredde” per i sacrifici che chiede ai tedeschi.
In un’intervista a Spiegel, Merz si è lamentato di essere un continuo bersaglio: “Nessuno prima di me ha dovuto sopportare una cosa del genere”, essere così “attaccato e denigrato”. Apriti cielo, anche su questo è stato impallinato: vittimismo e piagnisteo, le accuse levatesi.
Eppure, considerato il contesto internazionale e i problemi sul tappeto, l’esecutivo Merz in un anno di governo ha messo mano a parecchie riforme, anche se non tutte varate, e ha rafforzato il raggio di azione della Germania in Europa in politica di difesa, industriale ed estera. Sono state avviate 190 iniziative legislative in campo economico, sicurezza, immigrazione, sanità, investimenti in infrastrutture (strade, scuole, amministrazione, digitalizzazione). Obiettivo: modernizzare la Germania e aumentare la competitività. Entro fine giugno il governo vorrebbe mettere in cascina riforme mammut (incluse sanità, fisco e pensioni), ma chissà. Lo scenario globale è quello che è, i progressi non si vedono e i tedeschi sono scontenti, i prezzi aumentano, i rincari e lo spettro della povertà (13,3 milioni, il 16,1 per cento, sono minacciati) fanno paura. L’umore è depresso col risultato che i partiti di governo sono penalizzati e l’estrema destra AfD lucra e avanza.
La sua campagna elettorale era incentrata su due temi: contrasto dell’immigrazione illegale e rilancio dell’economia. Sul primo tema si può dire che ha mantenuto la promessa: con una serie di restrizioni e controlli ai confini gli ingressi sono calati del 60 per cento e anche nell’Ue si è arrivati a una stretta con il nuovo patto su asilo e migrazione. Sull’economia, invece, la ripresa stenta. L’industria automobilistica, principale motore dell’export tedesco, arranca, la promessa di liberare la giungla burocratica, passaggio cruciale per far ripartire l’economia, procede a rilento o resta lettera morta. L’agenda sarebbe giusta ma è l’implementazione che non funziona. La colpa non è solo del cancelliere, ma anche della struttura imbrigliata del paese, fra competenze centrali, regionali, parti sociali, confindustria, sindacati, le tante organizzazioni sociali e un’opinione pubblica e mass media molto vigili e rapidi al piede di guerra.
Sul contrasto all’immigrazione illegale ha mantenuto le promesse, ma la ripresa economica stenta. L’agenda è giusta, manca l’implementazione
Il primo anno di governo procede comunque quasi sempre in modo turbolento in Germania: lo è stato con Schröder e la coalizione rosso-verde, con Merkel nel suo primo esecutivo con la Spd e nel secondo con i Liberali, per non parlare di Scholz e la coalizione semaforo con Verdi e Liberali.
Potrebbe aiutare se Merz facesse alla nazione un discorso alla Churchill (sangue, sudore e lacrime)? “Forse”, risponde Jörges, “se lo facesse subito e annunciasse che il governo rinuncia ai due mesi di ferie estive e si mette al lavoro”. Per di Lorenzo “non dev’essere un’operazione di marketing politico, il momento forse è passato”. La gente sa che servono sacrifici. Merz dovrebbe presentare un piano dove tutti capiscono che bisogna tagliare i sussidi e fare sacrifici, anche chi guadagna di più che non va però demonizzato. “Un appello convincente spiegando che abbiamo davanti un periodo difficile, che tutti devono contribuire, ma che bisogna avere fiducia che le cose cambieranno in meglio”.