Così è rinato l’istituto di Borodyanka occupato dai ceceni di Putin

La riapertura del centro psiconeurologico è avvenuta sotto l’amministrazione regionale di Kyiv, anche grazie all’aiuto di organizzazioni come l’Ordine di Malta, che ha fornito cibo, mobili, computer e permesso il ripristino di una lavanderia

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Foto LaPresse

Marzo 2022, a circa 50 chilometri da Kyiv e 20 da Bucha. Davanti all’istituto psiconeurologico di Borodyanka vengono radunati pazienti, altri civili e i pochi membri del personale rimasti. Gli ordini sono impartiti da un’unità dell’esercito russo formata dalla milizia cecena dei cosiddetti kadyroviti. Il comandante Daniil Martynov impone alla direttrice dell’istituto, Maryna Hanitska, di registrare un video in cui ringrazia Vladimir Putin. “Devi ringraziarlo per il fatto che sei viva”, le dice. Poi i soldati minacciano la donna: “Se sei una nazista ti tagliamo a pezzi e mandiamo il pacco al vostro presidente nazista”. Durante l’accerchiamento, in dodici perdono la vita. “A morire sono stati soprattutto i malati palliativi e gli allettati: senza le cure di cui avevano bisogno, in pochi giorni non ce l’hanno fatta – ricorda la direttrice – I russi hanno minato tutto intorno. Ci hanno tolto l’acqua dal pozzo con un’autocisterna, l’hanno fatto apposta. A un certo punto ho detto al comandante che dovevo seppellire i morti. Mi ha risposto: te lo faccio fare l’8 marzo. Intendeva che sono una donna, quindi per la festa della donna. Poi c’è stata la miracolosa evacuazione di 560 persone. Sono due anni che non parlo più di allora, adesso lo faccio con te, ma ho ancora un buco nel cuore”.
Mentre Hanitska ricostruisce il passato nel suo ufficio, con la voce spezzata, fuori c’è il sole di giugno. Il centro è rinato. Dopo quella che gli ucraini chiamano de-occupazione, l’istituto è stato riparato e riaperto. “Dopo l’occupazione sono stato evacuato nella regione di Rivne, vicino a Dubno. Lì è stato molto difficile per me. Continuavo a chiedere alla direttrice di riportarmi qui il prima possibile. Questa è casa mia”, racconta Oleksandr, 61 anni, veterano dell’Afghanistan. Oleksandr aveva 18 anni quando fu mandato in guerra dall’Urss, e adesso pensa invece ai ragazzi che combattono per l’Ucraina. L’ex soldato vorrebbe aiutarli: “Andrei io, se potessi. Ma nessuno vuole più arruolare un uomo con una gamba sola. Se me lo permettessero, farei almeno l’operatore di droni, o qualcosa di utile. Vorrei comunque dare una mano”. Il coraggio ostentato sembra molto diffuso tra i pazienti, che raccontano fieri come hanno sopravvissuto ai giorni sotto il giogo dei kadyroviti. Nel giardino, Ivan mi mostra come fosse la situazione: “Là, dal cancello, c’erano i russi, sempre tanti, puntavano contro di noi”, spiega, mimando le armi con le braccia. Serhiy racconta invece soddisfatto: “Non gli volevo dare la chiave della stanza degli altri pazienti di cui ero responsabile, così dicevo che non c’era. Dormivamo vestiti per il freddo, con addosso tutto quello che avevamo”. Per entrambi, tornare qui è stato naturale: “Questa è la nostra terra, siamo nati qui e non ce ne andiamo”, dice Ivan. “E’ come quando si dice: finché morte non ci separi”, aggiunge Serhiy.
Nel 2022 l’attacco russo al centro è diventato un caso mediatico, raccontato dal New York Times e altre testate internazionali. Poi quanto accaduto si è trasformato in un processo per crimini di guerra, perché i russi hanno di fatto usato i pazienti come scudi umani contro la controffensiva ucraina. Nel settembre del 2024 c’è stata la condanna in contumacia del comandante Martynov. La riapertura dell’istituto è avvenuta sotto l’amministrazione regionale di Kyiv, ma anche con l’aiuto di altre organizzazioni, come l’Ordine di Malta, che ha fornito cibo, mobili, computer e permesso il ripristino di una lavanderia. L’Ordine è presente in Ucraina con una particolare attenzione per la sofferenza psicofisica degli adulti e dei bambini. Perché, intanto, la guerra continua. “Quando c’è un allarme aereo, è nostra responsabilità assicurarci che tutti vadano nei rifugi. Lo prendiamo molto sul serio”, spiega Liudmyla, dello staff del centro: “Per la maggior parte, qui ci sono uomini. Dopo tutto quello che hanno vissuto, si sono abituati a queste condizioni. Certo che hanno paura. Ce l’abbiamo tutti. Ma le persone hanno imparato a convivere con questa realtà”. Per non pensare alla guerra, spiega la donna, “si organizzano attività, eventi, concerti. I residenti hanno il loro mondo e la loro quotidianità, e cerchiamo di aiutarli a concentrarsi su quella”. “Nessuno di noi avrebbe mai immaginato di vivere una cosa simile”, conclude Liudmyla, “da bambina, i miei nonni dicevano: la cosa più importante è che non ci sia la guerra. Allora suonava come una cosa inimmaginabile. Eppure, ora, eccoci qui. E non sappiamo quando finirà”.
Anche se l’istituto cerca di salvaguardare il mondo protetto dei pazienti, alcuni di loro vogliono lo stesso sapere quello che accade fuori. “Io seguo la situazione da vicino. Ho internet e YouTube. Guardo tutto e tengo traccia di tutto quello che succede, tutto”, dice Oleksii, 63 anni, che si muove con una carrozzina elettrica. “Credo che la vittoria sia già molto vicina. Perché adesso questa è un’Ucraina libera. Qui ora siamo liberi”, esclama convinto. Nel giardino una paziente si muove lungo il viale su un grosso triciclo, ride muovendo i capelli ricci, un altro ragazzo mi viene a stringere la mano più volte, “dobryj den”, buongiorno. Un uomo anziano si gode il sole da una finestra, quando mi vede comincia a ripetere in sequenza un sorriso, una specie di saluto militare e il pollice all’insù. Pochi minuti dopo, i telefoni iniziano a suonare: è un nuovo allarme, forse un drone o forse un missile balistico, nella regione, non si sa ancora quanto vicino o lontano. Nell’istituto di Borodyanka sono scampati all’orrore e ai crimini dell'occupazione via terra. Ma il terrore dal cielo continua, in tutta l’Ucraina, anche in giornate di sole in cui la guerra sembra impensabile.