Lukashenka teme Zelensky più di Putin

Il dittatore bielorusso obbedisce al presidente ucraino e spegne i ripetitori per i droni al confine. La mancanza di fiducia nel Cremlino e i diari dalle prigioni di Minsk

26 GIU 26
Immagine di Lukashenka teme Zelensky più di Putin
Sei anni fa, il dittatore bielorusso, Aljaksandr Lukashenka, pensava che le sue prigioni fossero grandi a sufficienza per poter rinchiudere tutta la Bielorussia che iniziava a rivoltarsi contro di lui. Pensava che bastasse la violenza, mostrare il sangue, sfinire un prigioniero per fermare chiunque all’esterno delle carceri avesse avuto l’idea, seppure remota, di scendere per strada e gridare: “schiacciamo lo scarafaggio”. Lo “scarafaggio”, in quelle proteste che iniziavano a farsi grandi in vista del voto in cui i bielorussi speravano di cambiare presidente, era proprio Lukashenka, proclamatosi con orgoglio “ultimo dittatore d’Europa”. Un dittatore che si autodichiara tale non ha bisogno di espedienti, può indire delle elezioni ma fare come se la preferenza degli elettori non esistesse. E così fece sei anni fa, quando ormai iniziavano a esserci segnali chiari che la sua sfidante, Svjatlana Tsikhanouskaja, potesse batterlo. Le schede elettorali semplicemente scomparvero. Lukashenka si assegnò un 80 per cento dei voti e si proclamò, ancora una volta, presidente. I bielorussi pensavano ancora di poter fare qualcosa, scesero per strada, senza violenza. Allora le carceri del regime iniziarono a farsi troppo piccole per contenere tutti i manifestanti. Lukashenka rimase al potere con la repressione e grazie all’aiuto di Vladimir Putin, che da quel momento lo costrinse a una fedeltà assoluta e lo trascinò nei suoi piani di invasione contro l’Ucraina. Talmente legato al capo del Cremlino, Lukashenka acconsentì a concedere il suo territorio all’esercito russo, offrì a Mosca la strada per attaccare l’Ucraina da nord, per puntare a Kyiv. I russi non sono mai arrivati alla capitale ucraina, si sono ritirati dai territori che avevano occupato nella parte settentrionale del paese ma non hanno mai dismesso le loro postazioni lungo il confine bielorusso. Dal territorio di Minsk, l’esercito di Mosca ha continuato a lanciare attacchi e gli ucraini non hanno smesso di fortificare la frontiera per timore di una futura invasione
Nelle ultime settimane, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, si era recato proprio lungo quel confine per mandare un messaggio a Lukashenka e dirgli che per gli ucraini non sarebbe stato così difficile colpire le infrastrutture militari presenti sul territorio bielorusso. Kyiv ormai colpisce la Russia ovunque, le conseguenze degli attacchi contro raffinerie di petrolio, giacimenti e depositi di carburante stanno costringendo Mosca ai razionamenti. Le immagini degli attacchi in Russia sono arrivate anche a Lukashenka che in un’intervista ha chiesto a Zelensky scusa per alcune affermazioni del passato, assicurandogli che mai sarebbe partito un attacco dalla Bielorussia. Le promesse non bastano, l’Ucraina paga oggi il prezzo delle promesse infrante del passato, e Zelensky ha preso la decisione di lanciare a Minsk un ultimatum, concedendo al dittatore una settimana per rimuovere i ripetitori a ridosso del confine che permettono le comunicazioni fra i droni usati per attaccare l’Ucraina. La minaccia ha colpito Minsk ed è rimbalzata fino a Mosca, dove il capo del Cremlino aveva promesso che sarebbe intervenuto per proteggere la Bielorussia e aveva previsto un incontro con Lukashenka, che però non c’è mai stato. Infine i ripetitori sono stati disattivati, Lukashenka ha ceduto; non si è fidato della protezione di Putin, le cui difese aeree non riescono neppure a proteggere la Russia e non c’è ragione di pensare che potrebbero fermare gli attacchi in Bielorussia; ha avuto più timore della minaccia di Zelensky che delle ritorsioni del Cremlino. Il dittatore bielorusso ha commentato con i suoi collaboratori la sua decisione di obbedire al presidente ucraino: “Non serve urlare, non serve rompere il muso, parliamoci come persone normali ... bisogna capire la differenza fra noi e la Russia”. L’Ucraina ha invece dimostrato che serve urlare per liberarsi da un pericolo e mettere Lukashenka davanti a un fatto: hai scommesso su Putin, ora devi salvarti da solo.
Le prigioni bielorusse si stanno finalmente svuotando, il motivo è che Lukashenka ha iniziato a parlare con gli americani, ad accettare di liberare prigionieri in cambio, probabilmente, della revoca di alcune sanzioni. Il dittatore ha incontrato l’inviato speciale di Trump per la Bielorussia, l’avvocato John Coal, che lo ha convinto fra un brindisi di vodka e l’altro. Chi esce dalle prigioni inizia a raccontare, i ricordi e le testimonianze escono fuori lentamente, come ricordi troppo duri per tornare in superficie. La poetessa bielorussa Hanna Komar era stata arrestata durante una manifestazione nel 2020, è stata liberata e ha pubblicato un libro dal titolo “Quando sarò fuori di qui” – la speranza che non è mai scomparsa durante la prigionia: uscire. Nel libro racconta dei giorni in cella, dei prigionieri che sono persone di ogni età, cittadini comuni, e dell’emozione che può suscitare un biglietto nascosto in una tavoletta di cioccolata arrivata dall’esterno con su scritto “siamo con te”. Il dittatore è solo, chi è stato prigioniero non lo è mai stato.