La grande ritirata non strategica dell’occidente euroatlantico

L’accordo fra Usa e Iran non ha solo genericamente rilegittimato il regime, ma ha anche isolato Israele, depresso i sunniti del Golfo e rivitalizzato l’asse del jihadismo. Una nuova Kabul. E ora torniamo pure a chiacchiere di basi

26 GIU 26
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Foto LaPresse

Qui da noi, tra Aviano Camp Darby e Sigonella, non si conosce la regola per cui in guerra i chiacchieroni si occupano di tattica, gli esperti di logistica. Cinquecento voli logistici sarebbero un bel pacchetto di assistenza di cui andare fieri. E Invece no. Il panorama è grottesco. Per Trump abbiamo tradito. Per l’opposizione e per Teheran abbiamo combattuto “illegalmente” e ne sopporteremo le conseguenze. Stanziamo fondi per il riarmo europeo e per la Nato, o almeno così pare, ma evidentemente è per mantenere basi da cui gli aerei non devono partire, e se partono, come dice Rutte, ci si deve vergognare. Intanto sta succedendo qualcosa di grosso, di molto serio, che passa quasi inosservato. L’accordo fra Usa e Iran non ha solo genericamente rilegittimato il regime, tradito le aspettative di chi protestava ed è finito o finirà sulla forca o fucilato, diminuito il prezzo del pieno di benzina e recuperato il fuel che mancava alla programmazione delle vacanze.
Il Memorandum of Understanding ha anche isolato Israele, depresso i sunniti del Golfo lasciati a bagnomaria di fronte alle coste controllate dai pasdaran e dai loro missili e droni, gettato nella nebbia più totale la questione del nucleare dei mullah, e come se non bastasse è il gancio intorno a cui ruota la ripresa dell’asse della resistenza cosiddetto, cioè il raccordo tra gli iraniani e le fazioni terroristiche da loro armate e ingrassate da decenni allo scopo di portare una minaccia ravvicinata, jihadista e sterminatrice, verso lo stato ebraico, dentro ai suoi confini. Qui non è questione di tattica né di logistica, è questione di resa a discrezione delle democrazie elettorali alla tirannia teocratica e alle sue trame. Si capisce anche troppo bene come mai in Israele tutti, come se fossero un solo Netanyahu o addirittura un Ben-Gvir, vanno alle elezioni chiedendo che sia invalidata la politica della bandiera bianca. Quando il paese più potente del mondo, con le sue responsabilità e il suo profilo storico, affonda nel vuoto della propaganda e del ballo YMCA, abbandonando alleati e amici e rassegnandosi a una sconfitta appena camuffata, sono tempi allegri per i tiranni, che se ne fottono delle dispute sulla logistica e sulla tattica.
Sarà piuttosto un problema strategico, c’è da pensare. Gli eroi di Hamas e del 7 ottobre erano davanti alla bocca del fucile dell’esercito che difende il paese oggetto delle loro ossessioni nichiliste, ma la pace celebrata per Gaza, benedetta per tanti motivi, non ha portato al loro disarmo, si è limitata per adesso a testimoniare la loro sopravvivenza. Il partito di Dio o Hezbollah è ridiventato il mascheramento perfetto per l’aggressività dei suoi mandanti e creatori iraniani, con in più armi sofisticate e la pretesa di imporre lo status quo della minaccia e della deterrenza antisraeliana alla regione intera. Manca solo il volo di ritorno di Assad da Mosca a Damasco, come coronamento virtuale della restaurazione dell’asse della resistenza cosiddetto. La cosa ci interessa sì e no. Così come restammo indifferenti per l’Abkazia, l’Ossezia, la Georgia, la Crimea, il Donbas della prima invasione inconfessata, finché la guerra aperta non fu portata ai confini d’Europa mentre i sapienti della tattica e della logistica strimpellavano che non sarebbe mai accaduto e bisognava evitare di portare il conflitto oltre il confine dello stato invasore, aiutando gli ucraini a difendersi ma con una mano legata dietro la schiena. La fuga apocalittica da Kabul, preparata dagli accordi di Trump con i talebani e realizzata sotto Biden, è stata l’inizio di quella che probabilmente sarà ricordata come la grande ritirata non strategica dell’occidente euroatlantico.