Con l’Iran si sono visti gli errori del modo americano di fare la guerra

L’accordo di Versailles promette a Teheran centinaia di miliardi per la ricostruzione dopo mesi di conflitto, ma lascia irrisolti gli obiettivi che avevano giustificato l’intervento americano. Le quattro condizioni simultanee che sono state disinnescate e un memorandum vago, che è il modo per sabotarlo

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Foto Ansa

Nel giugno del 1947, George Marshall annunciò ad Harvard un piano da tredici miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Europa postbellica. Settantanove anni dopo, a Versailles, Donald Trump ha firmato un memorandum d’intesa con l’Iran che impegna gli Stati Uniti e i loro partner regionali a garantire a Teheran almeno trecento miliardi di dollari per la sua “riabilitazione e sviluppo economico”. Thomas Wright della Brookings Institution ha definito questa cifra un Piano Marshall per il regime iraniano, con una differenza sostanziale: il piano originale consolidava una vittoria americana, questo gestisce le conseguenze di una sconfitta. La formula è ingenerosa verso le sfumature, ma fotografa con precisione l’esito sostanziale. La guerra contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio 2026 con l’operazione Epic Fury, si è conclusa con un accordo che non risolve in modo definitivo nessuna delle questioni che ne avevano giustificato l’avvio. L’Iran esce dal conflitto militarmente degradato ma strategicamente rafforzato. E’ utile chiedersi se poteva andare diversamente. Non poteva, e la ragione non riguarda solo questa Amministrazione.
Secondo la ricostruzione di Brynn Tannehill e Thomas Wright, il piano americano era semplice nella sua logica dichiarata: bombardare l’Iran fino a provocare la caduta del regime o la sua resa. Era un piano fondato su una dottrina con un secolo di storia e altrettanti anni di fallimenti sistematici. Dalla “dottrina Douhet” del 1921, che immaginava città ridotte in cenere da bombardieri sufficienti a piegare qualunque nemico, fino al generale americano Curtis LeMay e alla sua fede nella forza aerea devastante e immediata, il pensiero strategico del Novecento ha a lungo creduto che il potere aereo potesse sostituire le truppe di terra come strumento decisivo. La storia ha mostrato che quella tesi regge raramente. Il Blitz su Londra non indusse la resa britannica. I bombardamenti alleati sulla Germania non spezzarono la volontà nazista: il crollo finale fu determinato dalla paura dell’Armata rossa. In Vietnam, gli Stati Uniti sganciarono circa 7,6 milioni di tonnellate di bombe, più del doppio del totale impiegato nell’intera Seconda Guerra Mondiale, senza ottenere la resa di Hanoi. Gli Accordi di Parigi del 1973 furono il prodotto dell’esaurimento americano, non di una vittoria sul campo. In Serbia nel 1999, la capitolazione di Milosevic fu determinata dalla minaccia credibile di invasione di terra, non dai soli bombardamenti della Nato. Uno studio Rand del 1996 aveva già sintetizzato la lezione: il potere aereo isolato da ogni altra componente costringe alla resa solo se il nemico crede di essere destinato alla sconfitta sul campo e non vede possibilità di difesa efficace. Nessuna di queste condizioni valeva per l’Iran. Teheran aveva una teoria chiara fin dal primo giorno: resistere abbastanza a lungo da rendere il costo economico della chiusura dello Stretto di Hormuz insopportabile per Washington. L’ha perseguita con logica e disciplina. Il piano americano non poteva funzionare perché era stato concepito ignorando una lezione che ogni conflitto dal 1940 in poi aveva già impartito: il bombardamento aereo senza minaccia credibile di occupazione del territorio non produce resa, produce resistenza.
Teheran aveva una teoria chiara fin dal primo giorno: resistere abbastanza a lungo da rendere il costo economico della chiusura dello Stretto di Hormuz insopportabile per Washington
Il parallelo con il Vietnam non si esaurisce nella dottrina militare. Il 27 gennaio 1973 le parti del conflitto vietnamita firmarono a Parigi un cessate il fuoco che prevedeva l’uscita americana dalla guerra senza risolvere nessuna delle questioni all’origine del conflitto. Per ottenere l’adesione di entrambe le parti, Richar Nixon fece promesse private: a Hanoi 3,25 miliardi di dollari in aiuti alla ricostruzione, a Saigon assistenza militare continuata e ritorsioni in caso di violazione nordvietnamita. Nessuna fu mantenuta. L’accordo non pose fine alla guerra ma solo alla partecipazione americana. Nel 1975 Saigon cadde. Il Mou (memordandum d’intesa) di Versailles replica questa struttura con fedeltà imbarazzante. E’ un cessate il fuoco che rinvia i nodi sostanziali a negoziati successivi da concludere in sessanta giorni. Contiene promesse di ricostruzione per la parte avversaria in misura dieci volte superiore (in dollari odierni) a quanto Nixon promise ad Hanoi. Prevede impegni paralleli non scritti, come ha ammesso lo stesso vicepresidente americano J. D. Vance. E’ talmente mal redatto nei suoi termini giuridici che Duncan Hollis della Temple University, curatore della Guida Oxford ai Trattati internazionali, lo ha definito “un tentativo affrettato e mal riuscito”. Pierre Asselin, storico delle relazioni estere americane, ha tracciato il parallelo con precisione: il Mou non rappresenta una vittoria ma conferma la pianificazione difettosa dell’Amministrazione. E’ una misura di emergenza che fornisce copertura politica per una ritirata strategica e svolge esattamente le stesse funzioni degli Accordi di Parigi, prodotto di una guerra perduta.
I dati disponibili misurano la portata del danno. Tredici soldati americani morti, oltre 3.375 iraniani tra cui 170 vittime in un attacco su una scuola femminile imputabile a un errore. Il costo per consumatori e contribuenti americani si aggira intorno ai 132 miliardi di dollari. La Banca mondiale ha ridotto le previsioni di crescita globale al 2,5 per cento, minimo dalla pandemia. Questi dati descrivono il costo di un conflitto che non ha prodotto una soluzione politica proporzionata. Più di mille missili Tomahawk impiegati, quarantadue velivoli persi o danneggiati. Le scorte di Patriot si sono ridotte di oltre il 50 per cento: ricostruirle richiederà fino a sei anni, durante i quali gli Stati Uniti saranno significativamente meno pronti a un conflitto contro Cina o Russia. A fronte di tutto questo, l’Iran conserva circa undici tonnellate di uranio arricchito e, secondo le stime di intelligence, circa il 70 per cento del proprio arsenale missilistico prebellico. Messi in fila, questi numeri descrivono una guerra in cui la parte che ha speso di più è quella che ha ottenuto di meno.
Matthew Kroenig dell’Atlantic Council ha sostenuto che gli Stati Uniti abbiano vinto ai punti, e l’argomento merita attenzione. L’Iran esce dalla guerra al suo punto di minima forza dal 1979: la sua leadership è stata decimata, il programma nucleare seriamente degradato, l’economia devastata con un calo del pil stimato attorno al 6 per cento e danni per 270 miliardi di dollari secondo le stime di Teheran stessa. Kroenig aggiunge che la guerra ha dimostrato la disponibilità americana a ricorrere alla forza su larga scala, un segnale che Mosca e Pechino non possono ignorare, e che il Pentagono ha ora esperienza pratica di tattiche e tecnologie che potrebbero tornare utili in scenari futuri in Europa o in Asia. Per i sostenitori di questa lettura, gli obiettivi politici massimalisti evocati durante la guerra non coincidevano necessariamente con quelli operativi perseguiti dal Pentagono, che poteva considerare sufficiente la degradazione delle capacità iraniane. E’ una lettura coerente. Il problema è che misura il risultato rispetto al danno inflitto all’avversario anziché agli obiettivi dichiarati al momento del lancio dell’operazione: cambio di regime, eliminazione del programma nucleare, smantellamento delle milizie per procura regionali, controllo permanente dello Stretto. Nessuno è stato conseguito. Un avversario che esce da una guerra indebolito ma con il regime intatto, l’arsenale missilistico preservato e una nuova leva strategica in mano non è un avversario sconfitto: è un avversario che ha imparato cosa fare la prossima volta. La critica più sistematica viene da Eliot Cohen, Johns Hopkins: il problema non è Trump come individuo ma il modo di fare guerra americano come sistema. Un sistema che funzionava assumendo quattro condizioni simultanee: forze ridotte ma tecnologicamente superiori con riserve sufficienti a sostenere un conflitto prolungato, basi nell’area di operazione non seriamente minacciate, iniziativa stabilmente in mano americana, alleati disposti a seguire senza discussione. L’Iran le ha disinnescate tutte e quattro. Il danno, ha scritto Cohen, non sarà annullato quando questa Amministrazione se ne andrà, perché è quel sistema stesso che è stato messo in discussione, e quel sistema è il prodotto di decenni di decisioni sbagliate e investimenti maldiretti che attraversano entrambi i partiti e più Amministrazioni consecutive. Il problema, in altre parole, non è l’errore di un presidente: è l’emersione di debolezze accumulate per decenni e rimaste invisibili finché non sono state messe alla prova.
Un avversario che esce da una guerra indebolito ma con il regime intatto, l’arsenale missilistico preservato e una nuova leva strategica in mano non è un avversario sconfitto: è un avversario che ha imparato cosa fare la prossima volta
Vi è infine il problema specifico del testo di Versailles. James Acton del Carnegie Endowment ha tracciato la storia degli accordi nucleari con l’Iran dagli anni Duemila identificando uno schema ricorrente: ogni volta che i negoziatori hanno sepolto il disaccordo nell’imprecisione, l’accordo è crollato, come avvenne con le intese del 2003 e del 2004, entrambe naufragate sull’ambiguità dei termini. L’accordo nucleare di Barack Obama del 2015 funzionava proprio perché non era ambiguo: 159 pagine di dettaglio tecnico su limiti, verifiche e ispezioni. Il direttore della National Intelligence confermò pubblicamente nel 2018 che l’Iran era in piena conformità. Tre mesi dopo, Trump lo abrogò. Il Mou del 2026 non definisce lo status quo nucleare che l’Iran si impegna a mantenere, non specifica cosa accade dopo i 60 giorni, non prevede meccanismi di verifica. Un funzionario americano anonimo ha detto alla Cnn che le persone non dovrebbero leggere troppo nel linguaggio del documento, perché ciò che conta sono le intese reciproche. E’ esattamente la logica opposta a quella che rende un accordo solido. Trump ha abrogato l’accordo migliore che aveva, combattuto una guerra costosa per arrivarci, e ha firmato ora un documento che replica gli errori di vent’anni fa.
Chi studia la storia militare americana nota che questa sequenza si ripete con regolarità: una guerra di scelta fondata su un presupposto sbagliato, una campagna aerea che non produce la resa sperata, negoziati affrettati che rimandano i nodi strutturali, un accordo ambiguo presentato come vittoria, le conseguenze lasciate a chi verrà dopo. Dal Vietnam all’Afghanistan all’Iran, la grammatica è sempre la stessa. L’Iran non è il Vietnam: le conseguenze strategiche sono più gravi perché il Golfo Persico è un nodo strategico dell’economia globale, e la lezione che Teheran ne ha tratto, di poter usare la geografia come arma economica di massa, resterà disponibile per decenni. Nel 1947 gli Stati Uniti pagarono tredici miliardi di dollari per consolidare una vittoria. Nel 2026 ne pagano trecento per gestire le conseguenze di una guerra che non ha risolto ciò per cui era stata combattuta. La libertà di navigazione che Jefferson difese con la Marina contro i pirati barbareschi dipende ora dalla buona volontà di un regime che ha imparato, a caro prezzo, quanto vale quella leva. E che non ha alcun incentivo a dimenticarlo.