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Trump costringe l’Ue a cambiare ma l’Ue non ha ancora la forza di farlo
Il trumpismo non è solo una crisi, ma il segno di un cambiamento di regime globale. Stefano Fabbrini, Lorenzo Bini Smaghi e Innocenzo Cipoletta hanno scritto tre saggi necessari con cui orientarsi per capire le sfide
24 GIU 26

Foto Ansa
Come ha ben detto il premier canadese Mark Carney a Davos, la politica intrapresa dal presidente Trump non è il segno di una crisi, è il segno di un cambiamento di regime globale. Il vecchio ordinamento delle relazioni internazionali non c’è più. E non si vede un sostituto che lo rimpiazzi. Con l’avvento al potere di Donald Trump e i radicali cambiamenti su praticamente tutto l’arco delle politiche economiche degli Usa, si sono moltiplicate le analisi delle cause di tali cambiamenti e, ancor di più, delle conseguenze delle iniziative prese, o semplicemente annunciate, dal capo dell’amministrazione Usa. E non può che essere così. Ne segue che parlare di Trump richiede una prospettiva multidimensionale che possa tener conto di molteplici aspetti. In questo contesto ben si collocano tre libri, usciti nelle ultime settimane, che insieme danno un quadro ricco sia delle scelte di Trump sia delle loro conseguenze. Si tratta di “Tsunami Trump”, Il Sole 24 Ore, di Sergio Fabbrini, di “Da soli” di Lorenzo Bini Smaghi, Rizzoli, e di “Dopo Trump”, per Laterza, di Innocenzo Cipolletta.
Il volume di Sergio Fabbrini raccoglie i contributi usciti con cadenza settimanale sul Sole 24 Ore a partire dall’avvio del secondo governo Trump nel 2025 e li fa precedere da un lungo saggio che va indietro nel tempo a ricercare le motivazioni politiche e, prima ancora, culturali della politica di Trump, motivazioni che spiegano non solo il fenomeno Trump ma anche il perché la società americana si sia evoluta nel tempo fino a offrire un terreno fertile su cui il fenomeno Trump ha potuto scaricare l’impeto di un vero e proprio momento rivoluzionario che poco o niente ha a che vedere con la tradizione politica del Partito democratico o, più ancora, del Partito repubblicano. Fabbrini parla anche delle conseguenze dello tsunami Trump sulla politica europea e sui rischi che il progetto europeo corre per via della politica di Trump, che dall’inizio del mandato ha più volte attaccato esplicitamente e violentemente il progetto dell’Unione europea, a cominciare dalla richiesta di “risarcire” gli Usa per le spese che questi hanno sostenuto per garantire la sicurezza ai paesi europei sotto la minaccia dell’Unione Sovietica. Tutto ciò fa emergere – spiega Fabbrini – i contorni del nazionalismo degli Usa, che indirettamente offre l’occasione a molti paesi europei per far avanzare i propri modelli di nazionalismo. Il nazionalismo prende così il posto del multilateralismo che aveva sorretto i rapporti transatlantici e pone le basi per lo sgretolamento del progetto europeo.
Occorre allora chiedersi quali siano o debbano essere le risposte dell’Europa. Veniamo così a uno sguardo più da vicino sull’impatto del trumpismo sulle politiche europee. Il titolo del libro di Bini Smaghi riassume i termini della questione in maniera efficace. Dopo la scelta degli Usa di sganciarsi dall’impegno di fornire sicurezza ai paesi europei, senza che questi abbiano ricambiato gli Usa, i membri dell’Unione europea, e aggiungiamo anche le istituzioni europee, sono rimasti “da soli”: non godono più dei benefici dell’alleanza transatlantica che era iniziata alla fine della Seconda guerra mondiale. L’Europa si trova a fronteggiare la messa in discussione dei suoi fondamenti basilari. Non si tratta però di un destino inevitabile. O meglio, non si deve escludere che l’Europa, anche se “da sola”, riesca a reagire. Occorre avere un po’ di scetticismo sull’efficacia della politica di Trump, che porta a risultati a volte controproducenti e paradossali, come nel caso delle guerre commerciali. Ma soprattutto occorre che l’Europa metta in campo le proprie politiche e lo faccia con efficacia e determinazione, perché il tempo disponibile non è infinito. In questo quadro il libro prende quindi in esame diverse politiche che l’Europa potrebbe, o dovrebbe, mettere in atto per fronteggiare le nuove sfide di Trump. Ma, potremmo aggiungere, anche della sua stessa storia.
Bini Smaghi esamina alcune proposte in tema di governance finanziaria, sia dal punto di vista economico sia da quello della fattibilità politica. E non c’è da sorprendersi se quest’ultimo aspetto è quello più difficile da superare. Tra i diversi strumenti esaminati vanno menzionati le stablecoin e gli eurobond, come esempi di quali politiche siano possibili e utili per l’Europa. Le stablecoin sono uno strumento monetario digitale la cui solidità e affidabilità si basano su una valuta di riferimento, di fatto il dollaro e, con solo qualche eccezione, l’euro. Sono strumenti dotati di grande flessibilità, ma anche con rischi dovuti a possibili opacità dei meccanismi di emissione. Problemi che richiedono un processo di sorveglianza più efficace, ma che sono spesso ignorati nel dibattito in materia.
Gli eurobond sono da tempo tra gli strumenti considerati per sostenere la crescita del continente. Ma finiscono spesso per incorrere in una forte resistenza. La resistenza che finora ne ha significativamente ristretto l’utilizzo si basa sull’assunzione che gli eurobond siano debito aggiuntivo. Ciò che invece bisogna chiarire, spiega Bini Smaghi, è da dove venga la garanzia a sostegno del debito emesso tramite gli eurobond. Il debito aggiuntivo non risolve il problema. Fermo restando questo aspetto, non vanno però trascurati altri aspetti degli eurobond che potrebbero superare le obiezioni e presentare aspetti utili. Per esempio, l’emissione di eurobond dovrebbe essere finalizzata a un progetto di investimenti ben preciso, come nel caso delle misure anti-Covid. In secondo luogo, gli eurobond potrebbero rappresentare il primo passo verso l’introduzione di un “safe asset” europeo. In terzo luogo, gli eurobond potrebbero finanziare beni pubblici europei, di cui invece si sente la mancanza. Cipolletta riflette sulle conseguenze di Trump all’interno del tema della globalizzazione e del ruolo che questa gioca nel definire gli scenari futuri. Uno scenario possibile, che riprende i temi di Fabbrini, è che il nazionalismo si diffonda in Europa fino al punto di rottura delle istituzioni europee. Ne potrebbe seguire un periodo di “congelamento” del processo di integrazione europea. Ma paradossalmente ciò potrebbe contribuire, dopo un periodo di aggiustamento, a una ripresa del processo di integrazione. Processo che potrebbe anche fungere da attrattore per altri paesi, anche extraeuropei. Questo scenario, dice Cipolletta, potrebbe essere innescato da una crisi finanziaria, magari sostenuta da una bolla generata dall’AI. In questo caso dovrebbero però passare anni prima che l’Europa possa riprendere il suo cammino di integrazione.
In conclusione, la lettura dei volumi fa emergere inevitabilmente due interrogativi. Il trumpismo si rafforzerà? E fino a che punto questo rafforzamento avrà come controparte l’indebolimento dell’Europa?
Allo stato degli atti, nel confronto tra Usa ed Europa, la seconda sembra destinata a restare indietro, anzi ad aumentare la distanza dalla prima. Basti pensare a quello che si può considerare il meccanismo macroeconomico “di base” delle relazioni economiche transatlantiche. L’Europa, i cui investimenti stagnano, produce un eccesso di risparmio rispetto agli investimenti stessi, e ancora di più se si considerano gli investimenti in beni intangibili, che ricomprendono quei beni e servizi alla base dell’attività di innovazione. Le risorse europee che non si investono in Europa si investono al di fuori, e soprattutto negli Usa. Ciò aumenta il tasso di crescita potenziale degli Usa, che si allontanano ulteriormente dall’Europa. D’altra parte, gli Usa possono contare su una supremazia nella capacità innovativa, AI ma non solo, nella disponibilità di risorse finanziarie, come le stablecoin, e nella spinta competitiva del loro vasto mercato interno, al contrario di quanto avviene nel mercato segmentato europeo. Fino a quando questo modello continuerà a operare, la distanza tra i due lati dell’Atlantico sarà accresciuta e il trumpismo continuerà.
Occorre allora sfruttare le potenzialità che in Europa già ci sono e che potrebbero aumentare a partire dai benefici di un mercato veramente unico e di un’unione del mercato dei capitali. Come dimostrano i rapporti Draghi e Letta, questo sfruttamento permetterebbe di innescare un processo di riaggregazione che consenta di invertire la dinamica del gap con gli Usa. Occorre che i paesi europei riconoscano la necessità di una prospettiva comune. Se questo aspetto viene riconosciuto, il declino relativo dell’Europa si può frenare e alla lunga invertire. L’indebolimento dell’economia europea e la fragilità preoccupante della sua sicurezza possono paradossalmente rafforzare l’integrazione europea, secondo il principio di Jean Monnet in base al quale la stringenza della crisi rende più attraente l’azione collettiva finalizzata alla produzione di beni pubblici, di cui la sicurezza è l’esempio più calzante. Ma lo sono altrettanto la Savings and Investments Union o una versione aggiornata del Next Generation EU. I contributi di cui abbiamo parlato riprendono per vie diverse queste conclusioni, sottolineando il ruolo centrale di alcuni ingredienti per respingere il trumpismo: un consenso politico e culturale sul rigetto del nazionalismo, la necessità di conciliare interessi nazionali e interessi collettivi nel disegno delle istituzioni economiche europee, lo sfruttamento dei processi di integrazione e il sostegno dei meccanismi di azione collettiva. In altri termini, l’Europa per tornare a crescere dovrebbe completare il processo di integrazione. L’Europa sa cosa deve fare: perché non lo fa? Perché ci troviamo di fronte a un fallimento dell’azione collettiva. Nessun attore individuale, in primis gli Stati nazionali, vuole sacrificare i propri vantaggi peculiari in cambio di un vantaggio comune molto superiore alla somma delle parti. Al contrario, si favorisce, direttamente o indirettamente, la crescita del nazionalismo.
Pier Carlo Padoan, economista, presidente di Unicredit, ex ministro dell’Economia

