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Il caso •
Cosa ci fanno i talebani a Bruxelles? C’entra la linea dura sui migranti
Per la prima volta dall'11 settembre del 2001 la Commissione ha accolto una delegazione dell'emirato islamico. Per cooperare sui rimpatri i talebani esigono di recuperare l’accesso diplomatico e consolare nei paesi dell’Ue, che è stato loro negato dalla fuga degli occidentali dall’Afghanistan nel 2021

Bruxelles. Per la prima volta dall’attacco contro le Torri Gemelle nel 2001, la Commissione europea oggi ha accolto una delegazione dei talebani per discutere del rimpatrio di migranti illegali afghani presenti sul territorio degli stati membri. L’incontro è stato definito “a livello tecnico” e “non significa in alcun modo un riconoscimento”, ha detto un portavoce: la Commissione ha dato seguito alla richiesta avanzata lo scorso ottobre da venti governi di coordinare “i contatti sui rimpatri e le riammissioni in Afghanistan”. Una prima riunione bilaterale si era tenuta a Kabul all’inizio dell’anno. La Commissione assicura che si tratta esclusivamente di discutere le formalità per rimpatriare “persone che hanno commesso gravi crimini o che pongono una minaccia di sicurezza”: identificazione, rilascio dei documenti di viaggio e operazioni di rimpatrio. La Germania ha già avviato programmi di rimpatri verso l’Afghanistan di migranti condannati per reati gravi. I rappresentanti di quindici stati membri hanno partecipato alla riunione. Dall’altra parte del tavolo c’erano cinque funzionari talebani, tra cui il portavoce del ministero degli Esteri, Abdul Qahar Balkhi, che ha definito l’incontro “storico” perché “è la prima volta che una delegazione dell’Emirato islamico ha visitato l’Ue e tenuto discussioni con degli Stati membri a Bruxelles”. Il fatto che la Commissione sia pronta a dialogare con un regime brutale e non riconosciuto mostra quanto l’Ue sia disposta a calpestare i suoi princìpi e le sue regole per mostrare ai cittadini che sta usando il pugno di ferro sulla migrazione.
“Invitare i talebani a colloqui sul territorio dell’Ue conferisce una forma di legittimità politica a un regime antidemocratico responsabile di persecuzioni di genere e altre gravi violazioni dei diritti umani ai sensi del diritto internazionale”, ha spiegato Alexis Deswaef, presidente della Federazione internazionale dei diritti umani: “Impegnandosi in queste discussioni, l’Ue oltrepassa le proprie linee rosse sul dialogo con i talebani e compromette i propri impegni in materia di rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto”. I talebani sono sotto sanzioni dal 2001. Il loro regime non è riconosciuto come legittimo dall’Ue dopo la presa di Kabul nel 2021. Per cooperare sui rimpatri i Talebani esigono di recuperare l’accesso diplomatico e consolare nei paesi dell’Ue, che è stato loro negato dalla fuga degli occidentali dall’Afghanistan nel 2021.
Il consenso nell’Ue sulla politica migratoria è cambiato radicalmente dalla crisi dei rifugiati siriani del 2015-16. All’epoca la Commissione presieduta da Jean-Claude Juncker proponeva quote di ridistribuzione di richiedenti asilo e si rifiutava di finanziare la costruzione di muri. Con Ursula von der Leyen, le quote hanno lasciato il posto a un nuovo Patto su migrazione e asilo, che ha come obiettivo di rigettare in modo sbrigativo gran parte delle domande di protezione internazionale. L’Ue ha adottato un nuovo regolamento rimpatri che le ong paragonano ai metodi usati dall’Ice negli Stati Uniti e include la possibilità di creare dei “return hub” in paesi terzi. Il modello Albania per i richiedenti asilo è evoluto in centri fuori dalle frontiere dell’Ue, dove deportare i migranti espulsi in attesa che siano rimpatriati nei loro paesi di origine.
La premier danese, Mette Frederiksen, e quella italiana, Giorgia Meloni, sono le due leader più impegnate a favore della linea dura. Lo spostamento verso l’estrema destra del Parlamento europeo e il dominio del Partito popolare europeo nella Commissione e nel Consiglio europeo hanno fatto il resto. Durante il vertice europeo della scorsa settimana, Frederiksen e Meloni hanno raccolto le firme di altri 17 capi di stato e di governo per chiedere alla Commissione di finanziare i “return hub”. Il premier spagnolo, Pedro Sánchez, ha espresso la sua contrarietà al loro approccio, restando isolato quando Meloni ha contestato la sua regolarizzazione di mezzo milione di migranti. Il presidente francese, Emmanuel Macron, non era presente durante quella discussione, ma ha espresso le sue critiche al termine del vertice. “Sono contrario all’utilizzo del bilancio europeo per politiche internazionali finalizzate alla costruzione di centri di rimpatrio. I centri di rimpatrio non sono in linea con i nostri principi”, ha detto Macron, contestando l’efficacia del modello Albania: “Questa non è la nostra Europa”. Lunedì la Commissione non ha escluso di finanziare i “return hub”. “Valuteremo una proposta quando sarà matura”, ha detto un suo portavoce.