L’Iran, Hormuz e gli scenari che cambiano. Quel che resta dopo il conflitto

Dopo la guerra, il punto non è chi ha vinto. Teheran va verso uno stato nazionalista guidato dai militari. Tre cambiamenti indipendenti dal negoziato in Svizzera: lo Stretto, la natura interna del regime iraniano e l’architettura di sicurezza regionale

22 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 08:02
Immagine di L’Iran, Hormuz e gli scenari che cambiano. Quel che resta dopo il conflitto

Primo round di negoziati tra Stati Uniti e Iran a Obbuergen, nei pressi di Lucerna (Ap/LaPresse)

Il dibattito sull’accordo Stati Uniti-Iran si è consumato quasi interamente sulla domanda sbagliata: chi ha vinto. La domanda è comprensibile, perché la guerra ha prodotto immagini potenti di distruzione militare iraniana e di regime sopravvissuto, e la tensione tra questi due fatti invita naturalmente a cercare un verdetto. Ma il verdetto è una trappola, perché oscura la domanda che conta: qual è la struttura che emerge dal conflitto. Sono tre cambiamenti che il memorandum registra più che produrre, e che resteranno indipendentemente da ciò che accadrà nella finestra negoziale dei prossimi sessanta giorni. Anche se ieri in Svizzera il primo giorno di colloqui tra Stati Uniti e Iran è stato turbato dall’intransigenza di Teheran, dalle minacce di Donald Trump – postate su Truth mentre il suo vice J.D. Vance era riunito con gli iraniani – e da informazioni caotiche.
I tre cambiamenti riguardano rispettivamente lo Stretto di Hormuz, la natura interna del regime iraniano e l’architettura di sicurezza regionale. Non sono fenomeni che procedono in parallelo: si rinforzano reciprocamente in un sistema in cui nessun attore può invertire unilateralmente nessuno dei tre, perché ciascuno è condizione degli altri. L’istituzione più trascurata nel dibattito di questi giorni è la Persian Gulf Strait Authority, l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico, creata dall’Iran a maggio 2026 mentre i negoziati erano ancora in corso. 
Non si tratta di un comitato militare provvisorio né di una misura emergenziale: è un ente permanente, con struttura burocratica propria, con competenza dichiarata su una zona marittima che l’Iran ha unilateralmente definito espandendo i propri limiti territoriali fino a sovrapporsi con le acque omanite ed emiratine. L’autorità ha già emesso circolari operative: registrazione obbligatoria con quarantotto ore di anticipo per il transito, categorizzazione delle navi per nazionalità e bandiera, sistema di tariffe per “servizi di sicurezza, ambientali e assicurativi” sospese per sessanta giorni in ottemperanza al memorandum. Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha guidato i negoziati iraniani, ha dichiarato che “lo Stretto non tornerà mai alle condizioni precedenti”. Trump su Truth Social ha risposto che non ci saranno pedaggi per sessanta giorni né dopo, “a meno che non siano imposti dagli Stati Uniti d’America”. Le due affermazioni descrivono realtà incompatibili, e il testo del memorandum dà ragione a Teheran: il punto cinque impegna l’Iran al transito gratuito per sessanta giorni, lasciando aperta la questione della gestione post scadenza a un negoziato tra Iran, Oman e “altri stati costieri del Golfo”.
Ciò che serve per leggere questa vicenda è la distinzione tra Hormuz come arma di crisi e Hormuz come infrastruttura di potenza permanente. Usato come arma di crisi, lo Stretto funziona per interruzione: si chiude, si crea emergenza, si riapre come concessione. E’ un ciclo che esaurisce la sua efficacia con l’uso ripetuto, perché i mercati e gli attori regionali si adattano, cercano rotte alternative, costruiscono infrastrutture di aggiramento. Questa guerra ha dimostrato che il modello era sbagliato: l’Iran ha chiuso, ha tenuto la chiusura, e ne ha pagato i costi accettandoli come variabile strategica. Il dividendo strategico è stato la prova che la chiusura è operativamente possibile e militarmente sostenibile anche con capacità convenzionali drasticamente ridotte.
Usato come infrastruttura di potenza permanente, lo Stretto funziona invece per regolazione: non si chiude, si amministra. Si definisce chi può transitare, a quali condizioni, con quali costi. Si crea un sistema di precedenze che distingue gli alleati dagli avversari, i pagatori dai non pagatori, i tonnellaggi ammessi da quelli esclusi. La PGSA è la struttura amministrativa che permette di gestire Hormuz senza chiuderlo, traendo rendita politica ed economica dall’apertura invece che dalla chiusura. Nate Swanson, già membro della delegazione negoziale iraniana dell’Amministrazione Trump e oggi all’Atlantic Council, ha identificato il paradosso con precisione: se l’Iran tenta di monetizzare il passaggio, distrugge il valore strategico della minaccia di chiusura, che dipende dalla credibilità della minaccia stessa. Se invece rinuncia a monetizzare, cede la fonte di reddito permanente che la guerra gli ha consegnato. La tensione tra i due obiettivi non è risolvibile, e produrrà attrito nei negoziati molto prima che il dossier nucleare entri nel vivo.
Quanto emerso dalle lettere attribuite a Mojtaba Khamenei, lette parzialmente in televisione di stato dal deputato oltranzista Mahmoud Nabavian prima che il programma venisse interrotto, suggerisce che la posizione del Leader Supremo su Hormuz fosse quella che la PGSA ha poi istituzionalizzato: controllo esclusivamente iraniano, “nemmeno con Oman”, con navi categorizzate secondo criteri politici e tariffe differenziate per nazionalità. Se la documentazione emersa fosse autentica e completa, il memorandum cederebbe all’Iran su Hormuz meno di quanto Khamenei avesse richiesto, e sarebbe stato concluso dalla coalizione pragmatica Ghalibaf-Pezeshkian-IRGC nonostante le riserve esplicite del Leader. Tutti gli indizi disponibili puntano in questa direzione. Il secondo cambiamento strutturale non è scritto nel memorandum: è visibile negli uomini che lo hanno imposto.
La trasformazione interna del regime iraniano è il fenomeno più sottovalutato dell’intera vicenda. La lettura prevalente la presenta come un indebolimento: il regime ha perso la leadership, ha subito danni enormi, ha accettato un accordo che il suo Leader non voleva. Questa lettura, però, confonde la forma con la sostanza. Ciò che sembra accaduto è una redistribuzione del potere all’interno del sistema, con il baricentro che si sposta dal sistema teocratico-ideologico dei chierici al sistema militare-tecnocratico dei pasdaran, le Guardie della Rivoluzione islamica. Narges Bajoghli e Vali Nasr, in un’analisi pubblicata su Foreign Affairs a giugno, e Arash Azizi sull’Atlantic, descrivono questa transizione come un “compromesso nazionalista-tecnocratico” in cui la legittimità dello stato non poggia più sull’ideologia islamica ma sulla capacità di difendere e ricostruire il paese. I segnali convergono: i media di stato normalizzano immagini di donne con e senza hijab fianco a fianco, presentano l’identità iraniana come culturale prima che religiosa, mentre dalle testimonianze dirette raccolte da Le Grand Continent emerge che il simbolo politico dominante tra i giovani non è più l’iconografia religiosa ma la sagoma geografica dell’Iran. Il criterio di lealtà politica si è spostato: non più “sei sufficientemente islamico?” ma “sei sufficientemente iraniano?”.
Un regime teocratico-ideologico è prevedibile perché le sue scelte sono vincolate dalla coerenza con la dottrina rivoluzionaria. Un regime nazionalista-pragmatico guidato dai militari non ha questi vincoli: può fare accordi che il precedente non avrebbe potuto fare, adattare le proprie posizioni in funzione dell’efficacia strategica invece che della coerenza ideologica. Questo allarga il ventaglio di comportamenti possibili, e rende lo strumento sanzionatorio più difficile da calibrare. Va detto con onestà che l’IRGC non è un monolite: è storicamente frammentato, clientelare, competitivo al proprio interno. La coerenza strategica che questa analisi attribuisce ai pasdaran è una tendenza, non una certezza, e sarà la gestione delle risorse della ripresa a chiarire se esiste davvero un disegno unitario o se prevalgono le fazioni.
Ghalibaf, il negoziatore principale, è lo stesso uomo che nel 1999 minacciò un colpo di stato militare se i manifestanti studenteschi non fossero stati massacrati. Che oggi si presenti come “comandante economico post guerra” aperto al mondo non è una contraddizione: sono gli stessi obiettivi di potere, perseguiti con strumenti adeguati al momento. I 156 giustiziati dal 28 febbraio al 20 giugno, dato del Relatore speciale Onu per i diritti umani in Iran, non sono una variabile collaterale: sono la misura concreta di ciò che il nuovo contratto sociale dei pasdaran significa per chi dissente. Un accordo che stabilizza il regime senza toccare il suo sistema di controllo interno consegna ai pasdaran le risorse economiche della ripresa, l’apertura internazionale conseguente alla revoca delle sanzioni e la narrazione della vittoria militare, prima che qualsiasi processo di liberalizzazione, anche parziale e strumentale, possa sviluppare una dinamica propria.
Il terzo cambiamento strutturale è quello con le implicazioni più ampie. Ian Bremmer e Firas Maksad di Eurasia Group hanno documentato la frammentazione in corso: il sistema regionale mediorientale si sta consolidando in due coalizioni rivali. La coalizione abramitica, così chiamata dagli Accordi di Abramo del 2020 e ancorata su Israele ed Emirati Arabi, punta sul confronto con Teheran. La coalizione islamica, guidata dall’Arabia Saudita con Turchia, Pakistan ed Egitto, cerca un equilibrio attraverso deterrenza collettiva e possibile accomodamento. Le due si sovrappongono su energia e difesa missilistica, ma divergono sulle questioni che determineranno l’ordine regionale del prossimo decennio. Per quarant’anni il sistema aveva funzionato su una premessa implicita: gli Stati Uniti come garante esterno, con la volontà di intervenire militarmente per prevenire qualsiasi attore dal raggiungere una posizione egemonica. Quella premessa è stata testata dalla guerra e ha prodotto un risultato ambivalente che nessuno degli attori regionali può interpretare come una garanzia per il futuro.
La Cina è il beneficiario principale di questa frammentazione, non perché voglia assumere il ruolo americano, che non ha né la capacità né la volontà istituzionale di assumere, ma perché in un sistema in cui tutti cercano bilanciamento tra Washington e altri poli, Pechino appare come la potenza più prevedibile e meno soggetta a oscillazioni politiche interne. Thomas Wright al Brookings ha identificato il rischio sistemico più profondo: la guerra potrebbe segnare l’inizio del ritiro americano dal medio oriente, non dichiarato ma progressivo. Più di duecento milioni di dollari in munizioni di precisione sono stati consumati, inclusa oltre la metà dell’inventario di missili Patriot necessari all’Ucraina. Max Boot al CFR (Council on Foreign Relations) stima che il costo totale per i contribuenti americani raggiunga il trilione di dollari, con una ricostituzione degli stockpile, i depositi di armamenti, che richiederà fino a sei anni.
Mojtaba Khamenei ha replicato con il memorandum lo stesso schema del padre con il JCPOA, il Piano d’azione globale congiunto firmato nel 2015: autorizzazione a malincuore e pre-dissociazione pubblica. Behrouz Turani su Iran International ha documentato come lo stesso copione si stia ripetendo con gli stessi attori secondari: le stesse fazioni della linea dura, gli stessi slogan di tradimento, gli stessi negoziatori che avanzano comunque. C’è però una differenza rispetto al 2015 che vale la pena segnalare: allora il JCPOA fu negoziato da un Iran teocratico che cedeva sul nucleare per ottenere sollievo economico. Oggi il memorandum è stato negoziato da un Iran in transizione, che ha ottenuto sollievo economico senza cedere sul nucleare. Se questa interpretazione è corretta, la guerra non avrà rafforzato la Repubblica islamica che conoscevamo: avrà accelerato la nascita di qualcosa di diverso, uno stato nazionalista guidato dai militari che conserva le forme della rivoluzione islamica ma non necessariamente la sua logica. I sessanta giorni di negoziato nucleare che seguono diranno molto sul temperamento della nuova leadership iraniana. Ma la struttura prodotta dalla guerra resterà, comunque vadano le trattative.
Gianraffaele Percannella