Quale pace è possibile se l’ideologia russa si nutre della guerra

Il precedente di Lenin. Solo l’idea di un vantaggio materiale può portare i soldati a sfidare Putin. La proposta di Gianni Bulgari

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Foto Ansa

Introducendo la sua traduzione di “Guerra e Pace”, Leone Ginzburg (nato Lev Fëdorovic a Odessa) scrisse che “Guerra è il mondo storico, pace il mondo umano. Le simpatie di Tolstoj vanno a quest’ultimo”. Era il 1942, con l’Europa praticamente nelle mani di Adolf Hitler che s’apprestava a invadere l’Unione sovietica, l’Inghilterra resisteva a fatica, mentre gli Stati Uniti – isolazionisti fino a Pearl Harbor – erano finalmente scesi in campo contro il Giappone e la Germania. L’orrore del secondo conflitto mondiale ha segnato il giudizio di Ginzburg che venne ucciso a Roma dalle SS nel 1944. Eppure i “Racconti di Sebastopoli” nei quali Lev Nikolàevič Tolstoj racconta con crudo realismo la guerra di Crimea alla quale aveva partecipato da giovane, sono segnati da una fascinazione bellica che accompagnerà il grande scrittore diventato il guru del pacifismo mondiale. Lo si può capire leggendo l’ultima sua opera rimasta a lungo negletta, “Chadži-Murat” romanzo breve concluso nel 1904, ma pubblicato postumo nel 1912. Secondo Pietro Citati è “il capolavoro sconosciuto” ed è lì, nel vulcano della Cecenia, che la guerra supera la pace, oggi come allora. Nella trasposizione cinematografica de “La Tregua” Francesco Rosi mette in bocca a John Turturro-Primo Levi un giudizio sui russi “così miti in pace e così feroci in guerra”. Dunque, la Russia, la sua cultura, i suoi valori, la sua ideologia, dominante sotto lo zar, sotto Stalin o sotto Putin, si nutrono della guerra?
L’Unione sovietica ha avuto 25 milioni di vittime nel secondo conflitto mondiale, 17 milioni di civili (cifre ancor oggi approssimative) contro 7 milioni 418 mila della Germania, 6,5 milioni in Polonia, 2 milioni 630 mila in Giappone, 472 mila in Italia, 414 mila negli Stati Uniti e 365 mila nel Regno Unito. Se si calcola in rapporto alla popolazione, la Polonia, con il 16 per cento soprattutto civili (5 milioni e mezzo) supera la Russia (14,8 per cento), ma c’è comunque una impressionante sproporzione che continua a colpire e stupire Gianni Bulgari, nipote di Sotirio, fondatore della storica casa, nella quale ha avuto un ruolo di primo piano. Oggi progetta e produce orologi e gioielli, ma sua grande passione è la storia, in particolare del Novecento, le cui tragiche ombre oscurano anche il presente; altro che “secolo breve” sembra che non finisca mai di finire.
“Parlare a tutte le Russie”, ha scritto Timothy Garton Ash. Ma come si può parlare di pace, si chiede Bulgari, ai russi così stoicamente segnati da lutti e tragedie tanto da poter tollerare un milione e 300 mila vittime (352 mila morti secondo stime indipendenti) dal 24 febbraio 2022, giorno dell’invasione dell’Ucraina, alla fine del 2025. Parlare ai soldati ora che Putin fatica a reclutare nuovi ragazzi siberiani da usare come carne da cannone (o meglio da droni); alla popolazione che sente le conseguenze materiali del conflitto. Secondo il Financial Times per sostenere l’economia di guerra vengono tagliate le spese sociali, mentre si riducono le entrate di gas e petrolio e si riducono le scorte di oro e dollari accumulate dalla banca centrale.
Non è più possibile lanciare volantini da un cielo affollato di micidiali droni. Se ancora ci fosse, la “Voice of America” che penetrava anche la farraginosa propaganda sovietica, non riuscirebbe a sfondare la barriera digitale, una variante aggiornata della cortina di ferro. Proposte realistiche sul tavolo non esistono. Forse servono “pazze idee” (non idee folli) le quali, per quanto sembrino irrealistiche, mettano in moto l’immaginazione politica. Bulgari si chiede se non sia possibile proporre un pacchetto di aiuti materiali, un’offerta che abbia il sapore di un piano Marshall mentre la guerra è ancora in corso. In fondo quando gli alleati si riunirono a Bretton Woods per decidere come sistemare l’economia mondiale nel luglio 1944, il conflitto non era ancora vinto: sbarcati in Normandia, americani e inglesi si muovevano a fatica verso il Reno (fu varcato solo nel marzo del 1945) e in Italia regnava il terrore di Salò.
L’Unione europea che continua a sostenere la resistenza degli ucraini e discute come accelerare l’ingresso di Kyiv nell’Ue, cerca un mediatore, una sorta di inviato speciale che serva da interfaccia con il Cremlino. In questo caso entriamo in una dimensione classicamente diplomatica o tutt’al più da realpolitik modello Kissinger. Molti segnali mostrano un Putin indebolito, impaurito persino, ma non per questo ammorbidito nel sogno mortifero di rilanciare il Lebensraum, lo spazio vitale mantra e paradigma di ogni espansione imperialistica che ha conquistato anche Donald Trump e i suoi oligarchi. “Si tratta di togliere il tappeto sotto i piedi a quel criminale sanguinario”, esclama Bulgari ed espone la sua proposta: offrire un premio in denaro a chi rinuncerà a combattere e sceglierà la pace. Per esempio 50 mila euro a testa: supponendo che siano 200 o 250 mila i soldati potenzialmente interessati, sarebbe meno di 13 miliardi di euro. Non sono a fondo perduto perché si trasformerebbero in spese e consumi in Europa. Teniamo conto che la Ue avrebbe concesso all’Ucraina aiuti per quasi 200 miliardi euro, ai quali vanno aggiunti i circa 5 miliardi britannici.
I soldati russi ormai stremati sarebbero attirati da una sorta di scambio tra pane e pace, sfidando apertamente Putin e i comandi militari? Bulgari fa appello alla storia: Lenin vinse non perché i bolscevichi erano predominanti e nemmeno perché il suo comunismo era più convincente del liberal-socialismo, ma perché decise di arrendersi mentre Aleksandr Kerenskij – che aveva rovesciato lo zar nel febbraio 1917 – girava in divisa e arringava le truppe continuando una guerra già perduta. La pace di Brest-Litovsk fu una resa incondizionata truccata da “pace giusta e democratica”, definizione che non illuse nessuno, ma la fine della guerra era quello che ormai tutti volevano. Bulgari ricorda di aver incontrato Kerenskij negli Stati Uniti dove viveva dal 1940 (morì a New York nel 1970) e ormai ottantenne ripeteva a tutti il proprio cruccio: non aver capito che i russi per una volta avevano preferito la pace all’onore. Non sarà sufficiente organizzare prestiti a fondo perduto per fermare Putin nella sua corsa verso l’abisso; ma per tornare a Tolstoj, non sono i grandi uomini a segnare le svolte della storia bensì è il fantaccino che si alza dalle trincee e grida “avanti” o, in questo caso, “basta così”.