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due culture ALLA DERIVA •
Perché le élite americane studiano sempre meno la storia europea
Da Harvard alle Ivy League, le vicende del Vecchio Continente non sono più al centro della formazione umanistica americana. Meno corsi, meno filologia e più moralismo. Il segno di una frattura culturale che riguarda anche il futuro d'Europa
20 GIU 26

Il campus principale dell'università di Cambridge (foto Getty Images)
La prima cosa che colpisce frequentando oggi un’università americana di élite nei mesi dei corsi è il numero e la vitalità delle studentesse, in particolare ma non solo quelle di origine asiatica. Poiché siamo portati a sovrastimare le novità che ci colpiscono, ho provato a fare qualche controllo su Harvard, calcolando solo le matricole per i corsi del college, cioè i suoi veri studenti, quelli che potranno definirla la loro Alma Mater. Si tratta di circa 1.600 giovani all’anno, di cui ormai poco più della metà sono donne.
Secondo i dati raccolti dall’AI, nel 1990 il 71 per cento di loro era bianco, l’8-9 per cento asiatico, il 5-6 per cento ispanico e l’8 per cento nero. Trentacinque anni dopo, i bianchi erano scesi al 28,9 per cento, gli asiatici erano saliti al 25,2, gli ispanici al 10,9 e i neri erano di nuovo intorno all’8 per cento, oltre a una quota che evidentemente non voleva o non poteva essere classificata. Al Mit, l’altra famosa università di Cambridge, le matricole sono state nel 2025 poco più di mille, quasi metà delle quali donne probabilmente per via del peso di alcune discipline Stem (le materie scientifiche: scienze, tecnologia, ingegneria, matematica) ancora a prevalenza maschile. Sempre per l’importanza delle materia Stem in generale, le matricole definite “asiatiche” qui sono di più, il 36 per cento, quelle bianche il 21,6, le ispaniche il 14 e le nere il 6,7 per cento. Se invece si prendono le otto università private dell’Ivy League nel loro complesso, i dati rispettivi del 2024-25 erano 23,6, 31,2, 12,8 e 8 per cento.
Tornando alle donne, almeno a Harvard il salto vero è avvenuto negli anni Settanta, quando in un decennio raddoppiarono dal 20 al 40 per cento del totale delle matricole, per arrivare quasi al 50 per cento nei venti anni successivi e superare questa quota negli ultimi anni. Il fenomeno ha avuto un andamento diverso nella Law School, che produce i professionisti forse più pagati degli Stati Uniti, ma il risultato è simile: oggi il 52 per cento dei suoi studenti sono donne, e la percentuale delle donne asiatiche è anche qui in forte crescita.
La preponderanza femminile nella cultura americana contemporanea, che è di numeri ma anche di gusti e temi, è indicata da un altro dato interessante: la quota di libri pubblicati da autrici, che era di circa il 18 per cento nel 1960 e toccava dieci anni dopo il 30 per cento, oggi supera il 50. E se si considerano solo i best sellers usando la lista fiction del New York Times, si passa dal 25 per cento degli anni Cinquanta, alla metà di oggi, con il salto maggiore avvenuto a fine millennio, probabilmente come conseguenza del balzo nel numero delle laureate. Se si guarda ai lettori, anzi alle lettrici, le cose non cambiano, anzi. Nel 2015 più donne che uomini leggevano almeno un libro all’anno, se si considera la narrativa il divario cresce da pochi a circa venti punti percentuali e si calcola che le donne acquistino oggi circa l’80 per cento dei romanzi venduti negli Stati Uniti.
L’altra fortissima sensazione provata era quella relativa alla diminuzione del peso della cultura e della storia europee negli studi umanistici che, almeno nelle grandi università che ho frequentato, erano nei primi anni Ottanta ancora dominate da professori di origine europea e che spesso dell’Europa avevano vissuto direttamente le tragedie. Qui fare calcoli è più difficile, come nota anche l’AI, ma la tendenza sembra persino più forte delle mie sensazioni.
Se si considerano tutti i corsi di storia, compresi quelli per gli studenti di master e dottorato, tenuti a Harvard, quelli relativi all’Europa scendono da circa 35-45 (a seconda di quel che si considera “Europa”) nel 1990 a 18-22 oggi, riducendosi a una componente di un’offerta più differenziata, com’è comprensibile che sia. Più in generale, è crollato già dagli anni Settanta l’insegnamento di corsi obbligatori dedicati alla “Western Civilization” o a una panoramica della storia europea, che ancora negli anni Sessanta rappresentavano la base dell’istruzione in campo umanistico in tutte le università della Ivy League. A fine anni Ottanta solo tre di esse conservavano un corso generale di quel tipo e nel 2010 non ve ne era più nessuna che lo richiedesse come obbligatorio, una tendenza che va inquadrata nel più generale declino delle discipline storiche rispetto alle scienze sociali, una tendenza che cela, a mio avviso, anche un significato profondo che riprendo alla fine di questo articolo.
La tendenza è ancora più netta se si fa attenzione al significato e al contenuto del termine “storia europea” che – con il calo del peso dell’Europa nel mondo e il crollo dell’immigrazione europea negli Stati Uniti dopo il 1970 – non vuol dire più storia di una paese o di un’area davvero europea. Se per esempio si depura il dato dalle storie inglesi o francesi dedicate in realtà ai loro imperi, alle colonie, alla schiavitù, all’Algeria, ai Caraibi o alla decolonizzazione, ci si ritrova con solo la metà delle Università dell’Ivy League che offre agli undergraduate corsi di storia europea “tradizionale”, quasi sempre inglese o francese e più di rado tedesca o russa e sovietica.
Indipendentemente dal loro colore e dalla loro origine più o meno lontana, gli studenti di un campione significativo delle più importanti università americane – che andrebbe allargato a quelle statali – sanno quindi poco o nulla di storia europea, un fenomeno normale visto che anche quelli i cui nonni o bisnonni sono arrivati dall’Europa sono ormai americani e guardando al mondo assegnano all’Europa il posto che essa vi ha oggi e non quello che vi aveva cento anni fa. Quando per esempio gli studenti di una associazione che raggruppa gli undergraduate di Harvard interessati all’Europa mi hanno invitato a discutere con loro, il dibattito è stato vivace e interessante ma la partecipazione scarsa e la delusione frequente, come quella di una studentessa innamorata della cultura francese che ha raccontato che l’unico corso che aveva potuto seguire era dedicato alle prostitute nella letteratura. La medesima impressione, più o meno forte, me l’hanno suscitata altri incontri e seminari, al Center for European Studies come al Davis Center for Russian and Eurasian Studies. Se la parte di politica contemporanea è ancora – anche ma non solo a causa della guerra russo-ucraina – molto viva, la parte o i segmenti dedicati alla storia mi sono sembrati meno interessanti oltre che talvolta ideologici o ispirati al rimpianto, per esempio dei tempi in cui l’Europa delle socialdemocrazie sembrava rappresentare l’avvenire del mondo. Per quanto riguarda la Russia, è più che probabile che la guerra pesasse anche sul tipo e il tono delle iniziative nonché sui loro partecipanti, visto l’isolamento in cui Vladimir Putin ha costretto il paese, mentre ovviamente quelle organizzate dall’Istituto ucraino erano animate dalla vitalità di un paese che resiste e con successo da più di quattro anni.
La cosa che mi ha colpito di più era quella che almeno a me è parsa la scarsa profondità “filologica” di molti degli incontri cui ho partecipato, che certo può essere anche il frutto della mia sfortuna o, per esempio nel caso russo, dell’impatto della guerra. Ma non escluderei che la cosa dipenda da un fenomeno generale legato alla composizione e alla cultura degli studenti e ai corsi che vengono insegnati. Penso infatti che se avessi frequentato incontri e seminari di discipline scientifiche, ma anche di filosofia o diritto, cioè di temi più o meno “immediatamente” universali il risultato sarebbe stato diverso e migliore perché queste discipline possono parlare con profondità direttamente a qualunque studente, proveniente da qualunque cultura. Per raggiungere lo stesso risultato, le discipline umanistiche hanno invece bisogno di un livello di conoscenze specialistiche molto alto, che è difficile che oggi – tranne benvenute eccezioni – abbia persino lo studente di una università americana di élite.
Questo vuol dire che probabilmente anche a molti dei professori più giovani mancano le basi necessarie a dare contributi di alto livello relativamente alla storia e alla cultura europee. E mi è venuto da pensare che anche quelli, magari più anziani, che le avrebbero, perché hanno studiato in passato coi vertici della nostra cultura umanistica, si trovino in oggettiva difficoltà a tenere corsi che pure potrebbero tenere. Anch’io, se avessi di fronte una classe composta da studenti che di Europa sanno poco o niente, dovrei trovare il modo di trattenerne l’attenzione, e mi sembra che si finisca naturalmente così per raccontare loro “storie” su cui si chiede poi il loro giudizio, non una storia filologica e interpretativa, ma una storia fatta di casi, lezioni esemplari e moralismo.
Quando ci ho pensato, mi è venuto alla mente quanto mi avevano raccontato, a circa un anno di distanza, un professore e uno studente di teologia della Gregoriana, parlando della sempre maggiore superficialità di corsi spesso rivolti a chi sa male il latino e poco di San Tommaso o del cristianesimo grecofono semplicemente anche perché viene da altri continenti e altre tradizioni. Aggiungo subito che non dico questo per rimpiangere un passato che non c’è più e non può tornare, e negare un futuro che sta arrivando, sia pure in modo diverso e forse più “difficile” anche in Europa, ma solo per notare tendenze che pongono con urgenza il problema di come costruire una nuova cultura che sappia essere filologica, interpretativa e non moralistica in modo nuovo e diverso, anche a partire dalle scelte e dalle preferenze dei nuovi studenti. L’amore, anzi la passione, degli studenti asiatici per la musica classica, il bel canto, l’opera mi hanno per esempio stupefatto. Certo, come al solito sono e saranno gli eredi, cioè i giovani, a scegliere cosa e come conservare, ma forse un po’ il risultato dipenderà anche da come noi sapremo far loro capire quel che c’era e c’è di grande, interessante e vivo nel nostro passato.
Il tentativo in questa direzione si scontra tuttavia, mi pare, con due altre tendenze, di cui una per me decisamente negativa e l’altra che mi pare sollevi problemi reali e ponga sfide interessanti. La prima è legata alla cosiddetta cultura woke, i cui danni sono stati molto maggiori di quanto non si pensi, e hanno preso forme inaspettate. Al dipartimento di Storia di Harvard afferiscono per esempio quasi ottanta docenti, una sessantina dei quali ne costituiscono il nucleo. A scorrerne l’elenco, sembra di poter dire che la pressione perché fossero assunti docenti di storia delle varie “minoranze” statunitensi abbia finito col dare paradossalmente più peso agli studi “americani”, spingendo così verso una “nazionalizzazione” (per non scrivere provincializzazione) oggettiva che non ha colpito solo le storie europee che si volevano colpire. A leggere libri importanti e pluripremiati, sembra inoltre che la pressione woke alla “moralizzazione” della storia (rafforzata da quella oggettiva a sfavore della filologia, vale a dire del rispetto del passato) abbia prodotto una storiografia che, specie a me che ne ho letta per decenni tanta, ricorda quella sovietica, i cui autori spesso mentivano sapendo di mentire ma avevano almeno a loro giustificazione la necessità di farlo per vivere in pace.
Tutto ciò si combina con la crescente preminenza di scienze sociali anche loro spesso ridotte a “raccontare storie” non inserite in modelli che ne giustifichino la rilevanza scientifica, e che si prestano comunque meglio ad attrarre l’attenzione di una cultura umanistica che ha perso in buona parte e per motivi oggettivi le sue radici. Visto il sempre più grave declino demografico, sia pure seguendo vie diverse ciò succederà, o meglio sta già succedendo, anche in Europa. Il problema è quindi come fare a farne ricrescere di nuove, anche perché come ci hanno insegnato i nostri padri, quelli che sanno di essere nani sulle spalle di giganti ottengono di regola risultati migliori di quelli che liquidano il passato e sono quindi spesso condannati a riscoprire gli ombrelli.
Sembra insomma di poter dire che la distanza tra la cultura “alta” delle élite statunitensi e di quelle europee stia crescendo. E forse anche i decenni in cui la cultura umanistica europea ha guardato alle grandi università anglosassoni stanno per finire, se non sono già finiti, per il semplice motivo che di essa importa sempre meno e che la qualità della loro produzione in questo campo sembra costretta a degradarsi. Ciò non vuol dire che la nostra vada bene così com’è, anzi. Piuttosto, vuol dire che la costruzione di una nuova Europa, se riuscirà, passa anche da una rilettura del suo passato che solo noi possiamo fare, una rilettura che non può ignorare il nuovo mondo in cui viviamo, e anzi deve affrontarlo appunto filologicamente, guardando cioè, per quanto possibile, alla nuova realtà che è venuta crescendo, alle sue cause, ai suoi bisogni, e alle risposte che chiede. Come dire che, finito il tempo dell’occidente, potrebbe e dovrebbe tornare quello dell’Europa, anche se non sarà facile e se, persino se ci si riuscisse, ciò avverrebbe “in edizione ridotta”.