Il tradimento del popolo iraniano. L’abbandono a sangue freddo, dopo il massacro e le promesse

La sopravvivenza del regime sulla pelle degli iraniani, che sanno di essere stati abbandonati e traditi un’altra volta

20 GIU 26
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Foto ANSA

Il mondo ha dimenticato i morti di gennaio, ma gli iraniani no, gli iraniani non hanno ancora finito di contare e identificare i loro morti, di seppellirli, di ripagare i debiti contratti per avere indietro corpi mutilati e irriconoscibili, come la mamma di Sam cui è stato presentato un cadavere che poteva essere chiunque, c’era solo un piccolo tatuaggio che le ha fatto dire: sì, è lui. Il tatuaggio era una scritta: mamma.
Il mondo ha dimenticato quel che è accaduto a gennaio nella Repubblica islamica d’Iran, quando in due giorni sono state massacrate migliaia e migliaia di persone da un regime inferocito, che ha spento internet e ha iniziato a sparare e a mentire, a sparare e a nascondere, contando sull’impunità che da quaranta e più anni gli permette di fare della repressione il suo unico strumento di governo.
Il mondo ha dimenticato, ma gli iraniani sanno di essere stati abbandonati e traditi, un’altra volta. No, non è una sensazione nuova, ma questo 2026 era stato tutto diverso, perché a gennaio è accaduto l’indicibile massacro, e perché negli Stati Uniti c’era, c’è, un presidente che lo scorso anno ha inviato i B-2 a bombardare i siti nucleari e che a fine febbraio ha ammazzato la Guida suprema, Ali Khamenei, e poi molti degli esponenti più anziani e noti del regime. Donald Trump non è affidabile, non è interessato ai diritti umani né alle speranze di un popolo represso, ma gli iraniani hanno visto presidenti americani molto più idealisti – a parole o no – che pure, alla fine, li hanno abbandonati. E allora è più credibile Trump, che ha decapitato il regime, e che ha fatto balenare la possibilità che davvero questa struttura di potere potesse infine sgretolarsi.
Ma come ha scritto Laura Secor sull’Atlantic, la guerra ha fatto quel che spesso fanno le guerre: ha dato potere ai potenti e ha lasciato che l’apparato della repressione si inasprisse in nome della sicurezza nazionale. La guerra ha fatto da copertura agli abusi che il regime iraniano fa da sempre e che si è messo a fare di più, perché la sua sopravvivenza è fatta di brutalità e di nient’altro: non ci sono competenze, non ci sono progetti, c’è solo la forza. Arresti e impiccagioni, accuse di spionaggio per americani e israeliani, processi sommari, prigioni piene, mentre internet spento fino a maggio non ha nemmeno costretto il regime a inventare o manipolare, tanto sa che quel che non si vede non c’è per gli occhi distratti degli infidi nemici. Lo scorso mese l’inflazione era all’84 per cento, più del doppio rispetto a gennaio, mentre per il cibo era al 131 per cento, scrive l’Economist. Almeno tremila container destinati all’Iran sono rimasti bloccati in Pakistan e le consegne di grano che riempivano il grande hub agricolo di Bandar Imam Khomeini, sono crollate del 40 per cento. Almeno due milioni di persone hanno perso il lavoro, circa il 7 per cento della forza lavoro, mentre molti devono pagare il pane e la carne a rate. E certo che i bombardamenti hanno contribuito al collasso, ma buona parte di questo disastro è autoinflitto, perché il regime non ha mai usato i fondi per migliorare la vita del suo popolo.
Nel 2009, durante le proteste dell’Onda verde, Barack Obama – citato e ricitato da Trump come l’esempio più negativo della storia – pronunciò molti discorsi a favore dei manifestanti, chiese al regime di non usare la forza, ma poi, quando il regime la usò, perché non sa fare altro, finì per parlare con gli ayatollah, allo stesso tempo cercando di fermarli e legittimandoli. Da lì iniziò quel dialogo che portò al famigerato accordo sul nucleare che fu siglato nel 2015 e che fu accolto in Iran con una enorme festa, migliaia di persone in piazza a celebrare la promessa per un futuro migliore. Al di là del nucleare, al di là del programma missilistico, al di là dell’espansionismo mortifero del regime, quell’accordo per gli iraniani luccicava come la luce che si accende in fondo al corridoio e che ti fa vedere l’uscita. C’era la speranza che l’apertura potesse concedere una boccata d’aria dopo decenni di soffocamento: la prima occasione.
Sappiamo come è andata, sappiamo che l’insofferenza ha preso il posto della speranza, che la frequenza delle manifestazioni è aumentata, che la miccia è ovunque, sotto i veli e nel bazaar, e che la brutalità del regime rimanda, non spegne, la rivolta. Ma questo 2026 è tanto più tragico per quel che è accaduto a gennaio, per quel che è accaduto a marzo, e i miliardi di cui si parla nel memorandum d’intesa, che sono tantissimi, non fanno più l’effetto del 2015. E’ un tradimento a sangue freddo, e brucia come mai prima.