Com’è finire in cella nella seconda economia del mondo. Il “modello” cinese

Fame e violenza, cure negate, avvocati ostacolati e la giustizia delegata ai capi-cella. Uno studio di Safeguard Defenders

20 GIU 26
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2006, agenti di polizia sorvegliano un sospetto coinvolto in un presunto caso di lesioni volontarie all’interno di una stazione di polizia il 26 marzo 2006 a Xi’an, nella provincia dello Shaanxi, Cina

All’inizio della settimana, mentre droni e missili russi colpivano uno dei luoghi più importanti del cristianesimo ucraino, dall’altra parte del mondo un altro regime proseguiva nei suoi sforzi di repressione di ogni attività, anche religiosa, non direttamente controllata dal Partito comunista cinese. Il 14 giugno scorso 33 persone, bambini inclusi, sono state arrestate durante una funzione religiosa domenicale a Jiangyou, nel Sichuan. La sera sono stati tutti rilasciati tranne i due anziani, Wu Wuqing e Yan Hong, che sono stati sottoposti a due settimane di “detenzione amministrativa”, senza una notifica formale delle accuse e senza poter parlare con gli avvocati. 
La storia dell’irruzione domenicale in una funzione della Early Rain Covenant Church di Jiangyou, chiesa presbiteriana messa fuori legge da Pechino, ha a che fare con la repressione sistematica di qualunque organizzazione non sia posta sotto al rigoroso controllo del Partito comunista cinese – che è terrorizzato da tutte le forme associative, religiose e non – ma racconta anche molto bene di che cosa sia, oggi, lo stato di polizia cinese e quali conseguenze ha per i cittadini la mancanza di uno stato di diritto.
La Cina è uno dei soli nove paesi al mondo, assieme a Corea del nord, Somalia e Cuba, che non pubblica dati ufficiali sul numero di detenuti e i pochi dati disponibili sono spesso in contraddizione fra loro. La trasparenza non è mai consigliabile a un regime che vuole avere un’immagine pubblica nel mondo migliore di quello che è – la differenza fondamentale con i paesi democratici, dove la stampa libera svolge esattamente questo mestiere. Secondo l’ultimo rapporto della ong per i diritti umani Safeguard Defenders, nel 2024 i centri di detenzione ordinari cinesi avrebbero accolto circa 680 mila nuovi detenuti in attesa di giudizio, con una presenza media simultanea di circa 340 mila persone. Le strutture sarebbero almeno 2.600, stima già potenzialmente superata dalla costruzione di nuovi edifici annunciata nello stesso anno per far fronte al sovraffollamento. I numeri sono alti anche in relazione alla popolazione complessiva cinese, ma i centri di detenzione ordinari, che accolgono le persone in attesa di giudizio (per mesi, a volte per anni) sono solo una parte del sistema carcerario della Repubblica popolare: a quelli si affiancano i centri di detenzione amministrativa, per infrazioni minori, e le strutture segrete nelle quali i detenuti possono essere trattenuti in isolamento e senza contatti con l’esterno per periodi compresi tra sei e diciotto mesi. La Residential Surveillance at a Designated Location (Rsdl) è un regime di sorveglianza residenziale in un luogo designato soprattutto nei confronti di sospetti per reati legati alla sicurezza nazionale, e il Liuzhi, destinato ai membri del Partito comunista e ai funzionari pubblici accusati di corruzione o violazioni disciplinari. E poi ci sono i circa 360 centri di “rieducazione” nello Xinjiang costruiti fra il 2017 e il 2020, strutture che hanno ospitato oltre un milione di uiguri e appartenenti ad altre minoranze etniche musulmane. Ogni anno decine di migliaia di persone vengono sottoposte a queste forme di detenzione a cui si aggiungono altri sistemi extragiudiziali di privazione della libertà, tra cui il ricovero psichiatrico coercitivo.
Detenuti sottoposti a un’ispezione nel cortile “all’aperto” di un centro di detenzione (via Zhihu)
Detenuti sottoposti a un’ispezione nel cortile “all’aperto” di un centro di detenzione (via Zhihu)
Pubblicato la scorsa settimana, il rapporto “Behind Bars: A Survey on Detention Centre Conditions in China di Safeguard Defenders” è il primo studio sistematico condotto dal punto di vista dei detenuti stessi sulle condizioni di detenzione pre-processuale in Cina, ed è il risultato di una lunga indagine che fotografa un sistema strutturalmente opaco e privo di controllo indipendente. Alcune notizie erano già arrivate in occidente: il 6 ottobre del 2022 la Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza Liu vs Poland ha stabilito che estradare una persona verso la Cina può violare l’articolo 3 della Convenzione (divieto di tortura e trattamenti inumani) se esiste un rischio reale e individuale di maltrattamenti e se le cosiddette “assicurazioni diplomatiche” fornite da Pechino non sono sufficientemente affidabili. La sentenza ha di fatto bloccato tutte le estradizioni verso la Cina da paesi europei, e il motivo è proprio quella zona grigia della detenzione di cui si parla sempre meno, quando si parla di Repubblica popolare, sempre più spesso dipinta come il magnifico mondo dove “la meritocrazia funziona meglio della democrazia”, e con cui abbiamo solo qualche problema commerciale.
In un’indagine anonima condotta da Safeguard Defenders tramite reti di difensori dei diritti umani e avvocati penalisti, 84 ex detenuti in Cina hanno dichiarato di non essere stati informati dei propri diritti al momento dell’ingresso in detenzione. Un terzo non ha ricevuto nemmeno il regolamento interno della struttura, pur essendo entrambe le comunicazioni obbligatorie per legge. Quasi tre quarti degli intervistati hanno riferito di essere stati bloccati nell’accesso al proprio difensore, alcuni per settimane, altri per mesi. Molti sono stati costretti ad accettare un avvocato di ufficio compiacente anziché un legale di propria scelta. La stragrande maggioranza non ha potuto consultare le prove con il proprio avvocato durante i colloqui – spesso perché fisicamente immobilizzati sulla “sedia tigre”, il dispositivo metallico che blocca mani e piedi durante gli interrogatori, impiegato anche durante i colloqui con la difesa. C’è poi il tema del sovraffollamento e della violenza: “E’ ampiamente documentato che nelle carceri e nei centri di detenzione cinesi il personale affidi informalmente ad alcuni detenuti il compito di controllare gli altri occupanti delle celle”, si legge nello studio. “Questi individui, spesso indicati come ‘capi-cella’, svolgono funzioni di gestione interna come il mantenimento dell’ordine, la distribuzione del cibo, la spiegazione delle regole e il supporto alla sorveglianza esercitata dalle guardie”. Il loro livello di potere varia sensibilmente da struttura a struttura e, in diversi casi, sono stati associati ad abusi e atti di violenza, inclusi episodi documentati di decessi sotto la loro responsabilità – nel 2009 la morte in un carcere dello Yunnan del ventiquattrenne Li Qiaoming fu spiegata dalle autorità come un “gioco a nascondino finito male”, ci fu un’ondata d’indignazione pubblica che portò a una ricostruzione diversa: Li era stato picchiato a morte da un capo-cella. Il caso portò ad alcuni aggiustamenti per limitare la violenza in carcere, ma sembra già superato. Il quadro che emerge oggi è quello di un sistema detentivo in cui la violenza è strutturale e spesso delegata informalmente. Il 76 per cento degli intervistati da Safeguard Defenders segnala la presenza dei cosiddetti capi-cella, i detenuti incaricati dalle guardie di controllare gli altri reclusi, spesso attraverso intimidazione e violenza. La stessa percentuale riferisce di aver subìto torture o maltrattamenti, sia da parte delle forze dell’ordine sia da altri detenuti. Tra le pratiche più comuni vengono indicati umiliazioni pubbliche (40 per cento), privazione del sonno (38 per cento) e del cibo (27 per cento), e diversi intervistati riportano anche aggressioni fisiche dirette. “Oltre la metà degli intervistati ha dichiarato di essere stato trattato come se non fosse un essere umano, ma come un ‘oggetto’ o un ‘animale’ durante la detenzione”. Lin Shengliang, attivista per i diritti umani oggi in esilio nei Paesi Bassi, ha raccontato agli autori dello studio di essere stato detenuto due volte tra il 2017 e il 2019 nel centro di detenzione di Bao’an, per un totale di circa due anni e mezzo. Secondo la sua testimonianza, la violenza all’interno delle strutture non solo era tollerata, ma in alcuni casi incoraggiata dal personale carcerario: “I capi-cella controllavano risorse come beni di prima necessità e cibo e infliggevano anche punizioni… Quando i capi-cella ritenevano che qualcuno dovesse essere ulteriormente ‘disciplinato’, le guardie consegnavano loro lo spray al peperoncino. Lo spruzzavano direttamente negli occhi delle persone”. La disumanizzazione non riguarda solo i detenuti cinesi. Una delle testimonianze più dolorose del rapporto è quella di Matthew Radalj, cittadino australiano, che ha trascorso quasi 18 mesi nel centro di detenzione n. 3 di Pechino tra il gennaio del 2020 e il maggio del 2021 dopo essere stato accusato di rapina e resistenza violenta all’arresto in seguito a una colluttazione con alcuni addetti alla sicurezza di un centro commerciale. Radalj è stato picchiato brutalmente nei primi giorni dopo l’arresto, privato per mesi di un reale accesso a un avvocato e sottoposto a pressioni costanti per ottenere una confessione: “Mi hanno riempito di botte per due giorni alla stazione di polizia. Niente cibo, niente acqua… quando mi stavano spingendo a firmare la confessione, mi hanno messo in una stanza con altre tre persone e hanno fatto passare rumore statico dagli altoparlanti. Sono stato privato di moltissime ore di sonno”.
L’Italia, come altri paesi europei e come l’America, ha i suoi problemi quando si parla di carcerari. Ma la differenza è poterne parlare, poter fare attivismo per cambiare le cose. Non è un caso se la Cina ha fatto di tutto, invece, per evitare che si parlasse del documento prodotto da Safeguard Defenders. Martedì scorso l’ong ha organizzato una presentazione dello studio a Lisbona, all’American Club, insieme a Peter Dahlin, che è uno dei fondatori della ong ed è stato lui stesso vittima di detenzione arbitraria in Cina; Peter W. Humphrey, ex giornalista di Reuters e noto esperto di Cina, anche lui arrestato arbitrariamente nel 2018, e Grace Chen, ex consulente legale del Relatore speciale delle Nazioni unite sulla tortura. Nei giorni precedenti, però, ci sono stati “almeno due tentativi di annullare o ostacolare l’evento”: l’ambasciata della Repubblica popolare in Portogallo prima ha scritto una lettera formale all’American Club chiedendo di riconsiderare la decisione di “offrire una piattaforma per azioni volte a diffamare la Cina”. Poi, pochi giorni dopo l’annuncio dell’evento, un account su X che impersonificava quello ufficiale della ong ha diffuso una versione falsificata del manifesto con una falsa data e un falso luogo dell’evento, con l’obiettivo di confondere e fuorviare i potenziali partecipanti.