Esteri
l'editoriale dell'elefantino •
Il Grande terrore degli ayatollah
Per sopire la resistenza giacobina servì Metternich. Oggi c’è Trump. Certe resistenze si spiegano da sole leggendo la storia
19 GIU 26

Foto Lapresse
Vinto o no, chiaro che l’Iran ha resistito. Il terrore, o per dirla con i francesi del 1793, la Terreur, ha scompaginato i piani e la combattività di due paesi potenti e all’inizio entrambi determinati a prevalere. L’eliminazione personale di tutta la cricca rivoluzionaria dirigente, a partire dalla sacra figura della Guida suprema, ha scatenato, invece del panico e della divisione e della rassegnazione, la resistenza strategica impersonale, di un’impressionante forza e astuzia naturale, del regime che sembrava sull’orlo dell’abisso. Alle origini dell’Iran teocratico, quando Khomeini tornò e lo Scià fu cacciato, legioni di sapienti della gauche éternelle, a Parigi e in occidente, scommisero sugli effetti di liberazione dei preti sciiti al potere e della loro rivoluzione islamica. Fu una comica a sfondo tragico. Pura ideologia che dura ancora e si riflette nella gioia evidente di chi esce allo scoperto per celebrare la vittoria di Teheran contro il piccolo e il grande Satana. Allora, nel giro di pochi mesi o settimane si vide che una banda solenne di terroristi in talare e turbante si era impadronita di un grande paese mediorientale e procedeva a fare fuori in modo spietato ogni opposizione anche solo potenziale e ogni etica morale egualitaria, fraterna, libertaria, affidando la libertà civile alla polizia morale e la politica estera alla presa di ostaggi in ambasciata. La retorica della liberazione era farsesca, la realtà era quella della forca, ma i Foucault e compagni avevano capito che si trattava di una rivoluzione. E a quel punto bisogna tornare.
Maduro e la sua gang erano eredi di un fenomeno caudillistico banale, travestito, sempre per il bene e la gioia della gauche éternelle, in bolivarismo. I successori, colpiti, trafficano in petrolio. Nasser, che agitò il mito rivoluzionario panarabo, era un golpista. Il successore fece la pace con Israele. Come lui erano golpisti i socialisti del Baath iracheno e gli atroci dominatori alauiti della Siria degli Assad. E questi hanno fatto la brutta fine che si sa, lasciando a Baghdad i filamenti incerti del nation building e di una democrazia esportata e a Damasco un potere in apparenza effimero generato dal cuore combattente e terrorista della coalizione delle opposizioni. I regimi che fanno della forza e della repressione, della provocazione e del finanziamento del terrore ai confini delle democrazie, la loro ragione di vita; i regimi che fanno la guerra e proclamano l’avvento di un mondo nuovo non sono tutti caricature rivoluzionarie fuori tempo. Alcuni tra questi, è il caso dell’Iran, sono vere rivoluzioni, mostruose costruzioni di idee e fatti, spesso legittimate da una lunga storia e da una vasta piattaforma di cultura e di fede, concepite e governate per durare, per infliggere colpi duri ai nemici, per realizzare, come avevano capito Augustin Cochin e François Furet a proposito della vena profonda della Rivoluzione francese, la centralizzazione dello stato, la predominanza delle Forze armate, l’adunata forzosa del consenso nazionale, e non solo. Questi regimi si muovono come metamorfosi di una storia lontana e profonda, i giacobini erano la realizzazione in nome della dittatura costituzionale delle grandi ispirazioni statuali e imperiali dell’Ancien Régime, non è un caso che tutto sia finito nell’epopea sanguinaria e incredibilmente violenta, una violenza strategica di massa, di Napoleone.
Tra il Grande terrore del ’93 e il Congresso di Vienna della Restaurazione, passando per tutto quello che passò e che è riassunto in “Guerra e pace” di Tolstoj, per chi voglia informarsi, corsero 22 anni. L’Iran tiene il mondo abbrancato al giogo degli ostaggi, persone o siti geografici, energia e armamenti, fino alla sfida del nucleare, da quarantasette anni, più del doppio. Al posto del Duca di Wellington e del feldmaresciallo von Blücher, i vincitori di Waterloo e gli agenti militari della controrivoluzione, abbiamo avuto, per un breve istante al fianco dell’élite israeliana spietata e gagliarda, controrivoluzionari come Pete Hegseth e Dan Caine e Donald Trump, e l’inerzia dell’Europa un tempo governata da Metternich. Certe resistenze si spiegano da sole leggendo la storia.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
