Esteri
pezzi di accordo •
È stata proprio la guerra di Trump
Cedimenti americani, vanterie di un regime che resta fragile, accuse fra alleati. Ricostruzione di una sconfitta non militare
19 GIU 26

Il memorandum con la Repubblica islamica dell’Iran è stato firmato da Donald Trump in persona, mentre il segretario di stato Marco Rubio indicava al presidente il punto esatto in cui scrivere il suo nome, e mentre Emmanuel Macron, che ha ospitato il capo della Casa Bianca per cena nella reggia di Versailles dopo la chiusura del G7, chiedeva a tutti gli ospiti di applaudire, esortandoli con un “bravo”, e stringendo con vigore la mano di Rubio, impietrito, senza espressioni sul volto. Macron voleva da Trump l’unità sull’Ucraina e non gli importava se per ottenerla ha dovuto lodare una pace non fatta e un pezzo di carta con quattordici punti da cui gli Stati Uniti ottengono poco o nulla mentre al regime iraniano concedono molto, soprattutto sull’economia. Il memorandum è arrivato di sorpresa, quando sembrava che le due parti, Stati Uniti e Repubblica islamica, fossero talmente lontane l’una dall’altra da rendere impossibile la chiusura di un patto. E lontane sono rimaste.
Sono stati gli americani a cedere, pensando che avrebbero avuto poi il tempo per ottenere l’obiettivo più ambito: eliminare la minaccia che gli iraniani si dotino di armi nucleari. Washington ha preferito la certezza di un foglio di carta firmato al successo contro Teheran. “Ha rinunciato alle leve economiche più importanti, senza ottenere garanzie di concessioni”, dice Raz Zimmt, direttore del programma Iran e asse sciita dell’Istituto di studi per la sicurezza nazionale di Tel Aviv (Inss). “Dal punto di vista degli iraniani non c’è alcun vero motivo per concludere i negoziati, in ogni caso incassano benefici economici”.
Il presidente americano aveva iniziato la guerra pretendendo la resa, promettendo ai manifestanti iraniani che venivano ammazzati dal regime, che l’aiuto fosse “in arrivo”. La trasformazione da vendicatore contro il regime a entusiasta di un accordo che lascia il regime in piedi può far pensare che il memorandum altro non sia che una pausa fino alle elezioni di metà mandato a novembre, per tranquillizzare la sua base elettorale scontenta per il prezzo della benzina. “Non possiamo escludere la possibilità che dopo il voto, se a un certo punto dovesse diventare troppo frustrato dall’atteggiamento del regime, possa decidere di colpire di nuovo. Però credo che non sia probabile”. A Zimmt sembra chiaro che il presidente americano non abbia intenzione di ricominciare la guerra, la stagione degli attacchi all’Iran è finita, vuole andare avanti e ha accettato il memorandum, senza che ci sia certezza se insisterà per un accordo più vincolante o si accontenterà dello status quo.
Nel frattempo c’è Israele che guarda, più incredulo e preoccupato di altri alleati degli Stati Uniti, nonostante sapesse sin dall’inizio che sarebbe stato Donald Trump a mettere la parola fine a questa guerra. Israele ha attaccato Teheran assieme agli Stati Uniti, ora è trascinato dalla decisione degli americani. “Non è stata una sconfitta militare – precisa Zimmt – Israele e Stati Uniti hanno ottenuto molto se si parla dell’efficienza nel degradare le capacità dell’Iran. Ogni volta che hanno colpito, che fossero le difese aeree, i missili, le industrie militari, la marina o l’aeronautica, i risultati sono stati significativi. Questa volta non hanno neppure provato a toccare i siti nucleari. Il problema è stato piuttosto dichiarare degli obiettivi irrealistici”, come il cambio di regime. Oggi il regime è in piedi e in virtù della sua sopravvivenza può sbandierare una vittoria che ieri anche la Guida suprema Mojtaba Khamenei ha rivendicato, dicendo che Trump ha accettato l’accordo per “debolezza e necessità”. Dietro alla sopravvivenza, però sta la verità della situazione a Teheran, le sfide interne, il malcontento della popolazione. “Sarà complesso per la leadership iraniana affrontare i problemi economici e sul piano regionale. Israele è impegnato nei negoziati con il Libano, ci sono molte pressioni contro Hezbollah che, per quanto offensivo, è l’ombra di quello che conoscevamo prima del 7 ottobre. Ci sono pressioni in Iraq per smantellare le milizie filoiraniane e gli houthi non sono riusciti a intervenire per aiutare Teheran nella guerra. Quello che si fa chiamare asse della resistenza ha molte debolezze che rendono più fragile la posizione dell’Iran”. Israele dopo il memorandum inatteso non è un paese meno sicuro rispetto a prima. E’ un paese con forti preoccupazioni legate a come negozieranno americani e iraniani, ma rischia anche di essere un paese che, dopo una serie di risultati militari, rischia di non farli valere. “Israele non è riuscito a trasformare le vittorie militari in strategiche, non solo in Libano, anche a Gaza o in Siria. Ma il motivo di preoccupazione maggiore ora è la posizione di Israele nel mondo”. Fra i democratici e anche fra i repubblicani negli Stati Uniti la convinzione che sia stato Benjamin Netanyahu a convincere Trump ad andare in guerra rimane forte e adesso si somma al rimprovero che questo intervento in guerra ha prodotto un pessimo memorandum per gli americani. “Questa convinzione va sfatata, è più preoccupante di altri problemi, rischia di compromettere il rapporto con gli Stati Uniti”, e Israele, dice Zimmt, non ha un alleato alternativo a Washington. Sembra che dare la colpa a Israele sia diventato anche un modo per l’Amministrazione per distrarre dalle debolezze del memorandum e l’alfiere di questa campagna è il vicepresidente J. D. Vance. Ieri ha difeso l’accordo davanti ai giornalisti, dicendo che Israele farebbe bene a stare attento a prendersela con il suo alleato più potente. La critica era rivolta soprattutto ai ministri estremisti Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, ma nessuno dello spettro politico israeliano ha apprezzato le decisioni americane. Vance parlava a un intero paese, dietro al quale ha nascosto gli insuccessi di un accordo al ribasso.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)
