Oltre al medio oriente e all’Ucraina, ieri il G7 a guida francese a Évian-les-Bains ha affrontato anche il problema globale della Repubblica popolare cinese. Come avviene sempre più spesso, però, il tema di discussione non è stato menzionato esplicitamente nell’ordine del giorno, ma piuttosto affrontato come un argomento inevitabile, sebbene con qualche reticenza pubblica. E’ stata Sanae Takaichi, prima ministra giapponese al suo debutto al G7, a cominciare: alla cena dell’altro ieri ha condotto un briefing a porte chiuse fra capi di stato e di governo sulla Cina – sulle sue attività coercitive, sulle dipendenze, sul suo sostegno ad attori come Russia e Corea del nord. E’ una prova generale del Consiglio europeo di domani. Giovedì i capi di stato e di governo degli stati membri dell’Ue dovranno approvare un cambio radicale della politica estera dell’Ue con Pechino, forse la più importante degli ultimi decenni.
La presidenza francese del G7 di Emmanuel Macron, più che un approccio olistico sulla Cina, ha messo sul tavolo dei lavori un tema più concreto e contingente, che ha a che fare con la sicurezza economica: quello degli “squilibri globali”. Anche la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, alla vigilia del G7, aveva detto che il 2025 sarà il primo anno in cui tutti gli stati membri dell’Ue registreranno un deficit commerciale con la Cina, e che quello complessivo con Bruxelles ha raggiunto il numero record di 360 miliardi di euro. Il surplus commerciale cinese ha toccato l’anno scorso i 1.200 miliardi di dollari, un risultato che ha a che fare anche con la politica dei dazi dell’Amministrazione Trump, che secondo gli analisti europei avrebbero semplicemente reindirizzato le esportazioni cinesi verso l’Europa invece di ridurle. Al Consiglio europeo di domani la Commissione intende portare la richiesta di nuove misure, dazi più alti e altri strumenti di difesa commerciale, e uno strumento specifico contro la “sovraccapacità” industriale cinese, pensato per i settori inondati da importazioni sussidiate. Nei giorni scorsi è stata ufficializzata la notizia che anche la Polonia ha aderito a un non paper francese che a fine maggio era stato firmato da Italia, Paesi Bassi e Lituania (la Spagna aveva poi negato di averlo sottoscritto) e che chiedeva alla Commissione di adottare misure più concrete contro lo strapotere commerciale di Pechino. La Germania era stata sempre considerata l’opposizione interna più dura a dazi d’emergenza e a un ripensamento della politica commerciale europea con la Cina, ma secondo diverse indiscrezioni che arrivano da Évian pure la posizione del governo tedesco guidato da Friedrich Merz sta cambiando: un’inchiesta pubblicata l’altro ieri da Handelsblatt ha rivelato che il cancelliere “non esclude più l’imposizione di dazi protezionistici contro la Cina” perché “la situazione non è più tollerabile”, ha detto una fonte governativa ai giornalisti del quotidiano economico tedesco. A contribuire a spostare la posizione del governo Merz ci sarebbe uno studio pubblicato dal Centre for European Reform e firmato dagli economisti Sander Tordoir e Brad Setser, circolato molto nelle scorse settimane fra chi si occupa di Cina: il paper descrive la Germania come l’epicentro del secondo choc economico cinese, perché se la produzione industriale tedesca è in calo da sei anni e la perdita di esportazioni ha raggiunto il 3 per cento del pil, da circa un anno la Germania importa più beni strumentali dalla Cina di quanti ne esporti. Una svolta che fino a pochi anni fa sarebbe stata inimmaginabile. Gli autori dello studio ricordano il settore dell’industria del fotovoltaico tedesca, che nel 2010 esportava i macchinari con cui la Cina produceva pannelli fotovoltaici, e oggi quei macchinari li importa da Pechino. E’ lo stesso rischio che incombe sull’industria dell’auto. E ora Berlino, che aveva ostacolato i dazi europei sulle auto elettriche cinesi, sembra più disponibile a sostenere una risposta comune dell’Ue.
Ma c’è di più. Perché oltre alla dimensione commerciale, in Europa si sta spostando anche la posizione più complessiva sulla Cina. Lunedì, dopo il Consiglio affari esteri, l’alta rappresentante per la politica estera dell’Ue Kaja Kallas ha dichiarato per la prima volta l’esistenza di prove confermate che la Cina sta addestrando soldati russi per la guerra in Ucraina, e ha annunciato che l’Ue sta valutando attentamente le conseguenze di questi sviluppi. Kallas aveva già ricordato che Pechino rimane un facilitatore della guerra di Putin, ma l’addestramento militare rappresenta un salto qualitativo notevole. Ieri a Pechino il leader Xi Jinping ha accolto con tutti gli onori il generale e dittatore militare trasformato in “presidente” del Myanmar Min Aung Hlaing, e nel frattempo il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, accusava Kallas di “pura calunnia e diffamazione”.