Il Likud ripensa la campagna elettorale ora che Trump è un danno per Bibi

Il tycoon era considerato il presidente americano che aveva fatto di più per Israele. Dopo il memorandum con l'Iran però la situazione è cambiata e il partito di Netanyahu ha deciso di modificare il piano per le prossime elezioni. Il precedente ungherese

18 GIU 26
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Foto LaPresse

Le amicizie straniere hanno sempre fatto parte della campagna elettorale in Israele. In particolare era ritenuta di pregio quella con il presidente americano. Donald Trump in particolare, perché considerato il capo della Casa Bianca che ha fatto di più per Israele. E’ innegabile che il primo ministro Benjamin Netanyahu abbia avuto con Trump un rapporto personale, anche se con molte battute d’arresto, come quando, dopo le elezioni del 2020 vinte da Joe Biden, si congratulò con il futuro presidente e Trump, che sosteneva che la vittoria gli fosse stata rubata, se ne indispettì. Tutto tornò in ordine quando Trump rimise piede alla Casa Bianca e anzi, il rapporto sembrava andare oltre l’amicizia già ben consolidata.
Le ultime campagne elettorali di Netanyahu sono state con grandi cartelloni che lo ritraevano mentre stringeva la mano a Trump e anche quest’ultima era pronta a riproporre lo stesso copione dell’amicizia fra i due come garanzia di sicurezza per Israele. Tutto era predisposto, ma poi è arrivato il memorandum con la Repubblica islamica dell’Iran che mette fine alla guerra e assicura una serie di agevolazioni a Teheran senza richiedere al regime grandi impegni. Trump inoltre ha pubblicamente espresso con parole non delicate il suo disappunto nei confronti di Netanyahu e l’amicizia risulta incrinata. Il Likud però non ha fatto soltanto una calcolo personale basato sul fatto che i due leader non vanno più d’accordo come un tempo, ma ha deciso di disfare i piani per la campagna elettorale perché Trump è visto come il presidente americano che ha concluso un pessimo accordo in cui chi ci rimette è proprio Israele. Non è più una garanzia, ma un ostacolo e nessuno ha interesse a mettere la sua faccia sui manifesti elettorali. Poi ci sono i precedenti. Trump aveva mandato il suo vice J. D. Vance a sostenere l’ex premier ungherese Viktor Orbán, intervenne personalmente a un comizio, parlando in vivavoce al telefono. L’intervento americano non aiutò Orbán. Netanyahu se ne guarda bene dal ripetere un simile errore.