Esteri
Il Colloquio •
Parla l’armatore d’Amico: “La riapertura di Hormuz sarà lenta e resterà il pedaggio”"
Il presidente del gruppo da circa 30 tanker per prodotti petroliferi avverte: "Quella che è stata fatta è un’intesa per fare l’accordo. Ma non è l’accordo. E’ una pace provvisoria. Tranne qualche eroico greco, gran parte degli armatori sarà molto prudente prima di mettersi in marcia". E sul pedaggio: "Rischia di essere scaricato sul consumatore"
17 GIU 26

Una delle navi cisterne della flotta d'Amico.
“Quella che è stata fatta è un’intesa per fare l’accordo. Ma non è l’accordo. E’ una pace provvisoria, con un transito per lo Stretto di Hormuz gratuito per 60 giorni soltanto. Poi gli iraniani dicono che cominceranno a far pagare il pedaggio alle navi”. Esordisce così, al Foglio, Paolo d’Amico, già a capo di Confitarma e Intertanko e attuale presidente di D’Amico Società di Navigazione, il gruppo attivo da circa 75 anni nel trasporto via mare di raffinati e materie prime. Il braccio quotato dell’azienda, la D’Amico International Shipping arma una trentina di navi cisterna per il trasporto di diesel, benzina, jet fuel, e nafta.
D’Amico è uno dei maggiori esperti del settore. E un armatore non si fa impressionare dalle parole. Le prende invece per quello che possono valere: un segnale politico. “Molte navi vuote si sono posizionate fuori, pronte per entrare: c’è l’aspettativa di un rush, perché l’occidente ha camminato sulle riserve e ora le scorte vanno ricostruite” dice d’Amico. Che riprende da dove la politica si ferma, ossia dai grandi proclami: “Come al solito il mercato entusiasma, e si entusiasma sulla notizia. Ma quando dobbiamo guardare la realtà, il problema è logistico e tecnico. Il primo punto è che Hormuz, per quello che noi sappiamo, dovrebbe essere minato. Parlo al condizionale – aggiunge l’armatore – perché non ne sono del tutto sicuro”.
E qui comincia la differenza tra annuncio e realtà, mostrando tutta la nebbia che avvolge la situazione nel Golfo. “Se ci sono mine ancorate, e gli iraniani sanno dove si trovano, il discorso è di un certo tipo. Ma se invece bisogna andarle a cercare? Il problema cambia e non si risolve in pochi minuti”. L’armatore parla anche del corridoio aperto nello Stretto sotto il controllo americano, e osserva: “E’ stato utilizzato da qualche nave nelle ultime settimane. Ma è una situazione di poca chiarezza. Sono convinto che, tranne qualche greco eroico, la gran parte degli armatori sarà molto prudente prima di mettersi in marcia”.
Cosa vi aspettate, nel prossimo futuro? “Una cosa è certa: la riapertura sarà lenta”, risponde. “Nel Golfo Persico ci sono circa 300 navi cariche e ferme da mesi: avranno la priorità. Uscirà prima il petrolio, poi il gas, dopo i fertilizzanti e il resto. Ma c’è il rischio che la tratta si congestioni, quindi ci vorrà qualcuno a regolare il traffico”. Poi il dettaglio: “Anche le carene dei tanker, ferme per mesi in acque tropicali, si incrostano. Ma può darsi che le navi escano così come sono, pur di tirarsi fuori da Hormuz, rimandando la pulizia”.
Anche sciolto il nodo fisico, resta il tema del rischio: “Le assicurazioni? Più care o meno care, ci saranno sempre. Il problema è che le assicurazioni si muoveranno quando le autorità diranno a chiare lettere cosa si può fare. E qui l’autorità non è solo l’America. L’Iran e l’Oman devono dire ‘Sì, signori, potete passare, vi promettiamo che nessuno vi colpirà’”. Anche una fiammata sul fronte libanese riaccenderebbe la crisi. “Sì, ma basterebbe anche una mina non trovata per bloccare tutto”. Che effetto avrà ciò sui premi assicurativi? “E’ tutto da vedere: a oggi non sappiamo nulla. Qualcosa sulle procedure uscirà nei prossimi giorni. La prossima settimana potremmo avere idee più chiare, ma con il limite di 60 giorni non so quanto riusciremo a fare”. Come cambierà il mercato? “Andremo verso un pedaggio di qualche forma, che alla fine si rischia venga scaricato sul consumatore, perché entra in tutta la filiera. Sia gli Houthi sia gli iraniani hanno capito che ci possono guadagnare. E per questo non molleranno”.
Tornando ai tempi che saranno lenti, non fanno eccezione gli impianti colpiti durante il conflitto: “Pozzi, raffinerie e pipeline fermi: ci vuole tempo. ll fornitore storico per l’Europa di jet fuel è il Kuwait, che però è stato colpito nella sua raffineria di Mina al Ahmadi”. Ma per d’Amico l’Europa è stata fortunata: “Sul diesel ci hanno aiutato gli Stati Uniti, vendendocelo però a caro prezzo. Sul jet fuel, invece è entrato un nuovo protagonista, la Nigeria, che nella raffineria di Dangote produce circa 600 mila barili al giorno di jet fuel”.
Cosa farebbe muovere gli armatori con più tranquillità? “Ci vuole un impegno, più degli iraniani che degli americani, ad assicurare che si può passare”. Basteranno le parole di Teheran? “Con una dose di rischio dovremmo imparare a convivere”. Poi d’Amico conclude: “Se a Hormuz ci fossero già gli sminatori della Marina italiana sarei molto più felice. E’ un lavoro che loro sanno fare bene”.