Esteri
Il colloquio •
Accordo al buio. Le pressioni di Trump su Netanyahu e l’abbandono del popolo iraniano. Intervista
"La posizione di Hezbollah è significativamente più debole rispetto a quella del 7 ottobre 2023. Ci sono cose che il governo statunitense e la prospera diaspora iraniana possono fare per contribuire a rilanciare l’opposizione democratica iraniana", dice Eli Lake, esperto di politica internazionale e di sicurezza
17 GIU 26

Donald Trump ha annunciato l’accordo con l’Iran “per farsi un regalo di compleanno”, dice il giornalista Eli Lake, esperto di politica internazionale e di sicurezza, oggi collaboratore di Free Press, che ha concluso il suo ultimo articolo scrivendo: “Chissà perché tutti pensano che l’Iran stia vincendo”, visto che adesso sono stati annunciati 300 miliardi di dollari per le riparazioni di guerra. Dentro la Casa Bianca sembra ci sia confusione, ma, dice al Foglio Lake, autore del podcast “Breaking history”, le divergenze tra il vicepresidente J. D. Vance e il segretario di stato Marco Rubio “sono esagerate”. Entrambi si sono “evoluti”. Sull’Iran “sia Rubio sia Vance sostengano l’attuale piano di negoziare un accordo sul nucleare entro il periodo di 60 giorni che dovrebbe iniziare venerdì. Steve Witkoff e Jared Kushner rimangono i principali negoziatori dell’accordo, ma Vance ha assunto un ruolo di leadership sia nel promuovere un futuro accordo a Washington davanti alla stampa, i think tank e il Congresso, sia, probabilmente, nel partecipare ai negoziati”.
Tutti dipingono Israele come il vero “perdente” di questo nuovo sviluppo. Benjamin Netanyahu mantiene le sue forze in Libano affermando che “la lotta non è finita”, mentre Trump sembra prendere le distanze da lui. “Penso che Netanyahu ha comunque di fronte una dura battaglia elettorale”, spiega Lake, “a prescindere dalle recenti critiche pubbliche da parte di Trump. Tuttavia, i recenti post sui social media e le interviste di Trump non aiutano Bibi, che in passato ha basato la sua campagna elettorale proprio sul suo rapporto unico e stretto col presidente”. E’ questa la fine del loro rapporto? “Nessuno può dirlo con certezza. Trump era furioso con Netanyahu dopo che si era congratulato con Joe Biden per la vittoria nel 2020, ma da allora hanno fatto pace. Quindi penso che questa relazione possa riprendersi. Detto questo, il fatto che i disaccordi tra i leader israeliani e americani siano ora allo scoperto rappresenta una vittoria tattica per l’Iran. Il 28 febbraio, all’inizio della guerra, i bombardieri israeliani e americani hanno volato insieme per dominare i cieli dell’Iran. Ora i due leader stanno litigando in pubblico. Questo va a vantaggio dell’Iran sotto molti aspetti”. Sembra che quando Trump non riesce a gestire i propri nemici, esercita pressioni sui propri alleati, come ha fatto con Volodymyr Zelensky e l’Ucraina: “Lo fa quando non riesce a intimidire o persuadere gli avversari”, dice Lake. E’ il caso dell’Iran e di Hezbollah? “L’Iran è il protettore di Hezbollah e questo non è cambiato a causa del cambiamento di posizione di Trump sulla portata dell’accordo di cessate il fuoco. Ma Hezbollah si è dimostrato piuttosto resiliente. Dopo che Israele ha eliminato i vertici dell’organizzazione e gran parte delle sue scorte di missili, è riuscito a ricostituire i propri ranghi e il proprio arsenale con una rapidità che credo nessuno avrebbe previsto”. Però è meno forte di prima? “Sì, la posizione di Hezbollah è significativamente più debole rispetto a quella del 7 ottobre 2023”.
A un certo punto sembrava che Trump volesse un regime change in Iran. “Sembra che questo desiderio adesso l’abbia relegato nel dimenticatoio”, ci dice Lake. Così come il sostegno agli iraniani che si oppongono al regime. “Ma ci sono cose che il governo statunitense e la prospera diaspora iraniana possono fare per contribuire a rilanciare l’opposizione democratica iraniana, che il regime ha massacrato a decine di migliaia nel mese di gennaio”, ci dice Lake. “Per cominciare, gli iraniani che vivono fuori dall’Iran devono organizzarsi per difendere i propri interessi in Europa, in America e in medio oriente. Ciò significa includere monarchici, democratici, socialisti e le minoranze etniche”. Ma anche gli Stati Uniti e Israele possono fare qualcosa, per esempio “sviluppare tecnologie per fornire internet al popolo iraniano quando il regime impone un blackout. Questa avrebbe dovuto essere una priorità già dopo il 2009. Se ci fossero negoziati con il regime iraniano, una delle priorità dovrebbe essere quella di ottenere concessioni che vadano a diretto beneficio del popolo iraniano”. Per esempio “il rilascio dei prigionieri politici e la fine delle esecuzioni. Ancora meglio, gli Stati Uniti non dovrebbero negoziare con il regime iraniano a meno che non si tratti dei termini di una resa. Al momento non siamo a quel punto e ritengo che il fatto che Trump non abbia dato seguito alla sua solidarietà con il popolo iraniano sei mesi fa sia stato un errore madornale”.
