Gli Stati Uniti perdono influenza nel sudest asiatico, la Cina ne approfitta. E l’Europa?

L'ultimo report Iseas mostra il sorpasso cinese sull'America nel sudest asiatico: le élite della regione oggi guardano a Pechino più che a Washington, mentre Europa e Italia cercano spazio in un’area sempre più decisiva

16 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 12:24
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Foto Ap, via LaPresse

Gli Stati Uniti stanno perdendo influenza nel sudest asiatico e la Cina ne sta approfittando. Questo è il principale mutamento emerso dall’annuale report sullo “Stato del Sudest Asiatico”, pubblicato ad aprile 2026 dall’Iseas Yusof Ishak Institute di Singapore, uno dei più autorevoli think tank dell’Asia-Pacifico. Basato su interviste mirate alle classi dirigenti della regione, il report evidenzia come la Cina sia la scelta privilegiata in caso di schieramento forzato. Dall’iniziale pubblicazione del report (nel 2019) è la prima volta che Washington, pur di poco, perde questa sfida con Pechino. Ciò non costituisce un radicale cambiamento delle preferenze di allineamento dei governi della regione, che tradizionalmente praticano una politica estera flessibile, ma rappresenta il più tangibile effetto delle aggressive politiche dell’amministrazione Trump.
Da parte sua, la Repubblica popolare si è dimostrata capace di sfruttare questo momento, rafforzando le relazioni con una regione cruciale per i suoi interessi. A dimostrazione di ciò, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi a fine aprile ha svolto una tournée tra Cambogia, Thailandia e Myanmar, a cui si aggiunge la recente visita del presidente vietnamita To Lam a Pechino. Il corteggiamento cinese è ormai di lungo corso, d’altro canto i massicci investimenti nella regione attraverso la Nuova Via della Seta ne sono l’esempio più emblematico. Tuttavia, ciò non va inteso come un avvicinamento senza tentennamenti. I paesi del sudest asiatico sono ben consapevoli dei benefici, ma soprattutto dei rischi, derivanti da stretti legami con Pechino. Le dispute nel Mar Cinese Meridionale continuano a preoccupare, anche se da quest’anno sono considerate meno destabilizzanti delle politiche dell’amministrazione Trump.
In ogni caso, consolidare la propria influenza in questa parte di mondo è una sfida cruciale per entrambe le superpotenze. Partecipare alla crescita economica del sudest asiatico è un’opportunità imprescindibile. Il World Economic Forum, visti i tassi di crescita superiori al 5 per cento per quasi tutti i paesi della zona, prevede che la regione entro il 2030 assurgerà al ruolo di quarta economia mondiale, con un’economia digitale che raddoppierà il proprio valore raggiungendo i 560 miliardi di dollari. Inoltre, questi paesi godono di una popolazione giovane e in rapida crescita, contrariamente alla crisi demografica che sta vivendo la Cina: un fattore che contribuirà significativamente alla sostenibilità della crescita economica regionale e all’ampliamento dei mercati dei consumi.
Al tempo stesso i paesi del sudest asiatico stanno scalando le catene globali del valore. La Malaysia sta assumendo un ruolo sempre più centrale nella produzione di semiconduttori, tanto da finire al centro del fuoco incrociato tra Cina e Stati Uniti nella lotta per la supremazia tecnologica nel settore dei chip. La Thailandia ospita oggi industrie chiave nella produzione automobilistica, mentre Singapore continua a essere un laboratorio di innovazione d’avanguardia nel panorama mondiale, con università tra le migliori al mondo e un tessuto aziendale fortemente votato all’innovazione.
La regione gode inoltre di ingenti risorse naturali, tra cui idrocarburi e terre rare: l’accesso ai ricchi depositi di terre rare del Myanmar, da anni in preda a una terribile guerra civile, è conteso da entrambe le superpotenze. Il sudest asiatico è inoltre cruciale per le rotte commerciali globali. Dallo stretto di Malacca passa circa il 40 per cento del commercio mondiale di merci e, come insegna la crisi dello Stretto di Hormuz, queste arterie commerciali possono essere facilmente strumentalizzate.
Rafforzare la propria presenza nel sudest asiatico è quindi fondamentale anche per l’Europa. Bruxelles e le cancellerie nazionali se ne sono accorte da tempo, Italia inclusa. Al centro delle strategie per l’Indo-Pacifico che negli ultimi anni stanno proliferando nel Vecchio Continente vi è infatti la volontà di rafforzare i rapporti con i paesi del sudest asiatico. Questi vengono considerati fondamentali per le opportunità economiche che forniscono, quanto per contribuire alla stabilità dell’architettura di sicurezza regionale, essenziale per garantire il libero scambio di merci. Inoltre, europei e paesi del sudest asiatico condividono interessi fondamentali: la difesa della legge internazionale, oggi messa in discussione tanto dalle politiche americane quanto da quelle cinesi, e il rischio di rimanere schiacciati dalla rivalità sino-americana.
Gli europei godono inoltre di un vantaggio di reputazione. Nel report di Iseas, l’Unione Europea risulta infatti essere la potenza che gode di maggiore fiducia, seconda solo al Giappone. Questo patrimonio non va sprecato e i francesi, tradizionalmente i più attivi tra gli europei in politica estera, ne stanno facendo tesoro. Durante il suo intervento allo Shangri-La Dialogue (il più importante forum di dialogo per la sicurezza nell’Asia-Pacifico) del giugno 2025 il presidente francese Macron aveva presentato l’Europa come il partner più affidabile per la regione. Questi sforzi hanno già prodotto risultati considerevoli. Dal 2019 a oggi la Commissione Europea ha concluso accordi di libero scambio con Singapore, Vietnam e Indonesia, mentre i negoziati con Thailandia, Malaysia e Filippine si trovano in fase avanzata.
Anche l’Italia è riuscita a contribuire a questo processo. La visita a Roma del primo ministro malaysiano Anwar Ibrahim, durante la quale sono stati firmati importanti accordi economici e di cooperazione, ha dato nuova linfa alle relazioni italiane con la regione. Inoltre, la recente strategica donazione della portaerei Giuseppe Garibaldi all’Indonesia ha cementato le relazioni con il quarto Paese più popoloso al mondo. Nel 2024, l’Indonesia è infatti diventata il principale importatore di armamenti italiani, con acquisti per un valore complessivo di 1,25 miliardi di euro, in seguito a uno storico contratto con Fincantieri e Leonardo.
L’Europa non può permettersi di perdere questa occasione: governi e aziende devono intensificare il proprio impegno in una regione sempre più centrale per gli equilibri globali. Non si tratta soltanto di un’opportunità commerciale, ma anche della necessità di trovare quanti più partner possibili in un mondo sempre più refrattario all’influenza Vecchio Continente.